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Sub/Culture

Leonov Floats in Space

| lunedì 17 marzo 2014

yuritime

by Red Proof

18 MARZO 1965. 07.00 UTC. NAZIONE: Urss. LUOGO DI LANCIO: Baikonur. VEICOLO DI LANCIO: Voskod 11A57. CARICO UTILE: Voskhod 3KD s/n. MASSA: 5,682 kg. PERIGEO: km 167. APOGEO: km 475. INCLINAZIONE: 64.8°. SEGNALE DI CHIAMATA: Diamante. FREQUENZA: 19.996 MHz. SQUADRA DI VOLO: Pavel Belyayev-Alexei Leonov.

Il compito che quel mattino attendeva i cosmonauti a bordo era radicalmente diverso e tanto più difficile di qualsiasi precedente lancio del programma spaziale. Fra tutte, la missione Voskhod-2 esigeva dall’equipaggio una coesione e un’intesa reciproca ancor più esclusive e peculiari. Il comandante Pavel Belyayev e Alexei Leonov, glaciale e con una straordinaria padronanza di sé uno, impulsivo e inarrestabile l’altro, formavano un equipaggio perfetto. Alle 07.00, il razzo si sollevò nell’aria in anticipo di 6 giorni sulla prima missione del progetto americano Gemini. 90 minuti dopo il decollo, Belyayev e Leonov controllarono i sistemi di volo, della camera di depressurizzazione e gli apparecchi di registrazione degli indici fisiologici. Verificati infine la tenuta stagna del casco, il funzionamento dell’ossigeno e i parametri della tuta, Belyayev aiutò Leonov a infilarvisi. Poi Leonov entrò nella camera di depressurizzazione. Belyayev richiuse il portell0. Trascorsi 10 minuti depressurizzò il modulo e aprì il condotto d’uscita. “Sono pronto” trasmette Leonov. “Vai ora, esci. Apri il portello.” “Sì, ecco… sono fuori! Mi sento completamente a mio agio.” “Qui Diamante. L’uomo è penetrato nello spazio. Ripeto: l’uomo è penetrato nello spazio!” comunicò Belyayev a terra. Sospeso 177 chilometri sopra la Crimea, sulle prime Leonov non riesce a stabilizzare la posizione del corpo, finché trovato un punto d’appoggio sul cordone ombelicale si stacca con una spinta leggera dall’astronave e galleggia nello spazio cosmico. Oltre il vetro oscurato del casco, sulla volta del firmamento girano stelle opache. Sopra di lui il sole brilla di una luce mai vista. In basso, come su un mappamondo colorato, vede le nuvole, la superficie uniforme del Mar Nero, il litorale e le montagne del Caucaso. L’ordine è di srotolare il cordone ombelicale e rientrare subito. Ma i minuti passano e Leonov non torna. A Baikonur, tecnici e scienziati scrutano l’orologio del grande pannello di controllo. Ma gli sta dando di volta il cervello? E’ fuori da 12 minuti! Così mette a rischio la propria vita e l’esito della missione. Finché, nel sollievo generale lo videro ruotare di 45° e tornare indietro. Giunto alla navicella, Leonov cerca d’infilarsi nel condotto, ma gonfiatasi a causa del vuoto la tuta non passa più dall’apertura del condotto. Lui prova e riprova inutilmente. Sugli apparecchi di registrazione degli indici fisiologici i livelli del suo ritmo respiratorio e della pulsazione cardiaca sfiorano la soglia di panico. Per salvarlo c’è solo una scelta: “Depressurizza la tuta” gli ordinano da terra. Sgonfiatala quel tanto che basta, Leonov riesce a sgusciare stremato nella navicella. Ma il sollievo per lo scampato pericolo ha il fiato corto. Leonov sta male per la perdita di calore. Belyayev lo aiuta a uscire dalla tuta poi cerca di sigillare il portello. Ma è rimasto aperto troppo a lungo e non combacia perfettamente. Belyayev inonda immediatamente l’abitacolo d’ossigeno. Il rischio d’incendio se solo l’azoto si mischia all’ossigeno è altissimo, ma non ha alternative se vogliono respirare. Poi infila Leonov nella camera di decompressione per scongiurare l’embolia. Dopo circa un’ora Leonov si riprende e si rimette al lavoro. Allo scadere della tredicesima orbita la pressione nell’abitacolo precipita da 75 a 25 atmosfere, ma non oltre, consentendo alla Voskhod di accedere all’orbita successiva. Come da programma, poco prima del rientro nell’atmosfera, previsto per la sedicesima orbita, Belyayev sgancia il modulo, ma un’avaria a un sensore di assetto inibisce il meccanismo. Viene ordinato a Belyayev di orientare la navicella manualmente, ma attendere 24 ore perché torni l’orbita programmata è troppo rischioso: l’angolo di rientro sottoporrebbe la capsula a un bagno nell’atmosfera troppo lungo, e chissà se lo scudo termico reggerà il calore. “Qui Diamante, vi sentiamo. Torniamo a casa, da queste parti ci si comincia ad annoiare” scherza Belyayev, conscio però la minima imprecisione nell’orientamento al momento dell’accensione dei retrorazzi li sparerebbe dentro un’altra orbita, dalla quale rischiano di non tornare mai più sulla terra. Con grande abilità e sangue freddo Belyayev direziona l’astronave, e accesi i retrorazzi al punto voluto inizia la discesa. Lo scudo termico regge. La Voskhod sbuca dagli strati densi dell’atmosfera arroventata ma intatta. Ora il rischio è atterrare sui cavi elettrici di qualche città. O magari in territorio cinese. Belyayev punta dritto sulle montagne e deposita la Voskhod sana e salva in una foresta innevata degli Urali, nella zona di Perm: 2000 chilometri più a nord dal punto previsto. Ci vollero ore per localizzare la capsula e un intero giorno perché le squadre di recupero riuscissero a penetrare nei boschi infestati dai lupi. Bisognò anche abbattere parecchi alberi per consentire l’atterraggio di un elicottero. E come se non bastasse, a un dato momento le comunicazioni s’interruppero, e i due cosmonauti dovettero passare la notte chiusi dentro la navicella per difendersi dal freddo e dai lupi affamati. Finché il giorno dopo Pavel Belyayev e Alexei Leonov vennero finalmente recuperati, per assurgere a gloria imperitura.