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Bicicrazia

W Milano in Bici??

| venerdì 16 aprile 2010

*di cauz.*

Scoprire l’esistenza delle edizioni MilanoExpo non promette niente di buono, eppure sono questi tipi
a pubblicare “Evviva Milano in bici”, raccolta di 22 itinerari tematici per la città, che svelano piccole
soprese più o meno nascoste. Che Milano sia bella (solo) in bici lo sanno tutti i pedalatori: una città di dimensioni contenute, interamente pianeggiante, strade larghe, clima continentale, sembra perfetta per la bicicletta; ma ha un difetto intollerabile: è così, come dire… Milano. Ho quindi pensato di prendere alla lettera il consiglio del titolo, testando il primo itinerario: “Finti castelli a Milano”. E’ una bella giornata di sole, fresca ma non fredda. L’ennesimo giorno di superamento dei limiti di inquinamento, il che dà all’aria quella consistenza densa e quel vago sapore di macelleria equina abbandonata.

Parto da via Losanna, dove un enorme macchinone nero si è mangiato buona parte della sede stradale per sostare in pausa-bar. D’altronde, dieci metri più in là, un suo gemello grigio si è piazzato sull’intero marciapiede e oltre, strisce pedonali incluse. Via Tolentino è un ampio parking
a cielo aperto, qui gli autoimbecilli hanno mano libera per piazzarsi tra strade e ampi marciapiedi.
Il giardino stretto tra parcheggiati e ferrovia è quasi un monumento alla resistenza. Pedalo verso nord-est e imbocco via Amari, che finisce dritta sotto il cavalcavia Bacula, i cui miasmi mi intasano le narici. Per fortuna è breve, e in via Arimondi trovo il primo “finto castello”: manco a dirlo, ospita un grand hotel che pare frequentato da clienti in grado di volare, a giudicare almeno dall’occupazione completa del marciapiede circostante a opera delle auto.

Miracoli preventivi dei visitatori Expo? Chi avrebbe bisogno di ali per volare sono invece i ciclisti che ripartono per via Bartolini, dove le buche tra pavé e rotaie raggiungono profondità da piccoli canyon. Ma questo evidentemente non è terreno degno delle Grandi Opere del futuro in cantiere al Portello e Garibaldi. La splendida villa-castello di via Uccello si raggiunge con una veloce tirata. Ne approfitto per divagare dall’adiacente chiesetta di San Siro alla Vepra, un tempo centro dell’omonimo quartiere, oggi anche lei vittima sacrificale dell’assedio motoristico: di fronte è infatti sorto l’ennesimo hotel e il traffico della stretta stradina è ostaggio di un tetris di bus e auto.

Nemmeno il marciapiede serve: occupato com’è dallo scooterone del motofascista milanese di
turno. Me la batto infastidito: la prossima tappa è in via Pellizza da Volpedo, a 50 metri da Ciclistica, oasi di pace per i milanesi a pedali. Qualche birra scolata parlando di bici e passa più tempo del dovuto: quando esco si è già scatenata la massa clacsonante diretta allo stadio, e perciò mi tocca uno slalom folle tra autostressati. Sarà divertente, ma pure snervante. Buonarroti è un punto critico, qui gli autosauri non hanno alcuna chance di muoversi, così ci scorrazzo in mezzo “sfrontatamente felice” cantando i Ramones a palla.

Peccato che la distrazione mi faccia rischiare un cerchio nelle voragini di via Giotto. Evitate per un pelo a suon di bestemmie all’indirizzo di tutti gli amministratori di questa città, che da dieci anni intascano tangenti mentre le strade cadono a pezzi, e basta un pomeriggio di pioggia per allagare tutto. Fanculo il resto del percorso che mi porterebbe nel delirio da aperitivo in zona salone
del mobile. Fanculo i beoti inscatolati e lo stronzo al cellulare che cerca di arrotarmi con la sua cazzo di Panda. Tiro fino alle torrette gotiche di via Elba e svolto verso casa. Fine del giro e della recensione.

Milano in bici è una sfida quotidiana. Il libro ‘miexpò’ da domeniche senz’auto, grazielle fiorite e cicli coi freni a bacchetta non ci parla delle strade su cui pedalano i ciclisti tutti i giorni. Non ci parla di una città schiava dell’imbecillità assassina dell’autocrazia, dei suoi pavé killer, del suo essere così fottutamente e inesorabilmente Milano.