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Un Esperimento Cruento sul Voyeurismo

by Rosario Gallardo | domenica 19 gennaio 2014

La perfezione che temperamento ha? Di sicuro è coperta di calce, si scopa il televisore e cavalca le poltrone, ribaltandole. La perfezione da un certo fastidio, come le bestie allo zoo: si sente che puzzano. E’ possibile allargare l’intimità fino a coprire uno spazio di 200 metri quadri senza estraniarsi? Senza bluffare? Aprire il culo e farne la mangiatoia per gli avvoltoi? Si. Lo scopo? Sperimentare per un istante la devastazione della perfezione.

E’ il 19 Maggio 2012 quando all’Ex Birrificio Metzger CCC (Centro di Cultura Contemporanea) di Torino, nel progetto “Transition Zone”, durante i lavori di ristrutturazione, una donna nuda  si aggira nel cantiere, un gruppo di curiosi viene invitato a guardarla. Tutti sono stati avvertiti che si svolgeranno delle riprese e che si tratta di una “pornoperformance”. E’ evidente che essendo priva di foglia di fico sulla fica è un essere umano di tipo perfetto, quel genere di creatura che mette un po’ a disagio. Soprattutto se si è vestiti di tutto punto, se la si sta seguendo stanza per stanza perfino con l’aiuto di una piantina e se si ha scelto di indossare una striminzita mascherina per farlo. Tutto questo divario non fa affatto sentire complici, eppure il pubblico si è presentato all’appuntamento, è salito per le scale, si è aggirato nel cantiere non staccandole gli occhi di dosso per più di due ore: la perfezione è  un fenomeno da circo e lo spettatore sembra tanto assomigliare a un vampiro.
Quella perfetta sono io, Nicola è lo storico con la telecamera, il pubblico rappresenta la collettività spettatrice e la telecamera è puntata su di me quanto su di loro.
L’aria è fredda, la calce è ovunque, i miei capelli sono un gigantesco dread -io la chiamo l’acconciatura della leonessa-, il primo brano è tratto dal “The perfect Human” di Jørgen Leth, la voce accoglie il pubblico che arriva alla spicciolata. Entrano nel salone grande, la luce perlacea raffredda ulteriormente l’ex fabbrica spoglia e sfabbricata, in mano stringono la fotocopia della piantina dell’area, di certo senza averla guardata, invece si guardano attorno disorientati. Gli vado incontro, mi sento accattivante, vorrei inghiottirli, mi volto e attraverso l’intero salone correndo, cambio sala. Ci vuole un bel po’ prima che si decidano a cercarmi, per un attimo temo che se ne vadano, arresi alla mia assenza, ma ce la fanno e mi stanno appresso. Io spintono qualcuno di petto,  passo in un gruppetto, gattono in un cumulo di terra, mi sciacquo i genitali sotto una fontana, annuso qualcuno, offro all’olfatto altrui la mia ascella, allo sguardo ravvicinato i miei occhi, respiro sfiorando un lobo e poi sto di nuovo correndo altrove. La colonna sonora è un pezzo disegnato da noi e realizzato dal nostro amico e dj palermitano Fabietto Kosmiko, è un ossessivo loop di alcuni pezzi funk carioca, sono quattro diverse  estrazioni ripetute ciascuna per 20 minuti e poi daccapo. Il pubblico tende ad acquattarsi negli angoli o tutti sulla stessa parete. La luce concede poche ombre, la mia voce ruggisce e l’eco risuona contro le ampie vetrate. Piscio in sei bicchieri, li calcio, ribalto degli estintori, cavalco un enorme dildo piantato su un piccolo televisore che trasmette l’effetto neve. La mia pelle è sempre più impastata, ruggisco, rido come una iena, sento montarmi dentro qualcosa di molto diverso da ciò che mi aspettavo: il vuoto. Sento solo fatica. Mi sale la paura, poi è rabbia. Non che non ci sia rabbia nel mio esibizionismo, ma non così totalizzante, rabbia furiosa. Avevo un piano?  Non me le ricordo più, l’unico piano di cui dispongo è il secondo dell’Ex Birrificio, con i vetri rotti per terra, i secchi con la piscia degli operai e i visi sui quali le mascherine non celano alcuna identità, eppure non cadono. Sento che non avrò mai un orgasmo, quel calore che si accumula tra il primo e i secondo chakra è tutto schizzato su tra il quarto e il quinto, hai voglia a stantuffare su e giù in groppa al televisore. L’insoddisfazione sembra la mia condanna. Il mio animale è in trappola. Forse il pubblico ghigna sadico, io sono la sua trasmissione televisiva. Faccio molta fatica a istaurare qualunque empatia, sento che tutti qui tirano la corda sulla quale cerco di stare in bilico. Non c’è un finale, nemmeno una trama. Voglio solo scappare ma non mi sono creata nessuna scappatoia. E’ il mio disagio che li sta nutrendo, sono famelici, come avvoltoi stanno a dieci, venti metri da me e mi seguono ovunque, mentre striscio verso la poltrona, mi fumo una sigaretta, li passo in rassegna, e ristriscio al televisore. Guardo in macchina, non posso che farne la mia salvezza. L’obiettivo è il mio buco nero dove trovo me stessa, in una sorta di eco che amplifica i miei gesti, non spero più in nessun’altro, qui ci sono solo io.  Inizio a masturbarmi per la telecamera. I visini mascherati sono un mio oggetto non più il mio glaciale referente, la rabbia inizia a rifluire verso il mio ventre. Cazzo, sono viva! Fletto i piedi e si caricano le gambe, riesco a fremere, forse ho una via d’uscita, la farò franca, mi riprenderò ciò che è mio. Il grosso dildo sporco è nella mia fica mentre sulle ginocchia intraprendo l’ultimo tratto di via crucis, per qualche metro, un’altra decina, ora sono nel mezzo del salone, mi alzo in piedi, finalmente l’onda ha preso vita. I miei occhi sono sfondati, il respiro è solo inspirazione ed ecco il flusso che risale la china e sgorga impietoso come lava. Si riversa sul pavimento chiazzando la polvere. Credo d’aver gridato l’anima. Non ho più paura, tutto riprende a piacermi come se fossi sulle montagne russe, è iniziata la discesa, le mie guance sono rosse, il corpo bolle, mi avvento sulla poltrona e mi infilo nel culo un altro dildo, di resina, realizzato per me apposta da un amico. L’ano è dilatatissimo, lo metto dentro e fuori scivolando a terra, annodandomi e rotolando, perdo l’orientamento, sono un enorme ano pulsante, cazzo si! Ora si! Eppure la musica avverte Nicola e Alessandro Novazio, che ci sta ospitando, che è ora di accompagnare fuori il pubblico, mi voltano le spalle, stanno iniziando a scendere le scale, io ansimo, ho un altro orgasmo, sento ancora i loro passi mischiarsi alla fresca sensazione della loro assenza, fuoriescono delle feci, dei liquidi, la voce, il respiro, l’anima… Sono usciti… Io sono uscita passando dal mio culo. Mi sento dio. Gli ho spaccato il culo. Mi sono spaccata il culo. Sono felice. La performance “L’Essere Umano Perfetto” è finita, è perfetta.