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Via Padova Ha Paura

| lunedì 30 novembre 2015

ligera

Percorro spesso via Padova: in bicicletta o a piedi, da solo o col cane, con la pioggia o col sole.
È il mio centro sociale, aperto 24 ore su 24, dove rifornirmi di birre fresche a 1 euro, di vinili a buon mercato, di vestiti di seconda mano a prezzi stracciati o dove mangiare un boccone all’aperto.
È una via multietnica, dove culture, sapori, odori, lingue si mescolano e si fondono senza troppi attriti.
E non da ora, bensì da oltre cento anni, cioè da quando la via era popolata da “pericolosi” immigrati dal meridione d’Italia.
Qualche giorno fa, subito dopo gli attentati di Parigi, sfrecciando in bici per la via all’altezza del parco Trotter ho intercettato un mio amico tunisino, che vive e lavora a Milano da oltre vent’anni. Sono zompato sul marciapiede e l’ho abbracciato.
“Hey Houcine, tutto bene?”
Aveva la faccia stanca, gli occhi bassi, come quelli di un cane che ha appena ricevuto una sonora bastonata. Era in tenuta da lavoro blu, un cappellino con la visiera a coprirgli la testa.
“Ciao fratello, insomma…” ha accennato un sorriso, e i suoi occhi, incrociandosi coi miei, hanno ripreso un po’di vitalità.
“Che succede?” ho cercato di nuovo il suo sguardo.
“Io sto bene. Lavoro con un amico sudamericano che ha una ferramenta in fondo alla via, una brava persona. Insieme facciamo le ristrutturazioni. Sto andando da lui per un nuovo lavoro”.
“Gli affari vanno bene?”
“Ho ancora in sospeso la questione del permesso di soggiorno… Per cui mi tocca pagare l’avvocato, il solito casino, lo sai. Però io vivo con poco, mi accontento di ciò che viene” ha risposto lui, alzando gli occhi al cielo. Occhi mansueti, che comunicano grande intelligenza, umanità e dignità.
“Incredibile, sei qua da quando hai vent’anni, hai trascorso più di metà della tua vita in città. Sei più milanese che tunisino, e ancora ti fanno storie…” ha pensato ad alta voce io.
“Davvero… Ma qua sono cambiate tante cose da quando sono arrivato. La gente ora ha paura. Sai cosa mi è successo ieri? Sono andato a fare dei lavori da una signora anziana qui in zona. Sono entrato in casa, l’ho salutata e lei mi ha chiesto il nome. Io le ho risposto “Houcine”e lei, con l’aria spaventata ha borbottato “Ma allora sei uno di quelli…”. Non sapevo cosa rispondere… Sono cose che fanno male”.
“Lo immagino” gli ho detto, stringendogli la spalla per fargli coraggio “Pensa alla solitudine di questa signora, che magari esce di casa solo per fare la spesa e che ha come compagnia solo la televisione. Non sapeva quello che stava dicendo, ed è spaventata.”.
“Anche io ho paura, Pablo. Con questa faccia che mi ritrovo la polizia mi ha fermato già tre volte in due giorni”.
“Eppure si vede che stai andando a lavorare…”
“Poi ho anche un altra paura: che chiudano la moschea. Per noi che veniamo dal Maghreb è un punto di ritrovo. Ci vanno le famiglie, i ragazzi, i vecchi, gente come me. Stiamo lì, facciamo due chiacchiere. Parliamo di lavoro, delle nostre famiglie, parliamo la nostra lingua, ci aiutiamo”.
“È una specie di centro sociale?”
“Si, le persone si incontrano lì per pregare. Però c’è chi porta i vestiti e li regala ai figli degli altri. Un amico panettiere porta il pane che non ha venduto per chi non ne ha. Un altro che ha il ristorante fa come lui. È un posto in cui stiamo insieme, e noi non facciamo male a nessuno”.
“Ne sono sicuro Houcine. Ogni comunità deve avere i propri posti dove riunirsi, il vostro, qua in zona, è quello”.
“Noi che siamo religiosi non abbiamo niente a che vedere con questi assassini di Parigi. Mi fa stare male pensare che ci sono persone che ci confondono con questi uomini senza cuore. Non è giusto. Abbiamo paura.”
“La penso come te. Questa è una faccenda politica, questi assassini usano il linguaggio religioso ma non c’entrano con la religione e neanche col fondamentalismo”.
Finalmente lo vedo sorridere. Ci congediamo con un abbraccio.
Houcine ha fretta: come ogni “milanese” odia arrivare in ritardo agli appuntamenti.