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"Tree of Life" – L'albero del dolore

| lunedì 27 giugno 2011

E’ alto alto alto, l’albero della vita di Terrence Malick, estende le sue fronde su verso un cielo di nubi e acciaio, di stelle e galassie, fumo ed esplosioni. E affonda le sue radici nel dolore piu’ intenso. Perchè questo e’ un film che trasuda dolore, un film in cui non accade nulla, forse solo la morte di una persona, al minuto 4 di 140… o in cui succede tutto, dal big bang alla fine della vita, all’ineluttabile estinzione che appare come destino unico, auspicabile quasi, della razza umana. Passa dalle profondita’ dell’universo ai dinosauri, dalle cellule ai neonati, e tutto lo racconta trascinando dietro di se’ un peso immane. Il peso di questo dolore che sottende l’intera vita dell’umanita’, il dolore della coscienza di non essere altro che un brufolo sul culo della storia di questo pianeta, che e’ a sua volta niente più che un’emorroide dell’intero universo.

E’ la completa negazione della speranza che si dipinge su questa umanità, perchè è una speranza che trascende l’uomo, che appartiene direttamente al pianeta, alla natura, al vuoto. Una speranza “geologica”, si potrebbe definire, in cui l’incidente-uomo passa e va oltre, e nulla puo’ nella sua piccolezza davanti all’infinità della potenza della roccia, degli elementi che hanno – loro sì – una speranza davanti: quella di trasformarsi o esplodere. L’umanità no, può solo morire: possiamo ucciderci, mangiarci e farci male, ma nulla ci avvicina all’infinito in “Tree of life”. Certo, si affaccia ogni tanto quell’anomalia, “questa ginnastica chiamata amore”, ma viene velocemente respinta dalla durezza delle relazioni, dalla dispersione degli elementi come polvere negli anelli di Saturno o eruzioni solari. E la speranza dell’uomo resta solo nei giochi dei bambini, in una palla da baseball che si staglia sul cielo… “la prendo io, la prendo io, la prendo io”, grida l’umanità, prima di scoprire che la sua piccolezza l’aveva portata a sbagliare la prospettiva, e quella che ci cade addosso non è una pallina ma una meteora, che si avvicina sempre più grande. E ci schiaccia. Lasciandoci nel nulla dello spazio, nel silenzio della morte.

Un silenzio che è il vero assente del film, perchè se devo trovare una critica a questo grande affresco universale, la trovo nella sua colonna sonora, prigioniera del voler offire forzosamente un contraltare sinfonico alla violenza del reale. Malick sceglie il barocco, il melodrammatico, si incaglia tra Mahler e Bach, rinunciando costantemente al silenzio. Voleva fare un videoclip di 2 ore e ce l’ha fatta; un videoclip nazista, come ho letto in una recensione. Ovviamente il concetto mi entusiasma, ma rendere barocco tutto questo dolore e quest’assenza di speranza e’ troppo facile; l’universo di Malick e’ violento e di violenza aveva bisogno. Come Reggio aveva trovato in Philip Glass la lingua che descrivesse il viaggio di Koyaanisqatsi, qui ci voleva il dilaniarsi del minimalismo, di un Arvo Part o di un Niblock, l’aggressività metal di Mozart, di Ikeda, di Fennesz… e un lungo crescendo esplosivo, fino ai Test Department o più su. Ecco, il profondo delle radici finali del “Tree of life”, doveva essere cantato da Merzbow.