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Lo Sgombero per il Design

| giovedì 21 ottobre 2010

Gli squat «internazionali» cacciati dalle strade delle sfilate: gli attivisti sul tetto della Bottiglieria

Philopat & Duka

Undici del mattino. 300 poliziotti in tenuta antisommossa bloccano la zona più glamour di Milano. Impediscono a chiunque di entrare, persino ai residenti e agli invitati al vernissage di Calvin Klein, guidati da una prosperosa Valeria Marini. Vogliono sgomberare la Bottiglieria Occupata! Sfondano il cancello con una ruspa, prendono una trentina di pirati urbani ancora mezzo addormentati, ma se ne fanno scappare sette che riescono a raggiungere il tetto barricandosi sopra in pericoloso equilibrio. Si appollaiano sulle tegole e dicono «Noi da qui non ce ne andiamo! Abbiamo acqua e cibo per resistere». Il vicesindaco, lo sceriffo De Corato, subito gongola in un comunicato, «lo sgombero è un primo importante passo lungo il percorso di ripristino della legalità», e chiede altrettanto per altri 12 stabili occupati dai centri sociali, dal Cantiere alla Panetteria Okkupata, dal Cox 18 al Leoncavallo. Peccato per lui che il palazzo in questione non è ancora stato sgomberato. Adesso, a distanza di ormai 30 ore dal blitz, la zona è ancora militarizzata, i negozi restano chiusi e si deve mostrare i documenti per accedere.

Già da qualche settimana i centri sociali milanesi erano in allarme: la Fornace di Rho è sotto sgombero, il processo di Cox 18 sull’usucapione ha avuto un’improvvisa accelerata ed è stato perso in primo grado (gli avvocati stanno ricorrendo in appello). Era proprio il caso di aprire un nuovo fronte? Se lo chiedono in molti, anche coloro che tradizionalmente non si erano mai schierati con i centri sociali.

La Bottiglieria Occupata in poco meno di quattro mesi era diventato lo spazio sociale più internazionale d’Italia. Un luogo di una vivacità incredibile. Tutti giovanissimi, compresi quelli che ora sono sul tetto. Entrare in quel grande palazzo lasciato inspiegabilmente abbandonato da anni era come farsi un giro a Parigi, Amsterdam o Berlino per il clima cosmopolita che si respirava dentro. Ci sarà stato un passaparola, uno scambio di mail, Facebook, voli low cost e quant’altro, a nessuno pareva vero che fosse stato aperto un grande squat con un sacco di appartamenti e un piano terra disponibile per ospitare stranieri e iniziative controculturali proprio nella stretta via Savona, il cuore del distretto delle sfilate e dei party del salone del mobile. Bastava dare un’occhiata al tatzebao all’ingresso, pieno di volantini in svariate lingue che propagandava festival e mobilitazioni in tutta Europa, per rendersi conto che la loro proposta era ben diversa da quella propinata dai tanti locali notturni circostanti che vendono solo birra, cocktail e tartine a caro prezzo.

Appena ricevuta la telefonata, prendiamo il motorino e schizziamo in Coni Zugna, all’imbocco di via Savona. I compagni sono ancora pochi e sparsi in tutti gli accessi bloccati della zona. Cerchiamo di capirci qualcosa. Ci dicono che sette intrepidi sono saliti in fretta e furia con indosso solo magliette. C’è il sole, fa abbastanza caldo, ma siamo a metà ottobre e tra qualche ora il freddo si farà sentire. In più ci fanno presente che quel tetto è spiovente, scivoloso e non c’è nemmeno un angolo per sdraiarsi. Preoccupati per la sorte di questi giovani, restiamo lì. Passano le mezzore, e a parte un nervosismo crescente delle guardie costrette a bloccare le mamme che devono prendere i figli all’asilo, sembra non succedere niente. Ce ne andiamo, tuttavia seguiamo sempre più allarmati le notizie sul web e alla radio. Alla sera fa già freddo, ritorniamo e raccogliamo qualche commento. Se prima c’era chi inveiva contro quattro zozzoni nullafacenti, ora le proteste sono solo contro la polizia e il Comune. «Ai tempi di Cossiga non sarebbe mai successo» dice un commerciante arrabbiato. «Non ci avevano manco un infiltrato per sapere che avevano preparato la resistenza sui tetti?» Un distinto signore con La Padania in mano sbraita. «Per colpa di quell’incapace pugliese di De Corato, quei teppisti diventeranno degli eroi». In effetti a quell’ora per il vicesindaco già si prospettava un clamoroso autogol. Sembra impossibile che in una città devastata dalla speculazione edilizia, soggetta ai ricatti della ‘ndragheta e dalle infrastrutture che s’allagano a ogni temporale, se la prendano solo con centri sociali e rom, quest’ultimi vittime di un razzismo ormai dilagante. Forse sarà per nascondere il sempre più probabile fallimento di un Expo che non riesce a decollare, forse per fare dimenticare in fretta la premiata ditta Prosperini/Pennisi (i due assessori regionali e comunali finiti in galera per traffici e tangenti), forse, e più semplicemente, perché siamo in campagna elettorale.

Di notte seguiamo le tragicomiche contrattazioni per portare cibo, maglioni e coperte agli assediati, e ci rendiamo conto che polizia, carabinieri, finanzieri e vigili del fuoco brancolano nel buio. Qualche dirigente non vuole concedere loro proprio niente. «E se gli succede qualcosa? E se qualcuno ha un malore e cade?» «Ah! per quello non è nostra responsabilità!» rispondono. «E allora di chi è?» ribadiscono allibiti i soccorritori. Agli avvocati e ai compagni verrebbe quasi da ridere se non ci fosse l’urgenza del rischio che incombe sui sette ragazzi. Finalmente in due possono attraversare la terra di nessuno con il pesante fagotto d’aiuti tra le braccia. Un dirigente più ragionevole gli fa notare che non hanno nemmeno voluto gli imbraghi per passare la notte senza il rischio di volare giù al primo colpo di sonno. Due veterani del movimento milanese, appesantiti dall’età, salgono quasi fin sopra il tetto. Preferiscono sporgersi a mezzo busto da un buco nelle tegole, piuttosto che cimentarsi come acrobati. I sette ragazzi sorridono. Sono felici di vedere finalmente facce amiche. Sono seduti sul vertice del tetto, abbracciati uno all’altro che tremano per il gelo. Gli buttano sacchi a pelo e cibo, poi gli chiedono urlando: «Perché non volete gli imbraghi? Non mi sembra il caso di rifiutarli!» «A noi pareva una trappola per tirarci giù. Per come volevano darceli…» rispondono gli assiderati.

Cortei improvvisati e piccole cariche della polizia proseguono lungo tutta la notte. Andiamo a dormire, ci svegliamo dopo cinque ore. Ci telefonano, sono ancora sul tetto! Accendiamo il computer e leggiamo sul blog della Bottiglieria: Una base comune, un punto di partenza, una crepa nella normalità della metropoli. Si prepara un presidio in piazza XXIV maggio in Ticinese, andremo anche noi volentieri a osservare cosa si nasconde dentro questa crepa.