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Tempi diVersi – Scrivere il Nostro Tempo Prima che Sia Lui a Scrivere Noi

by Marta A. | lunedì 14 marzo 2016

Da quando ne ho scoperto l’esistenza, sono rimasta affascinata da questi giovani poeti che tanto ricordano la Dead Poets Society de l’Attimo Fuggente. Sono i ragazzi di Tempi diVersi, di cui ho il piacere di conoscere Paolo Cerruto, che mi ha concesso un’intervista via mail – e tra me e lui, è il caso di dirlo, i tempi dello scambio sono stati davvero “diversi” (ci abbiamo messo un mese!).
Ma ora, eccola qui.

Partiamo dalla base: cos’è Tempi diVersi, quando nasce, come e perché?
Tempi diVersi è un collettivo di poesia e musica fondato nel 2013 a Milano, da me e Francesco Marabotti (e Tommaso Russi, dopo poco). Nasciamo in seno all’associazione “Amici e familiari di Fausto e Iaio” che ci chiese di pensare a un evento per la poesia. Decidemmo di fare una raccolta pubblica di poesia per soddisfare la curiosità di sapere chi scrivesse poesia tra i giovani di Milano. Ad oggi abbiamo pubblicato tre raccolte e organizzato decine di microfoni aperti e di letture, spesso pubbliche. La nostra esigenza è quella di condividere una parte di noi stessi e intercettarne altre; riportare la poesia alla sua dimensione pubblica, di coesione e confronto. In ultimo creare situazioni anomale per i giovani in cui abbassare il volume e ascoltarsi.

Come vi finanziate? Avete una sede?
Non abbiamo una sede fissa, siamo dentro la famiglia di Artkademy, con Ivan il poeta di strada e alcuni dei migliori street artist milanesi; molti di noi militano a Lume, di fianco alla Statale, dove stiamo per dare vita a una biblioteca-libreria. La nostra cassa è perennemente sotto zero, abbiamo in mente di organizzare qualche evento per finanziare una collana di poesia, vista l’immobilità del mercato editoriale per un esordiente.

Spiegami meglio il collegamento con l’associazione di Fausto e Iaio.

L’associazione aveva vinto un bando provinciale per regalare dieci momenti culturali alla città. Hanno diviso gli eventi per macro aree e per la poesia hanno chiesto a Francesco, che mi ha coinvolto. Con fatica e volantinaggi abbiamo realizzato la raccolta, stampato i libretti e presentato il progetto alla Chiesetta del Trotter e in piazza Durante, ai giardini Fausto e Iaio, dove il Comune ci ha lasciato un totem (prima pubblicitario) su cui affiggiamo poesie. Adesso per esempio ci sono quelle del mio percorso su Re/search Milano (Agenzia X, 2015). Dopo questi due eventi abbiamo continuato a frequentare le assemblee dell’associazione e ad aiutarli nell’organizzare l’anniversario in via Mancinelli, ogni 18 marzo.

Cosa rappresentano Fausto e Iaio per te?
Ho un legame forte con questi due ragazzi: essendo del Casoretto mi sono avvicinato alla politica alle medie vedendo i murales per Fausto e Iaio e informandomi sulla loro storia. Due anni fa si è rifatto il muro e contribuire andando a prendere le bombolette con Morc dei Volks Writerz è stata una gioia immensa. Spero che altri pischelli si avvicinino alla politica con il nuovo graffito, che è enorme e bellissimo. Più in generale mi appassiona e commuove la loro storia inquietante e incredibile, che di fatto è diventata per le nuove leve un invito a non restare indifferenti e interrogarsi profondamente sulla storia più recente, quella che non si studia al liceo ma è fondamentale conoscere per essere cittadini attivi, portatori di una memoria attiva, intesa come tensione perpetua, che permetta di andare avanti (e oltre).

Tutto questo (anche) attraverso la poesia?

Sì, in qualche modo sì. Dopo una prima fase intimista e proiettata al nostro ombelico, in molti poeti del collettivo, anche grazie alla conoscenza dell’opera di Alberto Dubito, è nata l’esigenza di una scrittura politica e in generale orientata all’uomo in questa città (e civiltà). Inoltre la nostra attività di scrittura è ormai inscindibile dalla nostra urgenza di portare la poesia in una dimensione collettiva, per trovare dei punti in comune con altri essere umani e tessere un discorso utilizzando il mezzo della poesia, il più sincero, diretto e utile a trasmettere un ribaltamento concettuale che Dubito esprime magistralmente quando scrive: “sai, devo scrivere il mio tempo, prima che sia lui a scrivere me”. A tale proposito il 3 aprile ad Artkademy presentiamo uno spettacolo al quale abbiamo lavorato molto: “Il sole sorge anche a Milano”. Il reading, incentrato sul nostro rapporto con la nostra città e la nostra epoca, sarà accompagnato dalla musica dal vivo dei Fase Hobart e dai video realizzati da Alberto Danelli, Luca Pitoia e Mattia Kollo. Le poesie e le corde vocali sono le mie, di Francesco Marabotti e di Tommaso Russi. Leggeremo anche due poesie di Dubito.

[Chiedo a Paolo di dirmi due parole su Alberto Dubito, per chi non lo conoscesse.]

La prima volta che mi è capitato in mano il libro di Alberto Dubito avevo ventun anni. Esattamente l’età alla quale si è suicidato il suo autore. Leggerlo è stata l’esperienza più profonda, disturbante e vivifica della mia vita. Il suicidio di Alberto credo sia un invito a vivere la vita fino in fondo, senza sprecare tempo ed energie in ciò che silenziosamente, ogni giorno, ci uccide. Un invito a resistere.
Forse il gesto di Dubito non è stato altro che un tentativo di sfuggire all’omologazione calata dall’alto, all’illusione di completezza che questa società tecnicista abbina all’idea di carriera e realizzazione. Ho smesso di interrogarmi sul perché abbia voluto lasciare il mondo, è più importante soffermarsi su cosa ci abbia lasciato.
La sua vastissima produzione, tra poesia e prosa, ha il pregio di riuscire a fotografare e rappresentare una generazione disorientata, cresciuta a cavallo tra due secoli, “abbiamo imparato a contare e sbagliare in lire / abbiamo pagato in euro il primo pacchetto di sigarette / chi ha quindici anni adesso è cresciuto con la parola Crisi”. Una generazione orfana e abbandonata a se stessa, vissuta nell’epoca del berlusconismo e del disinteresse politico verso la sua sorte.
La versificazione di Dubito è ritmata dalle sue influenze musicali; diversi suoi testi sono pensati per essere letti ad alta voce di modo da valorizzare il messaggio e l’incredibile padronanza di figure retoriche (figurine retoriche ce l’ho, ce l’ho / il cielo però mi manca); Dubito è un abilissimo sperimentatore nel campo della spoken word, genere che coniuga musica e parlato. Nel corso degli anni ha vinto parecchi slam poetry e pubblicato due dischi con i Disturbati dalla CUiete.
La sua poesia è capace di risvegliare le coscienze sopite di una generazione dispersa che in lui ritrova la luce intermittente di un faro, salvezza nel mare del male.

Che legame c’è tra poesia e musica?
Probabilmente poesia e musica sono i primissimi linguaggi con i quali l’essere umano esprime la sua interiorità. Tra poesia e musica esiste un rapporto primigenio che di tanto in tanto, nel corso dei secoli, rimane sommerso, come il corso di un fiume. Esperienze come quelle di Alberto Dubito vedono riaffiorare impetuosamente questo scorrere: noi tutti ne siamo rimasti affascinati e più o meno consapevolmente abbiamo iniziato ad accompagnare le nostre parole alla musica. È stato un processo piuttosto naturale avendo nel collettivo diversi musicisti che partecipano volentieri ai reading; confidiamo tantissimo nell’improvvisazione, nell’incastro casuale che si genera tra il flusso sonoro e quello del lettore. Alcuni di noi si sono impegnati con più metodo nella stesura di brani di poesia con musica, accompagnati da musicisti. Più in generale frequentiamo l’ambiente della poesia ad alta voce e spesso veniamo a contatto con le numerose voci del Premio Alberto Dubito e con padrini dello spoken word come Lello Voce e nuove leve come Gabriele Stera, che abbiamo voluto invitare da Parigi. Possiamo dire di fare parte di una nuovissima scena che vede originali intrecci tra rap, parlato e cantautori; la nostra concezione di poesia è piuttosto ampia e inclusiva, pertanto riconosciamo interessanti esperienze di parola e suono in tantissimi coetanei e proviamo a esercitarci anche noi, a modo nostro.

Avete rapporti con poeti affermati come Loi, De Angelis, Giancarlo Majorino, Cappello,…?
Non abbiamo rapporti continuativi con poeti conosciuti, anche se al nostro microfono aperto sono passati parecchi poeti più o meno performativi e più o meno affermati. Ogni volta ci piace ascoltarli e confrontarci, ma non inseguiamo nessun pezzo grosso della poesia, preferiamo leggerli: li lasciamo ai leccaculo e agli arrivisti. Noi voliamo bassi.

I prossimi eventi in programma?

Dunque dopo il 3 aprile con il “Il sole sorge anche a Milano” ci saranno gli ultimi due microfoni aperti (con Dome Bulfaro e Alessandro Burbank), una lettura in Statale per il compleanno di Lume, la consegna del Premio Dubito alla carriera a Ishmael Reed, a maggio, a Venezia in Ca’ Foscari e, infine, la quarta edizione del Festival della poesia di strada a Lecce, in estate, dopo l’ultima bellissima volta al Trullo, a Roma.

Mi lasci una tua poesia per i lettori di MilanoX?

La mia poesia non è universale, è minuta e modica
come la città di mio padre, la cultura di mio nonno
la mia poesia è la felicità spicciola dei mendicanti
il sapore amarognolo nei fondi di sessantasei
la vanagloria di una Milano sgasata da bere
di una sessualità online, dell’amore televisivo
delle periferie infinite e del centro deserto.
La mia poesia è circonvallazione del sentire
parco gioco di vite in polvere, sapere scarto
dei corsi di recupero pomeridiani al liceo
è l’inizio di una vita per sbaglio o la fine
di un vecchio trovato morto dopo mesi.
La mia poesia è la solitudine del casellante
la noia dell’autogrill di notte, la disperazione
dell’indiano ‘benzinaio’, del bar della stazione.
La mia poesia è supplente per sempre
è di chi vende per strada la free press
è ciò che rimane dopo il mercato
tra le cassette e l’odore di pesce
e qualcuno comunque raccoglie.
La mia poesia è vera per questo
perché è ignorante di retorica
scevra di circoli di finti artisti.
Le mie poesie non sono poesie
sono delle figlie un po’ puttane
vanno con tutti e non se le ricorda nessuno
spesso mi chiedo se siano davvero figlie mie
inchiostro della mia penna.
Le mie poesie non so dove finiscano
mi scappano di notte
e non riesco a trattenerle
né a lasciarle andare.