MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Sub/Culture

Stalker: Tarkovskij e la fede

| lunedì 15 novembre 2010

Recensione di Stalker: un film di Tarkovskij che ne è regista e autore della sceneggiatura, tratta da un romanzo dei fratelli Strugackij, Picnic sul ciglio della strada (1971).

Realizzato nel 1979, Stalker sembra fare da controparte oscura al Mondo Nuovo di Huxley: non un’utopia al contrario qui, ma il difficile percorso di ogni uomo nel suo dialogo con sé stesso e i suoi obiettivi. Stalker, un uomo ariano dal volto tirato e afflitto, il protagonista, è la voce dialettica della fede contro la disperazione tutta razionale dei suoi compagni di viaggio. Tarkovskij non lascia spazio al conforto di emozioni banali, di un sollievo di genere: il cammino verso la fede è tortuoso, lento, sofferente. La fede, meta ambita e distante di tutto il film, non è una pillola moderna da dispensare a chiunque: è una scelta faticosa, meditata, che va conquistata con pazienza. Quella fede, e fiducia, che lo Stalker cerca invano di trasmettere ai suoi viaggiatori e che lo rovina forse per sempre, e lo tiene separato dalla realtà, non è la grande tromba divina di Giobbe o dei libri biblici: è una luce diafana, protetta dai militari e dal filo spinato, respinta dall’ordine.

Un lungo tunnel, chiamato “tritacarne”: uno dei momenti topici del film può forse rappresentare la fatica della visione di Stalker.
Per due ore e mezza Tarkovskij conduce in un universo di angoscia, dove la paura, l’ansia, l’insoddisfazione, l’inquietudine, non vengono da immagini o azioni, ma dai suoni: scricchiolii, versi, tonfi, il rumore delle gocce di liquidi salmastri nella palude, gli spostamenti d’aria, i fruscii. Stalker è un film da ciechi, da tanto sono pregnanti le parole e i rumori, se non fosse per la fotografia curatissima che proietta chi guarda in un universo di luci ed ombre, in una Russia in tonalità di grigi e marrone, così lontana dai verdi squillanti della Zona. La Stanza, l’irraggiungibile luogo che costringe i tre protagonisti a un tortuoso percorso nella Zona e in sé stessi, arriva alla fine con un telefono che squilla, una bomba, e una discussione irrisolvibile sul senso delle azioni umane. Chi farà il primo passo verso l’appagamento di ogni desiderio?

Il brusco ritorno alla realtà, dopo la lunga apnea cui conduce il film, sembra una lampadina ad illuminare di nuove sfumature la storia che si è avvolta fino a quel momento.

Non si può raccontare, come ogni buon finale, ma vi prego, resistete per le due lunghe tormentose ore tra le pause e i silenzi del film, ne vale la pena.

La fine vi darà nuova vita per credere ancora ai misteri, agli spiriti, alla nostra essenza più magica e forse più vera.

(Tarkovskij su wikipedia)