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"Squillo": l'ironia crudele del gioco di Immanuel Casto

| lunedì 20 gennaio 2014

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Esiste ironia senza crudeltà?
Se lo chiedeva tempo fa Deleuze, e la stessa domanda se la ripete ancora oggi Immanuel Casto, dopo anni in cui la satira è arrivata a disossare ogni frammento di cadavere.
Da queste parti siamo dei fan dell’opera di Immanuel, e l’esperienza di Squillo non ci ha fatto assolutamente cambiare idea, però ci ha fatto faticare. Perchè per arrivare all’essenza del gioco bisogna fare uno sforzo morale, un salto disumanizzante che porti a guardare la violenza del mondo in cui viviamo da una posizione più distaccata, e non per questo meno critica. E’ strano che Squillo abbia venduto così tanto (oltre 15mila copie, tra le due edizioni), e ancora più strano è vederlo andare a ruba al termine dei concerti del Casto, quando viene da chiedersi quanti degli acquirenti ci giocheranno davvero, e quanti riusciranno a fare quel necessario salto per portare a termine una partita. Un salto che va in senso inverso rispetto all’infinità di giochi di fantasy e dintorni: questo non è un gioco che proietta in un mondo fantastico, ma un gioco che prova a guardare il mondo che sta fuori dalle nostre finestre.

Le regole sono semplici, per chi è avvezzo ai giochi di carte. L’esperto, in questa partita di prova, fa notare subito i molteplici riferimenti al grande classico Magic che riempiono lo scarno regolamento. Di diverso c’è il contesto. I giocatori di Squillo rappresentano i papponi; il loro gioco consta nel far scendere in strada le proprie squillo, che sia per battere, per spacciare, per vendere i propri organi o, più semplicemente, per combattere con le rivali. Chi conserva l’ultima squillo in strada ha vinto. Non c’è accumulo di denaro, verrebbe quasi da dirsi un gioco anti-capitalista, dove i denari incassati vanno immediatamente convertiti nel potenziamento della propria armata del piacere.
La partita è molto lunga, a giro si pescano nuove protagoniste e nuove storie da assegnargli, e tra gerbilling e tsunami di bukkake, tra squillo-kamikaze e troni di cazzi si scopre che il gioco è un piccolo sussidiario, in cui ogni carta-evento aggiunge un elemento di storia o di geografia, di religione (ovviamente onnipresente) e di biologia, financo di politica con le inattese comparsate di Mao, Kim Jong Un e del Dalai Lama. Qualcuno ci vede lungo e protegge subito le sue squillo in una casa chiusa, una mossa che le salverà dalla battaglia sino a fine partita, qualcun altro preferisce giocare all’attacco scatenando nuove guerre del Vietnam e sorprendenti panda inculatori. Il risultato però, dopo alcune ore di gioco, è quello di trovarsi una strana impasse finale, in cui soltanto carte come l’olocausto o la pompa atomica possono ripulire il tavolo e dar via alle schermaglie decisive per stabilire il pappone dell’anno.

Se c’è un aspetto deludente di tutto questo paesaggio, a maggior ragione se si pensa che arriva da un artista come Immanuel Casto, è la sua forzatura eterosessuale: un mondo dove le prostitute sono tutte donne e agli uomini sono affidati solo ruoli politici o di combattimento. Speravamo che almeno la carta “Immanuel Casto” (aggiunta per la deluxe edition) proponesse l’autore come la super-squillo definitiva, ma probabilmente per questo passaggio bisognerà attendere l’imminente terza versione “Marchettari Sprovveduti”.

Fatto sta che, una volta ingoiato il boccone amaro e comprese le regole, il gioco è davvero divertente, e il pugno nello stomaco di ogni passaggio è uno sguardo reale, se è vero quanto sosteneva il grande capitano sottomarino Libero Hagbard Celine che ciò che non è vero, non fa ridere. Eppure resta una strana sensazione dopo aver trascorso 5 ore rapiti in puro stile nerd da un mondo di prostituzione, omicidi e accordi con la mafia. Una sensazione diversa da quella che lasciano le ormai ordinarie (e noiose) “provocazioni” sul tema. Squillo non è una provocazione, è un gioco divertente e uno sguardo ironico e conseguentemente crudelissimo sulla società che ci circonda. D’altronde lo stesso Immanuel Casto era stato chiaro sin da subito sulla prospettiva del gioco, quando chiedeva: “Sono biondo e con un corpo perfetto, ma questo mi da’ forse il diritto di ridicolizzare tematiche così drammatiche, o di farne addirittura un gioco?”. La sua risposta è la stessa di chi ha avuto il coraggio di fare questo salto nel mondo di Squillo: “Sì”.