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Spolpare la Lombardia

| giovedì 18 febbraio 2016

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No, non c’è da rallegrarsi se la parte politica avversa affonda nel fango della corruzione. Ma non perché il codice delle banlieu milanesi ci insegna che la galera non si augura a (quasi) nessuno. Che sia il braccio destro del presidente della più importante regione italiana, piuttosto che l’intero ufficio di presidenza di altre 10, ormai il termometro dello sfascio della democrazia è fisso sul segno meno. Magari bastasse indossare la casacca dell’avversario, o meglio i camici odontoiatrici del duo Rizzi-Canegrati, per dirsi immuni da pratiche senza colori né differenze. Che vuoi che siano migliaia di euro in contanti trovati nel frigorifero, piuttosto che un vibratore regolarmente rendicontato come ‘spesa di rappresentanza’ da un consigliere regionale? Il risultato non cambia, e nella confusione a finirci in mezzo è il senso di rassegnazione che, nonostante tutte le recriminazioni, ci meritiamo in pieno. Chi tra noi non è stato in un pronto soccorso milanese non può capire quale sia davvero lo stato della Sanità, soprattutto a Milano, e considerarsi assolto. Senza soffermarci a capire si rischia di vedersi catapultato il mostro delle prime pagine Bertolaso (chi si ricorda più lo scandalo della Maddalena?) a sindaco di una città candidata ad ospitare le Olimpiadi. Al di là delle battute e dei post sarcastici sulle pagine di facebook che hanno visto spiccare i consulenti della medaglia di bronzo delle primarie Pif Majorino, gli arresti della sanità lombarda che hanno coinvolto esponenti di primo piano della Lega Nord, ci mostrano un sistema dove nessuno è ‘senza peccato’. E’ bastato che una commercialista bergamasca facesse il suo dovere, cioè mettesse il naso nei conti di un’azienda sanitaria, a far gridare allo scandalo i più ipocriti tra gli amministratori della cosa pubblica. Ma l’opposizione, invece che controllare conti e spulciare bilanci, dossierare nomine e aziende vincitrici di gare, in questi anni dove cazzo era? Fatture non rendicontate, soldi che scompaiono tra le voci di bilanci raffazzonati, controlli sugli appalti inesistenti e un Codice (l. 163/2006) che fa acqua da tutti gli articoli: è la Caporetto continua non della Lega Nord, o di Forza Italia, del sindaco di Quarto, di Formigoni o del PD, ma della Repubblica Italiana, di tutti i nostri servizi pubblici. A dire la verità è proprio quella corpulenta e sgraziata professionista che ha analizzato il bilancio della ASL di Vimercate, l’unica nota stonata di un’orchestra che suona allo stesso modo, un sistema talmente ben oliato da rappresentare un modello economico. Vie d’acqua, Padiglione Italia, Appalto Eatitaly, Edilizia comunale scolastica, Monte Stella, Bonifiche di terreni, Trasformazioni Urbanistiche…l’elenco di possibili reati compiuti con la connivenza di dirigenti, funzionari e organi di controllo della Pubblica Amministrazione potrebbe continuare all’infinito, accompagnato da un numero imprecisato di intercettazioni/indagini/arresti/articoli sui giornali. Cambiate l’ordine dei fattori ma il risultato non cambia: ecco il vero motivo della crisi che ci sta affogando.

Magari bastasse girare poltrone e nomi per cambiare davvero: l’esperienza dei 5 anni della Giunta arancida è lì a dimostrare, anche ai più intransigenti fedeli di San Giuliano Pisapia, che bisogna potare la pianta giù, quasi fino al ceppo per sperare in un germoglio di primavera. La sussidiarietà che doveva far risparmiare risorse pubbliche si è trasformata in un assalto carnivoro alle casse pubbliche: il caso Rizzi è illuminante. Imprese, gruppi, lobby che spingono su, sempre più su alcuni candidati, non importa di quale partito, per poi passare all’incasso in appalti, contributi, nomine, contratti, convenzioni, concessioni edilizie. Dove c’è cash, tanto cash, come nella sanità e nell’edilizia, nel commercio, nelle autorizzazioni, c’è l’affollamento di interessi privati a spolpare. E il business, enorme, sul giro di milioni di euro della neonata riforma della Sanità della Regione Lombardia, basti a farci capire il perché di tanto interesse da parte della Magistratura. A decine intanto, restano inevase nelle procure le segnalazioni di altrettanti cittadini. Si aspettano che vadano seguite e approfondite tutte, non solo quelle che fanno comodo al padrone politico di turno. Il caso Affittopoli del Comune di Milano, con più di 300 tra negozi, ristoranti, sedi di associazioni e partiti, che non pagano 1 euro di affitto in immobili di pregio, ‘controllati’ da dirigenti comunali inamovibili da 20 anni, è lì che aspetta solo di essere scoperchiato. Di soli immobili comunali parliamo di 200 milioni di euro l’anno, sufficienti a pagare il mutuo della nuova Metrò, tanto per farci capire. Così come le indagini su Expo spa, incredibilmente evaporate per quella che un tempo veniva definita ‘ragion di stato’. E tante altre ancora. Non basta un titolo di giornale per risolvere un problema secolare che umilia Milano e opprime come una cappa energie, talenti, capacità umiliate: cittadini tanto incapaci di organizzare una risposta credibile, quanto costretti a pagarne le conseguenze. Basta parole, chi non passa all’azione sarà costretto, presto o tardi, a subire gli effetti della sua accidia. E tra le ‘azioni’ l’ultima che serve è quella dell’infilare nell’urna le schede delle tre prossime tornate elettorali il 17 aprile (referendum antitrivelle) 5 giugno (elezioni Comune di Milano) e ottobre Referendum sulla riforma costituzionale di madam Boschi. Si può fare di più. Si Deve.