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Slow Media?

| martedì 29 giugno 2010

by *Vic Marchi*

Siano tutti marginalmente meno concentrati ed esponenzialmente più connessi. Su questo c’è accordo nella comunità scientifica. I nuovi media hanno cambiato in profondità il nostro modo di comunicare e relazionarci prima ancora che il nostro modo di produrre.

Non tutti tuttavia condividono l’idea che questa trasformazione sia per il meglio e sono molte le voci che si sono levate in questi ultimi anni per denunciare i pericoli che la nostra società correrebbe. Ultima fra queste è la voce di Nicholas Carr che in un suo libro molto discusso in rete, “The Shallows,” contrappone le pratiche della lettura sullo schermo al focus immersivo nel testo che la lettura su carta struttura.

Secondo questo argomento, la mente lineare e contemplativa che la stampa e la cultura letteraria promuovono, sarebbero al centro di tutti gli sviluppi nelle arti e nelle scienze che la nostra civiltà ha prodotto negli ultimi secoli. Non solo. Sotto l’impulso della carta stampata, si è sviluppata la lotta vincente che l’illuminismo ha condotto contro dogmatismo e autoritarismo traghettandoci fuori dall’oscurantismo medioevale e dalla condizione di servitù.

Se questo è un fatto storicamente accertato che non è messo in discussione da nessuno, il dubbio sorge quando Carr muove da questa analisi per sostenere che le pratiche della lettura veloce, del linkaggio e del multitasking, pratiche queste essenziali ai media elettronici, starebbero minando le fondazioni della mente analitica e del pensiero critico nella nostra cultura. Fatto questo che sarebbe foriero di esiti catastrofici, se è vero come è vero che pensiero critico e capacità riflessiva sono alla base del nostro ordine di libertà. Dunque per Carr i media elettronici vanno guardati con sospetto e il loro contributo alla storia della civiltà non è necessariamente positivo e deve essere analizzato criticamente.

Siete già famigliari con questo tipo di argomento? Non c’è da stupirsi. L’argomento di Carr sembra emulare gli argomenti che sono stati sviluppati per analizzare la transizione dalla cultura orale, quella che ha prodotto l’Iliade e l’Odissea, alla cultura scritta. Non solo la cultura orale elide la distinzione fra produttore e ricettore della conoscenza conferendo alla conoscenza una dimensione partecipativa di cui tutti hanno parte. Anche più importante, la cultura orale sostiene e struttura funzioni essenziali della mente individuale, quali la capacità di ritenzione mnemonica dei dati dell’esperienza e della parola, che con la cultura scritta sembrano irreversibilmente compromesse.

Proprio come con gli uccelli che insediatisi in un territorio senza predatori perdono velocemente la capacità di volare, con l’avvento del libro la mente individuale subisce un processo di regressione cognitiva in cui occorre una specie di amputazione delle sue facoltà. Dialoghi in tempo reale, dialoghi per i quali il nostro cervello e la nostra capacità di pensiero sembrano ottimizzati, sono sostituiti con la scrittura da monologhi asincroni e autoreferenziali in cui l’argomento dell’altro è rappresentato dall’autore del testo per interposta persona.

Cosa possiamo ricavare da questo excursus? Che gli argomenti contro il libro e contro i media elettronici si assomigliano molto ed è inevitabile pensare che rispondano ad un medesimo istinto conservatore il quale, pur avendo il merito di sottolineare alcuni aspetti non triviali della questione, rimane cieco rispetto al contesto storico dell’analisi. Proprio la stampa, infatti, ha promosso il secolo dei lumi e la pratica del pensiero critico inaugurando quella capacità di comunicare oltre i limiti spazio temporali di una certa cultura quell’ordine di libertà che, pur nei suoi limiti, siamo oggi come prima chiamati a difendere. Accanto alla regressione di certe fondamentali capacità della mente individuale, la stampa promuove dunque uno sviluppo esponenziale delle capacità della mente sociale. E sono queste potenze che sono alla base del nostro ordine di libertà.

Con questo siamo infine pronti per discutere l’argomento che vogliamo trattare in questo articolo, “The Slow Media Manifesto.” Traduco liberamente dall’introduzione al manifesto”.
http://en.slow-media.net/manifesto.

“La prima decade del ventunesimo secolo ha portato profonde trasformazioni alle fondazioni tecnologiche del paesaggio mediatico. Le parole chiave sono oggi la rete, Internet e il social media. La seconda decade non sarà caratterizzata dalla ricerca di nuove tecnologie che favoriscano una produzione ancora più facile, veloce e a basso costo di contenuti e interazioni. Al contrario, reazioni appropriate a questo tendenza dovranno essere integrate politicamente, culturalmente e socialmente” non solo nel senso comune e nelle modalità d’uso delle tecnologie della comunicazione, ma anche e soprattutto nelle interfacce e nelle architetture dell’interazione promosse dai sistemi disponibili. “Il concetto di “Slow” come in “Slow Food” è la chiave di questa trasformazione. Come con lo “Slow Food”, Slow Media non promuovono un consumo veloce, ma una ricerca attenta sugli ingredienti e una modalità di preparazione degli stessi. Gli Slow Media sono ospitali e di buona maniera. Ad essi piace condividere”.
In sintesi, il movimento “Slow Food” e simili si fondano sul tentativo di ritrovare il valore del tempo e restituire tempo “il suo” tempo. E questo in antitesi con le forze del capitale e il mantra della produttività, mantra per il quale si deve sempre e comunque produrre di più nel minor tempo possibile. Così come leggere un buon libro significa lasciargli il tempo di innervarsi nella rete dei nostri concetti, un uso coerente dei nuovi media richiede che ad essi sia integrata la temporalità dei processi mentali profondi e della riflessione critica, temporalità che essi sembrano estromettere. Quindi bando al multitasking e ai processi associativi schizomorfi che procedono di lateralità in lateralità in perpetua accelerazione. Lunga vita al monotasking che riorganizza il pensiero nel centro del processo riflessivo e dell’elaborazione critica riconquistando al pensiero il suo tempo proprio.

Tutto OK dunque? In parte senz’altro si. Nuovi media sono emersi e continuano ad emergere prima che la cultura sviluppi una capacità di comprenderli e gestirli. Tuttavia facciamo attenzione che sotto il buon proposito non si nasconda una utopia reazionaria intenta a riproporre nel nuovo contesto un ritorno al passato del tutto impraticabile. Proprio lo studio delle differenze fra cultura orale e cultura scritta dimostra infatti che questi processi sono irreversibili. Non solo. Ciò che si perde individualmente si riconquista socialmente. E sarebbe davvero un peccato condannare in blocco ciò che i nuovi media hanno prodotto. In primis il desiderio e il bisogno di partecipazione in prima persona ai processi sociali e politici.