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Sfida ad Annibale Frossi

| lunedì 18 aprile 2011

di Rocco Herrera

E alla fine svanirono i sogni di gloria, d’impresa, di rimonta. Sfumati, proprio come la penna calcistica rivale, quella «dell’altra sponda» nerazzurra aka Annibale Frossi, spuntata sulle pagine di milanox all’improvviso per qualche settimana e subito scomparsa, evaporata vile all’indomani delle sconfitte. E senza l’ombra di un’apologia, nonostante le poco scaramantiche profezie distillate («quando alzeremo al cielo la terza Coppa dei Campioni già mi vedo le facce…») e malgrado le promesse da marinaio («del derby avremo modo di parlare» disse, perché quel giorno era «in vena di romanticismi»). Chissà. Dissolto senza scuse né congedi, di Annibale Frossi rimane tuttavia il caso sociologico. L’ideal-tipo weberiano dell’interista ineducato alle vittorie, che torna con la coda fra le gambe nelle sua tana dopo aver snocciolato a lungo il triplete. Un bauscia, che abbandona subito il trench nero e il ciuffo appena lavato in cui oggi nega di aver creduto, e con la lealtà sportiva di un piccolo borghese, più che di un artistocratico, fugge di nascosto all’indomani della disfatta. Tutto ciò ricorda i vecchi tempi, quelli degli argentini (che, guardacaso, ci sono ancora), quelli delle sconfitte, delle umiliazioni e delle derisioni di un’epoca oggi pronta a ricominciare. Archiviate la stregoneria di Setubal e la missione impossibile leonardesca, si torna quindi alla normalità, con la squadra nerazzurra che non sa più essere felice, con gli incubi della tradizione che riemergono beffardi, per una gioia squisitamente casciavìt. Perché quando arriva il momento decisivo conta essere concreti, umili e professionali e non primedonne di serieb, nuovi ricchi parvenu, da un giorno all’altro proiettati nell’Olimpo del calcio solo grazie all’incursione di un mitologico prometeo 2.0 di origini portoghesi. Per rimanere tra gli dei servono infatti ben altre doti, che negli Javier Zanetti e Annibale Frossi latitano sicuramente. I campioni si vedono nelle sconfitte perché essere «signori» quando si vince è impresa di troppa poca audacia. Certo, se nel triplete si conta la Coppa Italia (e della Supercoppa europea se ne infischiano tutti) forse gli indizi di una scarsa affinità con il merito sportivo, anche nel tempo della gloria, erano già sotto gli occhi tutti. Come in una notte di SanSiro di quattordici anni fa, ancora sconfitti dal Gelsenkirchen in una finale di Uefa, in cui gli Javier Zanetti, che già c’erano, scapparono dal campo senza assistere alla premiazione (tutti tranne Paul Ince) incapaci pure di onorare i vincenti.