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Seam Zone, Palestina

| martedì 10 agosto 2010

*by Alice Priori*

http://daffagarbia.blogspot.com/

WADI FOKEEN, villaggio palestinese situato nella cosiddetta SEAM ZONE: termine con cui si fa riferimento a quelle aree (terre e villaggi palestinesi) che si trovano tra la linea di armistizio del ’49 – la LINEA VERDE (che dovrebbe segnare i confini di un possibile Stato Palestinese) e il MURO DI SEPARAZIONE – che in realtà non rispetta il percorso della linea verde, ed entra di parecchi chilometri all’interno della West Bank, annettendo di fatto ad Israele parecchie terre palestinesi. Nel gennaio 2009 tali aree sono state dichiarate dalle autorità israeliane zone militari chiuse.

Gli abitanti della seam zone sono fisicamente separati dal resto della West Bank, e quindi anche dai servizi sanitari, educativi e commerciali che sono solitamente localizzati sul lato orientale del muro. Questo significa per esempio che i residenti in queste aree e quindi gli abitanti di Wadi Fokeen e dei villaggi limitrofi, Battir, Husan, Nahalin, Al Ja’ab, pur rientrando all’interno della linea verde, sono costretti a passare attraverso controlli e gates israeliani. Questo ovviamente significa che i palestinesi non hanno libero accesso alle loro terre coltivate, per cui necessitano di un permesso speciale rilasciato da Israele. Vi sono inoltre degli orari per poter accedere alle terre. È norma che i soldati israeliani non permettano ai contadini palestinesi di avere accesso alle loro terre per diversi giorni consecutivi, provocando in questo modo considerevoli danni alle coltivazioni. Inoltre sta diventando sempre più complicato ottenere questi permessi, per esempio viene consentito l’accesso, e quindi si rilascia il permesso, solo al proprietario terriero, ma spesso i terreni sono registrati a nome di persone anziane o decedute e diventa quindi impossibile per la famiglia ottenere tale permesso. Oltre al controllo dei documenti e alle ispezioni i contadini sono anche soggetti a dure restrizioni rispetto l’accesso di determinati veicoli, macchinari e attrezzature agricole. Questo sistema di controllo limita e riduce le possibilità della produzione agricola sia di sussistenza che di commercio.

Di fronte a Wadi Fokeen, piccolo villaggio di 1200 abitanti a ovest di Betlemme, si trova uno dei più grandi insediamenti israeliani, in continua e rapida espansione, Betar Illit, stabilitasi nel 1985 e dove vivono attualmente almeno 34.000 coloni. Secondo un report dell’associazione israeliana Peace Now è stata approvata la costruzione di altre 790 unità abitative nel Settlement (colonia), e in effetti ho potuto vedere con i miei occhi le ruspe e i camion in continuo movimento che dalle 7 del mattino fino a pomeriggio inoltrato lavorano e costruiscono nuove abitazioni a ridosso del villaggio di Wadi Fokeen. Molto spesso le colonie sono localizzate in zone strategiche della West Bank, con lo scopo di appropriarsi delle risorse naturali, prima tra tutte l’acqua, e dei terreni agricoli.

Le colonie all’interno della West Bank sono illegali e sono state dichiarate illegali: per il diritto internazionale umanitario è proibito ad una forza occupante trasferire i propri cittadini nei territori da essa occupati, tanto quanto utilizzare le risorse naturali e apporre dei cambiamenti permanenti al territorio. Benché la confisca di terreni per motivi di emergenza militare è concessa, l’appropriazione di terreni privati e il trasferimento della proprietà alla forza occupante è proibita.

Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato infatti che le misure adottate da Israele, che portano ad un cambiamento rispetto l’assetto fisico e demografico della West Bank, inclusa la costruzione di colonie, costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario.

Qays, un ragazzo di 30anni che insegna geografia presso la scuola maschile dell’UNRWA, nel campo profughi di Deisha, mi accompagna per una visita ai campi e alle sorgenti del villaggio di Wadi Fokeen, ce ne sono 9, ma ormai sono quasi tutte secche. Mi racconta che ogni venerdì e sabato le acque reflue della colonia si riversano sulle terre coltivate a valle, inquinando gran parte del villaggio. I tubi di scolo sono visibili ad occhio nudo, di fronte a me, sulla collina. Le acque, oltre ad essere inquinate, trascinano a valle il terriccio, che si deposita sui campi coltivati, creando uno strato di almeno 10cm di terriccio secco che trasforma i campi in terreni aridi, non fertili e non coltivabili.

Camminando arriviamo all’unica sorgente ancora attiva, e chi incontriamo? Un gruppo di settlers, un gruppo di coloni israeliani, mi racconta Qays che è normale, i coloni vengono quotidianamente a rinfrescarsi e a fare il bagno in questa che è l’unica sorgente che è rimasta al villaggio.

I coloni vivono in villette con piscine e hanno garantito un accesso continuo all’acqua. La quantità d’acqua utilizzata dai coloni per uso domestico è stimata essere di circa 280litri al giorno, mentre quella utilizzata dai palestinesi della West Bank è di 86 litri d’acqua al giorno, di cui solo 60 litri d’acqua potabile.

L’Organizzazione Mondiale per la Salute consiglia l’utilizzo di almeno 100litri di acqua al girono, questo mette in evidenza sia la scarsità estrema cui sono sottoposti i palestinesi che l’eccesso e lo spreco d’acqua utilizzata dai coloni.