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se il sociale è politico

| mercoledì 24 novembre 2010

*by Lavinia Lindsee* (aka Daniele Salvini)

Anni fa le reti erano di moda e se ne parlava con grande entusiasmo, era chiaro a tutti che avrebbero
portato orizzontalità e partecipazione, e l’approccio era affamato ed arrapato nei confronti del nuovo
medium che si doveva imparare, usare, capire. C’era chi usava il Minitel e chi le BBS, ma in ogni caso si
parlava e si scambiava. Senza bisogno che ce lo venissero a dire i pubblicitari del web 2.0, le persone
erano già nel posto centrale, ci si connetteva per essere in contatto con altre persone, in diretta o in
differita. Parole come agorà e piazza virtuale si sprecavano e pareva evidente a tutti come il vecchio
metodo di propagazione delle notizie da uno a molti, il broadcast televisivo fosse, appunto, vecchio. Ci
siamo appassionati e naturalmente abbiamo pensato che era possibile raggiungere ed essere raggiunti da
gente anche molto lontana e anzi che più lontana era, più era bello.
Mi ricordo un progetto per fare un muro di schermi (wall-tv) con microfoni, uno in un locale di New York ed
uno a Tokio, in modo che la gente entrava nel locale di NY e poteva vedere e parlare con quelli nel locale
a Tokio e viceversa. E ci pareva geniale e liberatorio, fino a quando interviene Mario e dice: ma a me che
mi frega di parlare con uno che sta a Tokio? Io neanche riesco a parlare col mio vicino di casa! Ah,
certo. Svegliati tecnocrate. Territorialità, parlare col vicino reale e non virtuale. Qualche anno dopo,
arriva in rete il bambino americano dalla faccia-di-libro il quale mostra i muscoli e dice: dai, entra
nella mia rete sociale e vedi se ci trovi i tuoi amici di scuola. E sono andati tutti a cercarsi. Ci sono
tanti gusti del gelato Social Network (badu, orkut, netlog, bebo e jaiku) ma c’è un gusto prevalente,
bianco e azzurro che piace a tutti e che oramai è così diffuso (cosa ci vuoi fare?) e assolve alle funzioni
sociali minime, preserva dall’anomia e fa sentire partecipativi, avvalla bonariamente la schizofrenia,
modera come una zia bacchettona e viene percepito come lo standard unico. Tanti guru hanno detto spesso:
come è arrivato se ne andrà, passerà di moda vedrai, arriverà un altro hype. E infatti è possibile,
complice anche il fatto che le menti migliori si sono finalmente accorte che Facebook non è neutrale. In
California stanno facendo una legge che permette la coltivazione della marijuana, ed ecco che FB decide di
bannare il video di sostegno all’operazione. O anche quando chiude un gruppo di 800.000 persone, Boycott
BP. “Il tuo account è stato disabilitato […] questa decisione è insindacabile..” (from FB policy). Può
succedere appena cominci a usarlo come strumento per fare politica. Anche in Italia ho sentito dire “uh ah,
abbiamo fatto gruppo parlando di politica, eravamo seri, bravi e disinvolti e facebook ci ha chiuso! eh,
oh! the basterds!”.
La forza di FB sta nel fatto che i nuovi arrivati nell’eterno settembre di Internet, dopo aver comprato un
Pc e una connessione si domandando: e adesso? E adesso vieni a vedere se i tuoi amici sono già connessi. E
questa è una offerta che non si può rifiutare, hai voglia a declinare i rischi della perdita della privacy
a chi desidera avvicinare la compagna carina della classe accanto o a un gruppo di profughi che si ritrova
sparpagliato per il mondo anni dopo. Non più Internet come novità per cercare nuove persone, ma per
trovare quelle che già conosco. Perché aveva ragione Mario, che mi frega di quello che fanno a Tokio? mi
frega di quello che dice il mio vicino. Mi tocca, mi cambia, mi riguarda. E allora pare normale pensare
che dovranno esistere tanti nuovi Social Network, perché quello tanto popolare oggi è tanto grande, ma
anche tanto laido e reazionario, e il mondo è comunque più grande. Nasceranno o forse già esistono tanti
nuovi, piccoli social network. Per parlare col vicino, per invitarlo alla festa sabato, per chiedergli una
tazzina di zucchero. Per scambiare i fumetti, per tirar su due euro portando su per le scale la spesa
pesante, per trovare qualcuno ti porta a casa la spesa pesante, per sapere chi nel condominio è capace di
sintonizzare il digitale terrestre e chi mi presta la bici giovedì. Per la microeconomia e lo scambio, per
evitare di buttare via quei vestiti vecchi, per trovare un vestito. E anche per segnalare al Comune il
lampione guasto e il buco nel manto stradale, per fare una social class action. Perché Facebook, che ha
addirittura suscitato un progetto apposta per uscirne, joindiaspora.com, è contenuto in Internet, come lo è
lombardia.indymedia.org e vivalafeminista.com. E’ Internet il bello, non FB. Passeremo dai Social network
generici ai Social Media specifici, e li useremo per costruire comunità e resistenza.