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Sub/Culture

Scrivere gli Anni Zero Suonati

| sabato 4 giugno 2011

by Agent X

Mercoledì 8 giugno sarà in libreria SUONARE IL PAESE PRIMA CHE CADA (Agenzia X), libro sulla musica italiana degli anni zero curato da Andrea Scarabelli, con racconti orali di Francesco Bianconi (Baustelle), Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica), Pierpaolo Capovilla (Il teatro degli orrori), Max Collini (Offlaga Disco Pax), Dente, Federico Dragogna (Ministri), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Meg, Enrico Molteni (Tre allegri ragazzi morti), Massimo Pupillo (Zu), Tying Tiffany. L’introduzione è di Emidio Clementi e l’appendice sulla discografia indipendente è curata da Davide Brace. Anticipiamo qui il testo introduttivo del curatore.

Trovare le parole, e se non le parole i suoni, il rumore giusto, alzare i livelli, cancellare furiosamente, percuotere, trascrivere i testi su computer, registrare in casa, equalizzare, maledire i programmi che saltano, inviare provini per email, equalizzare ancora perché prima faceva schifo, studiare layout, mandare in stampa. Gestire il proprio booking, passando le giornate a scavare su Google, con due o tre profili su Facebook per aggirare il limite dei cinquemila amici, il numero di cellulare ovunque, il dono dell’ubiquità comprato a rate, le interviste via mail, la comunicazione da attuare per forza da soli. Vedersi crescere come rampicanti e restare comunque piccoli. E tutto questo mentre si vive, più o meno furiosamente, divisi tra lavoro e sala prove, tra ripieghi interinali da lasciare appena è il momento

del tour; oppure provandoci a tempo pieno, con un miliardo di concerti, dovunque, con o senza pubblico.

Niente di nuovo: è la vita di qualsiasi musicista indipendente, emergente, o che non ha sfondato.

Invece qualcosa, ultimamente, sta cambiando. È emersa una nuova scena, povera di mezzi e ricca di determinazione. Non è ancora chiaro se sia stata una scelta, oppure una necessità dovuta alla parabola in picchiata della discografia tradizionale. Non è certo nemmeno se ci sia una forma di coesione o se l’impressione che abbiamo, davanti a una serie di nomi che tornano sempre, sia essenzialmente dovuta a fattori umani; ovvero che a forza di suonare in contesti simili, certi musicisti sono diventati amici e hanno iniziato a collaborare. Di certo in questi anni, ancora troppo disgraziati e bollenti da maneggiare, l’interesse per la musica italiana non mainstream è andato crescendo, irradiando una fascia di pubblico trasversale. E questo mix si estende anche agli artisti, davvero eterogenei per età e provenienza.

Da tempo si cercano gli strumenti per mettere a fuoco, prima ancora di poter sperare di raccontarli, i famigerati noughties. Un decennio che, appena terminato, lascia in eredità un cumulo di rovine. Sono i brandelli esplosi del cadavere del novecento, secolo tutt’altro che breve, un padre-padrone ingombrante, che ha creato i presupposti per il proprio assassinio.

I musicisti che partecipano a questo progetto hanno attraversato il decennio senza tirare il fiato. Intorno a loro crollavano palazzi e simboli, si aprivano crepacci sismici in cui precipitavano certezze acquisite, hanno visto sciogliersi lavoro e mercati, esplodere persone, innalzarsi la soglia della povertà insieme al riscaldamento globale. Hanno attaccato jack agli amplificatori mentre il cosiddetto primo mondo dichiarava una guerra dopo l’altra, suonato a tutto volume senza riuscire a sovrastare i focolai di risate televisive. Guidato per ore in furgone, attraversando la penisola, alla faccia di presunte secessioni.

Quell’Italia che in questi anni ha svelato il suo ghigno più feroce, in cui situazioni che abbiamo sempre creduto impossibili oggi ribadiscono arroganti la loro esistenza. Uno stato di cose che, come ripetono tutti, non può durare a lungo. Lo sostengono convinti da quasi dieci anni. E allora, se anche l’Italia sta per crollare, questi musicisti non si sono risparmiati. Non hanno aspettato tempi migliori per evitare di sporcarsi le mani. Non si sono trasferiti all’estero. Hanno continuato, con ogni forza residua, a suonare il paese prima che cada.