MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Sub/Culture

Scerbanenco: Milano è Nera Dentro

| venerdì 26 ottobre 2012

by Red Proof

Nato nel 1911 nella Kiev zarista da un padre professore di greco e latino, “venuto a Roma dalla lontana Russia per studio, e che si era innamorato di una bruna ragazza romana”, come scrive in un breve racconto autobiografico del 1966, Vladimir Scerbanenko arrivò a Milano verso i diciott’anni, ma nonostante fuggito dalla Russia dopo la morte del padre fucilato nel 1917 dagli studenti rivoluzionari avesse vissuto a Roma fin da bambino “d’improvviso, appena arrivato a Milano, divenni straniero” racconta: “Al principio ero tanto straniero, per tutti, poi lo diventavo un po’ meno, ma qualcosa rimaneva sempre. Io tolsi la k da Scerbanenko […] tolsi anche il Vladimir e usai il mio secondo nome, Giorgio. Ma non serviva. Rimanevo sempre un po’ straniero, sempre un poco meno, man mano che mi conoscevano, ma pur sempre un poco. E’ una sensazione triste”.

Inizialmente assai povero, si guadagnò da vivere facendo svariati mestieri prima di entrare nell’editoria come correttore di bozze, redattore, per diventare poi negli anni giornalista e scrittore affermato. Fu operaio alla Borletti: “Attraversammo un cortile e d’improvviso udii il rumore delle trance. Non era un rumore, era un continuo crollo” racconta. Tutto il giorno al tornio a pulire e lustrare anelli metallici, e una volta fuori, con il rimbombo delle trance ancora nella testa, filava all’osteria a studiare Kant, Hegel, Hume, per poi, quando all’una chiudeva, tornarsene alla sua stanzetta “non più grande di un grosso baule” dell’albergo popolare. “Dovevo lavorare, dovevo leggere i libri presi in prestito dalla biblioteca, dovevo scrivere e non capivo niente della vita intorno a me, non vedevo nulla, ero come cieco, e certo per questo soffrii pochissimo in quel periodo che pure fu così amaro.”

Fece il barelliere in una caserma della Croce Rossa, trasportando morti e moribondi, finché dalle ambulanze fu promosso impiegato, ma “in ufficio era evidente il mio disinteresse per il lavoro burocratico – non ero forse poeta? – e mi licenziarono”. Trovò allora impiego come contabile, ma pensava solo a scrivere e spedire senza successo racconti ai giornali, così perse anche quello. Fino a quando, un giorno, Rizzoli gli accettò una novella. “Sembravano tutti convinti che io avessi grandi possibilità e dopo qualche tempo fui assunto in redazione. Ero in un giornale, gli inizi erano finiti” scrive. “Ma io, anche se allora non me ne rendevo conto, ero già abbruttito. Forse guastato dentro, per sempre. Ero arrivato fin lì dopo troppa, troppa miseria. Veramente troppa. La miseria avvilisce, per lo meno a me rimpicciolisce […] ci vollero anni perché mi liberassi di quel complesso d’inferiorità, e non me ne sono mai liberato del tutto.”

Pubblicato il primo libro nel 1940 (sei giorni di preavviso) per la Mondadori, dotato di grande capacità narrativa, di un talento versatile e prolifico “lavorando quattordici, sedici ore al giorno, scrivendo quattro, cinque romanzi, e centinaia di racconti all’anno”, Scerbanenco alternava il genere western alla fantascienza, i romanzi rosa ai gialli. Furono questi ultimi a dargli il successo, soprattutto i quattro incentrati sulla figura di Duca Lamberti (Venere privata, Traditori di tutti – insignito del Gran Prix de Litérature Policière per il miglior romanzo straniero nel 1966 – I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano al sabato), un eroe tutt’altro che buono e senza macchia: medico radiato dall’ordine con tre anni di carcere alle spalle per aver praticato l’eutanasia su richiesta di una sua paziente malata terminale, diventato qinvestigatore privato una volta fuori.

“Un personaggio doloroso, diviso tra il dubbio, la compassione, la rivolta” scrive Claude Aveline nell’antologia del giallo Le Polar (Larousse, 2001). Un investigatore malinconico, insoddisfatto e segnato dalla vita che si muove in una Milano nera, squallida, indifferente, implacabile, spaccato crudo e impietoso ben diverso dall’immagine edulcorata di città simbolo della ricostruzione, della Milano col cuore in mano capitale morale d’Italia, colta con clinica oggettività – cronaca narrata – nel suo epocale passaggio dall’illegalità della vecchia mala al racket della malavita industriale organizzata; dalle regole morali della ligera del dopoguerra dei quartieri operai e artigiani, come porta Ticinese – con la casbah dalla parte destra della Darsena, o il borgo di San Gottardo e l’Alzaia Naviglio grande sulla sinistra – e porta Genova; l’Isola, via Canonica o porta Romana, a una criminalità radicalmente trasformata, senza più legami col passato, terribilmente simile a quella in giacca, cravatta e blackeberry che occupa oggi molte stanze del potere politico, economico e finanziario.

“Non hanno ancora capito il cambio di dimensioni, qualcuno continua a parlare di Milano come se finisse a Porta Venezia” dice Duca Lamberti in Traditori di tutti. “Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa e magari il gamba de legn. Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, alcolizzati o semplicemente disperati che si fanno affittare una rivoltella, rubano una macchina e saltano sul bancone di una banca gridando: ‘Stendetevi tutti per terra’ come hanno sentito che si deve fare”.

Arrivatovi straniero e in miseria, Giorgio Scerbanenco muore nella sua Milano, il 27 ottobre del 1969, scrittore affermato, testimone imparziale e coscienzioso di una città ben diversa da quella propagandata negli anni ’60, ma senza che il successo e la raggiunta agiatezza economica abbiano mai potuto cancellare anni e anni di tragica, bruciante miseria. E forse è per questo che i personaggi dei suoi libri, come scrive, sono sempre “gente modesta, spesso anche umile che pensava a vivere, oscuramente, e oscuramente soffriva, o era felice”. Per questo, con Duca Lamberti il bene quando vince – se vince – è sempre solo di stretta misura. Mai completamente.