MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Cultur(A)

S’apre il sipario

Paolo | mercoledì 10 ottobre 2018

Conosco Nicola dal 2015, da quando l’ho ascoltato, rapito, durante una jam a Lume, in vicolo Santa Caterina. Pochi giorni dopo era con la banda di Tempi diVersi a suonare tra le ‘Cabine in via d’estinzione’. L’entusiasmo di questo artista è contagioso. L’ho visto più di una volta far cantare decine di persone, improvvisare per strada, o scrivere compulsivamente sul taccuino che ha sempre con sé.

Dopo un paio d’anni di concerti in giro per l’Italia e qualche viaggetto nel globo, Nicola Savi Ferrari ha pubblicato ‘Sipario’, un disco da nove tracce che vede la partecipazione di otto musicisti. Una dozzina di giorni fa l’ho sentito di nuovo, sempre a Lume, con il suo nuovo quintetto. Se volete ascoltarli potete farlo domani al BIKO, poi Nicola e la sua musica vanno a New York per un tot.

‘Matrix’, la prima traccia, è un brano electro-pop, con un ritornello reggaeton e la tromba di Edoardo Leveratto che ricorda Paolo Fresu. Una potenziale hit da radio, di primo acchito risulta ‘facile’ nel suo essere estremamente orecchiabile. Il testo, a un ascolto più attento, si rivela ricco di spunti sull’immobilismo generazionale e la pretesa (imposta) di dover eccedere sempre. Un testo che nel finale pone una domanda cruciale: “Ehi tu, dai su, dai dimmi se tu sei felice?”.

‘Il vento tra gli alberi’ è una ballad dove la voce e la chitarra di Nicola Savi Ferrari si espandono e spostano come l’acqua che connette cielo e terra, simili alla pioggia che torna al mare: “Impara a sentire / guarda il vento tra gli alberi / come non si ferma / passa il vento tra gli alberi / per portarti via, al sicuro da chi sei, ora”. Un testo sull’importanza di respirare e connettersi con la natura, in opposizione a un mondo di apparenze.

Il terzo brano, ‘Positivo’, si apre con una strofa rap e sonorità alla Robert Glasper, prima di un irresistibile ritornello soul. Il pezzo ricorda che per ogni naufragio c’è un’isola, un’oasi simbolica nel deserto del presente: “ma verrà la mia tempesta (…) nuoterò per stare a galla e non annegare”.

‘Il cielo di Parigi’ è costruita sul pianoforte nostalgico ed elegante di Michele Bargigia. Ascoltandolo mi sono sentito sulla collina di Montmartre, sotto il Sacro Cuore, lo sguardo perso nell’infinità di tetti e antenne, sottostanti le nuvole che cambiano come questi tempi mutevoli, e ricordano l’incapacità diffusa di scappare (sconosciuta a Nicola, giramondo instancabile).

La traccia che dà il titolo al disco racconta la difficoltà di accettarsi, di operare le proprie scelte, l’attrazione dell’ignoto, la meravigliosa, feroce, commedia ch’è la vita. La successiva, ‘Shangai’, si apre con le registrazioni in presa diretta di un mercato cinese. Questo è il singolo più forte del disco, a mio parere. Il violino di Archimede de Martini suona aperto e poi pizzicato, e contribuisce a provocare una immensa nostalgia, giustificata da questo struggente canto d’amore e commiato.

La parte finale del disco invita e accoglie il mondo, a partire dalla scrittura dei testi, in francese e inglese. La settima traccia, ‘Partir’, è un piccolo capolavoro. L’inizio dalle atmosfere tibetane si apre in un respiro jazz mediterraneo che ricorda Dhafer Youssef, anche per il cantato, profondo ed evocativo. ‘Pages of my diaries’ e ‘Ask me out’ chiudono l’album magistralmente, aprendo la sua produzione all’estero. Da ascoltare e recuperare. Vi ricordo che potete farlo domani sera (giovedì) al BIKO, dalle 21.30 circa.