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Salvare Principesse Senza Toccarsi il Pisellino

by Rosario Gallardo | mercoledì 20 novembre 2013

Parliamo di spacconi che prima fanno i disinibitori di donne e poi si trasformano in ripudiatori di femmine troppo poco pudiche. I classici segaioli anonimi di facebook dietro ai quali si nasconde chiunque, la stessa vox populi. Sono in realtà dei giustizieri, baluardi di una spontanea tendenza a nobilitare le giuste virtù della donna per bene, ovviamente solo dopo aver fatto uscire allo scoperto le tante baldracche che, essendo indegne di riproporre alle nuove generazioni la loro immoralità, vanno dissuase ed isolate in modo che non si moltiplichino. Ovviamente dopo avergli guardato le poppe. Quindi, ragazze, sappiate che loro vi tentano ma è giusto che voi vi comportiate come la mamma vi ha insegnato, pudiche e lungi da qualunque sbottonamento fin quando poi, nel santo sacramento del matrimonio, non sarete libere di adempiere ai vostri doveri, con gioia se mai ve ne sarà rimasta, con della voglia, oppure col più appropriato senso del dovere che fa di ogni sposa una vera madre. Ma non sempre le ragazze accettano d’essere passate al vaglio, c’è perfino una pagina facebook dedicata alla diffusione pubblica di queste prove morali. Ma si tratta di approcci di corteggiatori invadenti e parecchio maldestri o di impeccabili cacciatori di troie? Vediamo assieme la questione. Quando si è invadenti si risulta facilmente anche maldestri, l’altro non vi sta facendo una buona accoglienza e voi siete già lì che vi sbracate con una vena poetica da amante e un registro espressivo che spesso due persone che fanno l’amore regolarmente non raggiungono nemmeno dopo tempo e trascorsi sessuali di una certa intensità. Volete fare colpo? Ecco che il “morto di figa” tenta l’approccio che però le fanciulle vivono come un’aggressione, un modo molesto di rivolgere un’impossibile richiesta sessuale che stride anche alle orecchie delle mie amiche più tolleranti e spregiudicate. La domanda quindi sorge spontanea: “Ma questi poveri disperati sono imbecilli pericolosi o solo imbecilli?” Il mio anelito alla comprensione è sempre stato ipertrofico e quindi  tendo a compatirli, a tradurre le loro parole. Quindi da “mi faccio un sacco di seghe alla settimana per te” in “mi piace quello che fai”, da “bella la tua arte, posso farmi una sega?” a “me lo fai rizzare anche se ti atteggi a qualcosa di più che una zoccola”. Alla fine la richiesta che ricorre è sempre e comunque ”sii compartecipe del mio arrapamento! …a prescindere da quanto disprezzo entrambi proviamo per il mio arrapamento”. In anni di esplorazione di questa dimensione dell’esistenza, mi sono spesso riproposta di dipingermi frigida e morigerata pur di dissuadere tale umiliante prolasso altrui. Ma poi mi dico che tra tutte le cose che mi infilo tra le gambe volentieri di certo la coda non c’è, quindi evito di infilarmi in un cantuccio bastonata e rabbonita. Piuttosto ho scoperto che basta avere un prezzo e gli spavaldi riatterrano coi piedi per terra. Come se si destassero a rinnovata lucidità. Si, l’arte della puttana, alla fine, è quella di spostare la “contrattazione” dal piano della molesta pretesa a quello di un civile scambio. Forse è per questo che la figura della puttana professionista da così fastidio. E’ l’unico modo per non dover battere la ritirata in un contesto sociale dove l’istinto erotico verso il femminile è improntato al disprezzo. Sentire la propria pulsione sessuale come inappropriata porta a generare inappropriate risposte ai propri aneliti. Ecco perché chi teme la propria disinibizione la immagina come un caos inopportuno: gente nuda che sale sui mezzi pubblici e si sega, piscia e sputa sul suo prossimo tutte le mattine, nel tragitto da casa a lavoro. Lo vedo già, l’umano che rivela se stesso tra violenze e abusi su cani, gatti, vecchi, bambini e galline, tra gemiti e fiamme. Meglio di no. Ora la questione è che i profili facebook che collezionano questo tipo di conversazioni hanno un unico fattore in comune: supposta appartenenza a una persona di sesso femminile. Ciò fa crollare qualunque teoria del tipo che c’è una via di salvezza determinata dal proprio comportamento morale, sembra piuttosto che i social network rivelino la schiacciante verità sulla natura umana: essere di sesso femminile è già quanto basta per suscitare il male, rivelarsi una troia è solo una questione di tempo. E’ evidente che il desiderio maschile non si orienta verso virtù nobili, ma viene invogliato proprio dalle peggiori puttane. Il poveretto, educato a diffidare di se stesso e della propria virile inclinazione biologica a farsi avanti “con quel cazzo”, traduce tale l’anelito (quello del cazzo, appunto), in un moto aggressivo o quantomeno molesto infine inasprito dall’impossibilità di alleviare la disperata attrazione in una più decorosa pace dei sensi.

Questo è lo stesso ragazzo che da bambino ha sognato di salvare principesse affrontando molte avversità, mondi su mondi di Super Mario per la sua bramosia di possedere colei che, da onorevole dama, oggi innesca un embolo ormonale nei panni di una sguaiata troietta.  Immagino che si senta quantomeno mortificato e sogni ancora la ragazza per bene per la quale lavorare per tutta la vita mentre lei alleva marmocchi pudicamente: tutta gente perbene che, infatti, fa poi porcate fuori dal sacro talamo nuziale.
Alla frase “sai che mi sego per te” nessuna risponde: “che bello ora accendo la cam e mi masturbo per te” se non sta recitando in un film porno. Nessuna donna vuole passare per troia, e nemmeno la più vacca delle troie te la dà a gratis dopo un approccio così poco invitante. lo so perché io stessa perdo la poesia in casi del genere. Io, che sono molto vacca e molto troia, tanto spesso quando faccio le videoconferenze non aspetto nemmeno che qualcuno mi paghi per orgasmare visto che se c’è una cosa che odio è aspettare il permesso di farlo e quindi lo faccio quando mi pare. Quindi perché tanta ripetitiva ottusità relazionale? In psicologia una modalità comportamentale di questo tipo si chiama “coazione a ripetere”, un evento traumatico a seguito di una pulsione erotica che sposta la sua aspettativa dall’appagamento alla frustrazione e che ripropone se stessa di continuo, come ad esempio coi “tic nervosi”, che da manuale sono un eterno rivivere quell’attimo d’angoscia nel quale si è riversato il desiderio fustigato di toccarsi il pisellino. Ecco che quel “mi faccio una sega” scritto a sproposito si rivela come un tic telematico di una categoria maschile di uomini che quando erano bambini potevano salvare principesse, ma senza toccarsi il pisellino. Purtroppo l’incapacità di questi disgraziati di proporre la propria virilità in maniera reale coincide tanto spesso con un binomio fatale: “mi arrapa e quindi fa schifo”. I suddetti disgraziati percepiscono le necessità e gli aneliti del loro pene come l’identificazione dell’immoralità femminile, quindi quanto una donna risulta sessualmente attraente tanto sarà socialmente condannabile (e condannata). Sono ragazzi educati per la maggioranza delle volte dalle loro madri o da tate, ne vien da sé che non ci troviamo innanzi a una battaglia tra i sessi, ma ad una battaglia oltre i generi tra pochi fuggiaschi e le masse votate a perpetuare questa condanna all’infelicità. Il cazzo tira in una direzione, ma il cuore rifiuta ciò che la mente condanna. E la mente condanna ciò che fa tirare il cazzo. Ecco il segreto degli uomini che odiano le donne: mamma li ha educati così per insegnargli a rispettare le donne, le donne come lei, quelle che se fanno l’amore lo fanno per essere accudite dal maschio. Perché la famiglia è fatta da donne per bene, quelle che la danno a papà solo se proprio devono, e vorrebbero tanto che il loro figlio non avesse il cazzo.