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Generazione (A)

Salario Europeo e Reddito Minimo di fronte alla Sinistra ai Minimi Termini

| domenica 13 gennaio 2013

di Giuseppe Allegri, dal blog della Furia dei Cervelli

Il presidente dell’Eurogruppo Juncker è a favore del “salario minimo” sociale e legale in tutti i paesi europei. “Bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria – ha detto – con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx”.

Ora, c’è una differenza sostanziale tra il “salario minimo” e il “reddito minimo”, ma è evidente che Juncker allude ad una crisi irreversibile del modello sociale europeo e che l’alternativa alla povertà che, da oggi al 2016, colpirà ancora più duramente gli europei è certamente una forma di tutela universale a sostegno della cittadinanza. Poche ore dopo questa dichiarazione, il segretario generale della Cgil Camusso si è detta contraria al salario minimo proposto dall’esponente del Ppe. “E’ un’ipotesi che noi non condividiamo”, ha spiegato Camusso criticando anche il progetto di “non avere contratti nazionali ma al massimo una contrattazione di secondo livello. Noi invece pensiamo che il contratto nazionale sia uno strumento insostituibile”. Non è chiaro se Juncker voglia abolire la contrattazione nazionale, di certo la Camusso ha espresso un veto molto pesante rispetto al “salario minimo”.

Ancora reddito vs. lavoro? 1973 o 2013?
Se fossimo in un altro Paese d’Europa, quello sul reddito sarebbe un dibattito di metà anni ’70 del Novecento, quando la gran parte di quei Paesi introduceva una qualche forma di reddito di base (l’ultima è stata la Francia con il RMI, nel 1988, come grande battaglia della sinistra unita: una chimera per la microcefala sinistra italica), difendendo occupazione e salari (quindi facendo tutte e due le cose!), mentre da noi si pensava alle “convergenze parallele” per rendere equi i “sacrifici” tra classe operaia e ceto medio. Purtroppo, invece, siamo in Italia, gennaio 2013 e della classe operaia, quanto del ceto medio rimangono solo le vestigia e le passioni tristi: quelle della miseria e del risentimento dinanzi a una trasformazione capitalistica che diffonde solo povertà, paura, solitudine. Mentre rimane intatta questa vocazione grigia e pentecostale all’austerità e al rigore, introiettata anche tra le “migliori menti” di quel che rimane della cosiddetta sinistra. Sembra un film montato male e timidamente l’ho segnalammo già un anno fa, all’indomani della formazione del governo costituente del Presidente (anche su il manifesto del 24 novembre 2011).

Per tornare a noi, sembra difficile che in Italia 2013 si realizzino contemporaneamente buona e piena occupazione degnamente retribuita e introduzione di un reddito minimo garantito. Soprattutto: ha senso dividersi su quale tra queste opzioni dovrebbe avere la priorità nell’“agenda” della sinistra italiana? Purtroppo la domanda successiva sarebbe: quale sinistra italiana?

Povera Italia in trappola.
E allora azzardo un bagno di crudo realismo. Il Rapporto UE su “occupazione e sviluppi sociali” ci ricorda che l’Italia, insieme a Grecia, Spagna, Malta e i paesi Baltici, fa parte del gruppo di paesi in cui “c’è un alto rischio di entrare nella povertà e basse possibilità di uscirne, con la creazione di una massiccia trappola della povertà”.

É la Grande Crisi europea e globale – vera trasformazione capitalistica – che precipita le persone nella povertà, a rischio di esclusione sociale, senza differenze generazionali: tra giovani, 15-29 anni, NEET (mentre il tasso di disoccupazione tra la forza lavoro giovanile è di oltre il 37%) e lavoratori Senior (40-50enni e oltre!), prevalentemente indipendenti, autonomi, freelance (quello che un tempo si definiva “ceto medio”, del lavoro autonomo nella crisi italiana, anche di quella che un tempo era la piccola impresa post-fordista) precipitati in condizione da Working Poor, oltre le masse di inoccupati, sottoccupati, disoccupati, espulsi dal mercato del lavoro in età matura.

“Minimun Income”: ce lo chiede l’Europa, dal 1992 e ancora oggi!
Dinanzi a questo vero e proprio default sociale, individuale e collettivo, è la stessa Commissione europea in un documento dell’EU Network of Independent Experts on Social Inclusion sull’Agenda 2020, sorprendentemente sottaciuto in Italia, ad osservare come non siano rispettati i parametri di inclusione e garanzia sociale che i singoli Stati membri dovrebbero adottare nella prospettiva sociale dell’Agenda 2020 e soprattutto dinanzi al perdurare della crisi, notando anche gli effetti negativi delle politiche di austerity (spec. p. 7 del Rapporto). Per arginare queste condizioni di povertà, nelle raccomandazioni finali (p. 13), si ricorda agli Stati membri che devono attivare “degli schemi di reddito minimo (minimum income), che garantiscano un reddito sufficiente per poter vivere in condizioni dignitose, in linea con le richieste contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE 92/441/CEE del 24 giugno 1992”, nella quale si imponeva l’adozione di misure riguardanti il reddito minimo garantito e che solo il nostro Paese, insieme con la Grecia, ha puntualmente e insistentemente disatteso.

“Reddito di sostentamento minimo”? I Professori a ripetizioni europee.
È un’ennesima, esplicita richiesta proveniente “dall’Europa” (tanto per stare alla retorica italiana) di introduzione di un reddito minimo garantito, intorno alla quale in Italia è stata lanciata una proposta di legge di iniziativa popolare. E fa una rabbia immensa rintracciare nella cd. “Agenda Monti” (Un’agenda per un impegno comune. Cambiare l’Italia, per riformare l’Europa) un’abissale ignoranza rispetto a questi temi, soprattutto da parte di un Professore che vorrebbe “riformare l’Europa”. Ebbene, a pagina 18 di questa Agenda, dove si parla di “nuove e vecchie povertà nella recessione”, dopo una rivalutazione della social card di «berlusconiana memoria» si propone di studiare “come creare un reddito di sostentamento minimo, condizionato alla partecipazione a misure di formazione e di inserimento professionale”. A parte la vaghezza di tutto ciò è proprio la formula utilizzata che grida vendetta: “reddito di sostentamento minimo” è una perifrasi che non si ritrova da nessuna parte, nella quale il sostentamento minimo fa pensare a condizioni di vita tutt’altro che degne, a una esistenza condotta aldilà di un’altissima povertà, ridotta alla zoè più infima e misera, se volessimo giocare a fare i piccoli “foucaultiani”, ovvero gli “agambeniani”. Ma c’è poco da giocare: questo è il programma del leader di un Governo di esperti, tecnici, professori che sembra ignorare il minimo (in questo caso l’aggettivo potrebbe essere appropriato) sindacale (metafora sicuramente non gradita!) riguardo le politiche di inclusione sociale europea: e vorrebbe cambiare l’Italia, per riformare l’Europa? Vista la sicumera di questi Professori e il loro continuo elogio del merito e delle competenze, sarebbe il caso di mandarli a ripetizioni di politiche sociali europee.

Il sonno della ragione della politica italiana: né reddito, né nuovo Welfare.
Eppure, per tornare al crudo realismo di poco sopra, siamo consapevoli che Mario Monti con i suoi alleati, insieme con il PD di Bersani, e anche qui i suoi alleati, saranno gli artefici del prossimo Governo. È possibile introdurre un briciolo di ragionevolezza nelle loro politiche sociali che verranno? E, accanto alle inevitabili contumelie sul lavoro, la sua mancanza per molti e la sua creazione per tutti, farli ragionare sulla previsione di un reddito minimo garantito? Siamo consapevoli che nessuna delle forze che governeranno ne parlano, poiché significherebbe dover litigare con: sindacati confederali, per i quali esiste solo il lavoro, per giunta esclusivamente subordinato e a tempo indeterminato e la gestione della sua mancanza deve passare per “tavoli sindacali”; Confindustria, per la quale quel lavoro deve essere sotto ricatto, costare pochissimo e prevalentemente precario; la Chiesa, che non è in grado di andare oltre una visione caritatevole e misericordiosa dell’esclusione sociale. Quindi si tratterebbe di aggredire tutti i paternalismi, corporativismi, familismi, rendite di posizione parassitarie e corruttele che strutturano la società italiana in tante piccole oligarchie dispensatrici di briciole di sicurezza, in cambio della fedeltà e dell’obbedienza. E qui un buon politologo citerebbe la celebre “legge ferrea della burocrazia” di Robert Michels.

Nel nostro piccolo conviene invece tornare all’aspirazione di istillare un briciolo di ragione e ragionevolezza nelle politiche pubbliche, che proprio la previsione di un reddito minimo garantito permetterebbe di riportare in questo nostro, malandato, Paese. Perché, come ci insegna Karl Polanyi prima di tutti, nelle fasi di trasformazione del capitalismo è possibile imporre delle nuove scelte di politiche pubbliche. E la proposta ragionevole di un reddito minimo garantito, insieme con l’ammodernamento di un Welfare che garantisca nuovi diritti sociali fondamentali individuali e collettivi, sarebbero il primo passo di una nuova idea di società e cittadinanza, contro povertà e miseria, se si volesse davvero “cambiare l’Italia, riformare l’Europa”: fuori dal ricatto individuale, dentro l’autodeterminazione delle proprie scelte; per un reale modello sociale europeo, portatore di un’Europa politica: questo sarebbe uso della ragione politica.

Sappiamo invece che è proprio il sonno della ragione a generare i mostri della politica italiana, seppure non varrebbe la pena di scomodare Francisco Goya. E allora c’è sempre da augurarsi che da fuori arrivi almeno un po’ di chiasso, per svegliare quel sonno, sperando non sia troppo tardi e, soprattutto, che quel rumore non sia il tonfo secco e definitivo del fallimento sociale che già corrode da dentro la società italiana ed europea, nell’inettitudine della politica, che sa di essere inscalfibile.