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robocall – selfservice

| domenica 4 settembre 2011

di Daniele Salvini

New York, agosto 2011. Entro da CVS Pharmacy, catena di supermercati Statunitense che vende dai cerotti alle pile passando dalla cartoleria, senza dimenticare patatine o sigarette. Faccio brevemente la mia cosa tra gli scaffali deserti e arrivo alle casse dove non trovo nessuno. Sei casse, tutte accese, nessuno in vista. Anche se CVS come tanti drugstore della sua specie sono aperti 24 ore su 24, adesso sono le 4 di pomeriggio di un giorno feriale qualunque. Eppure non c’è nessuno che abbia anche solo lontanamente l’aria di lavorare lì.

Rimango un pò perplesso colla mia grossa lattina di tè verde freddo al ginger in mano e il mio kit di cucito che vorrei acquistare. Una grossa palla nera lucida appesa al soffitto mi ricorda che qualcuno lassù mi sta guardando. Ma finalmente ecco un ragazzo afroamericano con un gilet che da lontano potrebbe aver cucito al petto una scritta del tipo “CVS pharmacy”. Egli passa veloce dietro il bancone delle casse, mi ignora, si china a prendere qualcosa e riparte. Si è già dileguato tra gli scaffali verso il retro. Lo seguo comunque fino al reparto surgelati ma lì lo perdo, probabilmente si è infilato in una porta dello stesso colore beige del muro, dove il pubblico non può entrare.

Torno verso le casse pensando di attirare l’attenzione con dei colpetti di tosse, o magari sbracciarmi in direzione della telecamera e mi ricordo della città deserta dei tanti film di fantascienza sociologica. Tante domande mi affollano la mente: Sono l’ultimo uomo rimasto sulla terra? Devo tornare fino al reparto frigorifero per rimettere giù il té freddo? Le luci al neon sono minacciose, quando sei solo.

Poi, improvvisamente, parla. Ordina qualcosa del tipo: “appoggia la merce sul bancone”, è una macchina, verso l’uscita del negozio. Anzi, sono quattro macchine in fila, color rosso e metallo (rosso è il colore della catena di drugstore) e sono frettolose e autoritarie.

Metti la roba giù. Non qui, là. Adesso scansionala. Beep! Ora metti la merce nel sacchetto. Metti la merce nel sacchetto. METTI LA MERCE NEL SACCHETTO! Inserisci i soldi o la carta. Non dimenticare il resto. -teglenglengleng- Arrivederci e grazie per aver fatto la spesa da noi.

Ho obbedito e messo i soldi nella feritoia, dopo aver scansionato la merce col suo barcode e me ne esco col sacchettino, il resto e lo scontrino. Un pò spaesato. Non tanto dall’aver dovuto avere a che fare con una macchina parlante, quanto dal non averne potuto fare a meno. Questi robot sono chiamati: “self-service check-out machine”.

La volta che vi faccio ritorno scruto i ragazzi che ci lavorano. Sono contenti di avere una macchina che fa il loro lavoro? Considerano il loro lavoro noioso? Prendono la macchina come una concorrente? Provo a parlarci ma senza fortuna.

La fabbrica Cinese FoxConn, che costruisce prodotti elettronici come l’iPhone Apple, ha annunciato un massiccio piano di riorganizzazione allo scopo di sostituire gli operai in carne ed ossa con delle macchine. I Robot-lavoratori presenti nelle fabbriche sono al momento 10mila ed il CEO Foxconn, Terry Gou ha annunciato di voler arrivare a 300.000 nel prossimo anno. Non viene specificato che fine farà la gente sostituita dai droni-lavoratori. La Foxconn è la famigerata fabbrica dove i lavoratori operano in cattive condizioni, teatro di suicidi, incendi e maltrattamenti al personale.

In USA si avvicina il Labor Day, festa nazionale del 5 settembre dedicata al lavoro, e ai lavoratori. I tentativi di di sostituire robot alle persone per le pratiche lavorative più ripetitive non sono mai finite bene, vedi Detroit. Ma la sola lezione che i grossi capitalisti sembrano avere imparato dalle proteste e scioperi degli ultimi anni è che possono cavarsela con meno persone.

Fortuna che i robot si spaccano/sbagliano facilmente. Basta passare un oggetto “sbagliato” sotto al barcode della macchina per ricevere il messaggio: “Qualcosa è andato storto, please wait for assistance” e il mio amico impiegato al CVS salta fuori dalla porticina beige e viene un pò scocciato a darmi lo scontrino a mano; non ha l’aria di apprezzare il mio timido tentativo di mantenergli il posto di lavoro. Siamo ancora solo nel 2011.