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Recensione di Rumble Bee di Duka e Marco Philopat

| mercoledì 11 maggio 2011

Duka e Marco Philopat, Rumble bee, Agenzia X, 300 pp, 15 euro

A tre anni dall’uscita di Roma K.O. Duka e Marco Philopat, vecchie volpi della narrativa underground, sfornano il loro secondo romanzo scritto a 4 mani.
Già l’incipit, che come ogni lettore sa è una specie di dichiarazione di intenti, la dice lunga sulla verve tragicomica che caratterizza Rumble Bee.
“Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato”.
I protagonista del libro (un incrocio genetico tra i due autori) è infatti un punkettone quarantenne con la sindrome di Peter Pan che cerca di svangarsela nel mondo dell’editoria indipendente.
“Da grande” vorrebbe fare lo scrittore, ma il successo si fa attendere e la fresca pure.
Per sbarcare il lunario fa lo standista per il suo editore, un brav’uomo che però lo sottopaga.
La sua ultima fiamma, una trentenne fascinosa, ricca e irraggiungibile lo ha scaricato, lasciandogli il cuore è in frantumi e la schiena dolorante.
Non c’ha il becco di un quattrino.
Pure gli amici di sempre sembra che non lo sostengano più.
Sembra che nella sua vita tutto sia fermo.
La sensazione di “No future” avanza inesorabile giorno dopo giorno e lo paralizza.
È in preda ad una crisi esistenziale, sentimentale, professionale (nonchè economica).
Ma mentre Malcolm affoga nell’afa e nel tedio dell’estate romana, la crisi esplode in tutta Europa.
Scioperi, manifestazioni, scontri di piazza si susseguono senza sosta.
La sua vena ribelle gli da la carica e lo fa ripartire di slancio.
Ne è sicuro: qualcosa di grosso succederà, basterà una scintilla per incendiare la prateria.
Da vero randagio di professione si perde tra cortei noglobal, festival fricchettoni, camping militanti, improbabili impicci internazionali e altrettanto inafferrabili svolte lavorative in un allucinato trip tra vecchio continente, Asia e Africa.
Si immerge a capofitto in un crescendo di situazioni sempre più grottesche e paradossali, in compagnia di creativi svalvolati, cannaioli cronici, fulminati dalla new age, centrosocialisti reali, zarri globalizzati, imprenditori senza scrupoli.
Insieme ad abbondanti dosi di THC respira il fumo dei lacrimogeni a Copenaghen, il vento del deserto tra Asia e Africa, il caldo smog della pianura padana, alla ricerca di quella famosa scintilla che guizza e poi scompare come un miraggio, un’allucinazione.
Qualcosa che sembra vicino eppure è lontano, come un’illusione ottica.
Rumble Bee narra il nostro presente in maniera originale, con un linguaggio vivace e con ironia tagliente.
Racconta i nostri giorni con gli occhi di chi non sa rassegnarsi alle miserie (materiali e non), si ostina a sognare un mondo nuovo, libero, migliore e di farlo pure con il sorriso sulle labbra.
Perché anche se il tema del libro è la crisi, Rumble Bee è un romanzo pop, pieno di storielle divertenti e aneddoti surreali, che solo un geniale cazzeggiatore come il Duka e uno scaltro narratore come Marco Philopat potevano mettere insieme.
A questo punto posso solo sperare che la coppia di scrittori punk più creativi della Penisola sforni il terzo libro al più presto.

Pablito el drito
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