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Razza e Classe in America dopo Charleston

| mercoledì 24 giugno 2015

WE ARE NOT OURSELVES.JPG

Intervista di Guido Caldiron a Matthew Thomas

«Quando lei e Ed si erano tra­sfe­riti lì, il quar­tiere era abi­tato da irlan­desi, ita­liani, greci ed ebrei, e cono­sce­vano tutti nell’isolato. Poi le fami­glie ave­vano comin­ciato ad andar­sene, una dopo l’altra, e al loro posto sta­vano arri­vando colom­biani, boli­viani, nica­ra­guensi, filip­pini, coreani, cinesi, indiani e paki­stani. Con­nell gio­cava con i nuovi ragazzi, ma lei non andava mai a cono­scere i geni­tori (…). La mag­gior parte dei negozi che amava non c’erano più, sosti­tuiti da altri che ven­de­vano nin­noli e gin­gilli (…). Bar dall’aria losca, fast food, com­mer­cianti all’ingrosso di cibi miste­riosi, risto­ranti che sem­bra­vano fume­rie d’oppio, bot­te­ghe piene di pro­dotti che mai e poi mai si sarebbe sognata di man­giare (…). Sapeva che i cam­bia­menti pote­vano essere con­si­de­rati una parte di ciò che ren­deva grande la città, un’immagine di quello che sarebbe venuto, il ciclo neces­sa­rio dell’immigrazione; ma solo se non eri tu a dover tra­slo­care, o se avevi la dispo­si­zione di spi­rito di un santo. Eileen non aveva alcun desi­de­rio di diven­tare santa, non se que­sto signi­fi­cava smus­sare la rab­bia che pro­vava per quelle persone».

Il sedi­men­tarsi delle sto­rie indi­vi­duali e col­let­tive delle mille comu­nità che popo­lano da sem­pre New York, la con­vi­venza che si fa ogni giorno più dif­fi­cile nei quar­tieri popo­lari della grande metro­poli, fino a sfo­ciare anche in forme di aperto raz­zi­smo sono alcune delle mol­te­plici chiavi di accesso a Non siamo più noi stessi, il romanzo rive­la­zione della scorsa sta­gione let­te­ra­ria ame­ri­cana che Neri Pozza (pp. 736, €19,50) pub­blica ora in Ita­lia nella tra­du­zione di Chiara Bro­velli. Mat­thew Tho­mas, gio­vane docente della Johns Hop­kins Uni­ver­sity, che intorno a que­sto suo esor­dio nar­ra­tivo ha lavo­rato per circa dieci anni, ha costruito una sorta di saga che ruota intorno alla figura di Eileen Tumulty, figlia di immi­grati irlan­desi sta­bi­li­tisi nella zona del Queens, di cui seguiamo le vicende dagli anni Cin­quanta fino ai nostri giorni, in quello che appare come un romanzo della sto­ria ame­ri­cana, del defi­nirsi e dello sgre­to­larsi dell’identità pro­fonda del paese e delle tracce di tutto ciò che restano appic­ci­cate ine­so­ra­bil­mente alla vita di cia­scuno. Temi che evo­cano il clima che fa da sfondo a una strage raz­zi­sta come quella per­pe­trata a Char­le­ston solo pochi giorni fa.

La dram­ma­tica pre­senza del raz­zi­smo e delle discri­mi­na­zioni nella società sta­tu­ni­tense aleg­gia su molte pagine del suo libro. In molti pen­sa­vano si trat­tasse solo di un resi­duo tos­sico del pas­sato, ma l’escalation vio­lenta degli ultimi mesi ci dice che non è così…

Pro­prio quando pen­sa­vamo che le cose stes­sero comin­ciando ad andare meglio sul fronte dell’integrazione e dei diritti delle mino­ranze, è scop­piata la grande crisi eco­no­mica e finan­zia­ria che ha reso sem­pre più dif­fi­cile la vita per la gran parte degli ame­ri­cani: i salari si sono bloc­cati e la tra­di­zio­nale spro­por­zione tra i molto ric­chi e i molti poveri si è fatta sem­pre più evi­dente, al punto che siamo arri­vati a una con­di­zione para­go­na­bile a quella di un paese del Terzo mondo.

Una situa­zione che ha favo­rito il dif­fon­dersi, o meglio il rie­mer­gere, delle tesi dell’estrema destra raz­zi­sta che indica mino­ranze e immi­grati come un facile capro espia­to­rio su cui river­sare il cre­scente males­sere. Si deve anche tenere conto del fatto che, per­lo­meno a par­tire dal periodo della pre­si­denza di Lyn­don John­son (tra il 1963 e il 1969) che varò un vasto pro­gramma che mirava a tra­sfor­mare in norme con­crete l’anelito all’uguaglianza, sia raz­ziale che sociale, espresso dal movi­mento per i diritti civili degli afroa­me­ri­cani, il vec­chio raz­zi­smo supre­ma­ti­sta ha comin­ciato a fon­dersi con le cor­renti poli­ti­che che cri­ti­ca­vano il «big govern­ment», vale a dire l’idea che il governo fede­rale stesse cre­scendo troppo quanto a numeri e poteri, met­tendo in discus­sione le stesse libertà fon­da­men­tali e lo spi­rito del «self-made», indi­vi­dua­li­smo e auto­de­ter­mi­na­zione dei sin­goli, su cui si basa l’identità del paese. Fin da allora, il sen­ti­mento anti­go­ver­na­tivo si è legato al raz­zi­smo puro e sem­plice e i due feno­meni si sono raf­for­zati l’un l’altro, come si vede chia­ra­mente ancora oggi. Nel pieno della crisi l’americano medio, bianco è spinto a pen­sare come vi siano piani e sus­sidi che favo­ri­scono le mino­ranze a suo sca­pito e per que­sta via può avvi­ci­narsi alle tesi della destra repub­bli­cana o dell’estremismo razzista.

Eppure, quando Obama fu eletto nel 2008, molti osser­va­tori par­la­rono della genesi di una «società post-razziale», dove il colore della pelle non avrebbe rap­pre­sen­tato più un fat­tore di discri­mine… Cosa è acca­duto?

Cam­bia­menti pro­fondi richie­dono tempi geo­lo­gici, non si pos­sono rea­liz­zare così in fretta, sem­pli­ce­mente nell’arco di una gene­ra­zione o due. E per capire cosa è acca­duto, da dove parta la strada che con­duce a Char­le­ston, si deve guar­dare all’immediato, agli ultimi anni. L’arrivo alla Casa Bianca del primo pre­si­dente afro-americano ha annun­ciato la pos­si­bi­lità che dive­nis­sero con­crete quelle che, a lungo, sono apparse solo come delle pro­messe non man­te­nute della nostra vita poli­tica e sociale — che si potesse togliere l’America dalle mani delle élite con­ser­va­trici e raz­zi­ste che l’hanno così a lungo domi­nata. Ma sul breve periodo, il peso di Obama come sim­bolo è risul­tato più grande e forte per la destra che ne ha fatto un nemico da com­bat­tere e con­tro il quale gal­va­niz­zare i pro­pri mili­tanti. Que­sto, men­tre i libe­ral — i pro­gres­si­sti come si dice in Europa — che per costi­tu­zione e per natura rea­gi­scono con tempi diversi, più len­ta­mente, lo hanno soste­nuto solo fino a un certo punto. In que­sto senso, non sem­bri solo un gioco di parole, i rea­zio­nari hanno dimo­strato di saper «rea­gire» molto più rapi­da­mente, occu­pando la scena in tutto il paese in fun­zione anti-Obama e sca­te­nando una vasta cam­pa­gna d’odio.

Più in gene­rale, il raz­zi­smo con­ti­nua a restare uno dei prin­ci­pali pro­blemi di una società come quella sta­tu­ni­tense, nono­stante sia fon­data pro­prio sul pro­gres­sivo — e ine­so­ra­bile — mesco­larsi delle diverse comu­nità e sul costante arrivo di nuovi immi­grati. Eppure, anche la pro­ta­go­ni­sta del suo romanzo, Eileen, un’irlandese-americana di seconda gene­ra­zione, legge nello «sbarco» di fami­glie pro­ve­nienti non più dall’Europa come era avve­nuto fino al Secondo dopo­guerra, ma dall’America cen­trale o dall’Asia, un segno di deca­denza del quar­tiere di New York in cui vive. Come spie­garsi que­sto appa­rente para­dosso?

Dob­biamo con­si­de­rare il fatto che le per­sone, noi tutti se ci pen­siamo bene, hanno la ten­denza a dimen­ti­carsi in modo piut­to­sto rapido della sto­ria. A comin­ciare dalla pro­pria. Eileen, nata e cre­sciuta in seno alla comu­nità dell’immigrazione irlan­dese di New York, arriva al punto di vedere i cam­bia­menti che avven­gono nel suo quar­tiere esclu­si­va­mente come un tratto di declino, e que­sto solo per­ché la zona non asso­mi­glia più, sul piano per così dire etnico e cul­tu­rale, a quella in cui è cre­sciuta. Eileen non rie­sce a com­pren­dere il cam­bia­mento in atto e a cogliere fino in fondo il signi­fi­cato di quanto osserva per quello che in realtà è: una sorta di ripe­ti­zione, con altri pro­ta­go­ni­sti, di quello che era suc­cesso ai suoi geni­tori, mezzo secolo prima: ave­vano por­tato la loro iden­tità irlan­dese in quelle stesse strade della grande città, per poi inte­grarsi e arric­chire la società ame­ri­cana.

Lei invece non si rico­no­sce in que­sto pro­cesso con­ti­nuo e guarda ai «nuovi arri­vati» come a una spe­cie di minac­cia, in ogni caso come al sim­bolo della per­dita di sta­tus che lam­bi­sce il quar­tiere e quindi anche la sua stessa fami­glia. E il motore prin­ci­pale di que­sto atteg­gia­mento è pro­prio l’interesse eco­no­mico, il fatto di aver rag­giunto, o di pen­sare di averlo fatto, un deter­mi­nato livello sociale da cui si teme di poter tor­nare indie­tro. È que­sto che spinge le per­sone come Eileen, tanti ame­ri­cani figli o nipoti di immi­grati, a chiu­dere la porta in fac­cia alle nuove — o alle altre, come nel caso del raz­zi­smo che col­pi­sce gli afroa­me­ri­cani — mino­ranze: l’egoismo porta all’oblio. Anzi, è pro­prio per­ché si vuole dimen­ti­care la povertà e mar­gi­na­lità di un tempo che spesso si decide di non vedere come la sto­ria si stia solo ripro­po­nendo con altri interpreti.

Eileen non si rico­no­sce nei nuovi immi­grati anche per­ché inse­gue dispe­ra­ta­mente, fin da ragaz­zina, un pro­getto di affer­ma­zione sociale che la fac­cia uscire dalla zona ope­raia e irlan­dese in cui è cre­sciuta. È ridut­tivo leg­gere nella sua vicenda una meta­fora del sogno ame­ri­cano?

No, a patto che si tenga conto del fatto che, in quanto donna, lei deve però misu­rarsi con dif­fi­coltà ulte­riori e con un modello sociale che negli anni Cin­quanta e Ses­santa, quando fre­quenta le supe­riori e stu­dia per diven­tare infer­miera, tratta a loro volta le donne come appar­te­nenti a una mino­ranza a cui sono rico­no­sciuti solo diritti e pos­si­bi­lità par­ziali. D’altra parte dob­biamo però osser­vare che è vero che Eileen è donna, è povera, appar­tiene a una fami­glia di immi­grati irlan­desi, per di più cat­to­lici, vale a dire ancora una volta una mino­ranza anche in ter­mini reli­giosi nel paese, e per tutte que­ste ragioni farà fatica ad affer­marsi nella società ame­ri­cana, ma è pur sem­pre bianca. Non cono­sce cioè le forme di ulte­riore e spesso tra­gica discri­mi­na­zione che col­pi­vano, allora come in seguito, gli immi­grati pro­ve­nienti da altre parti del mondo o gli afroa­me­ri­cani.

In altre parole, pur tra molte dif­fi­coltà, lei riu­scirà a rag­giun­gere almeno in parte ciò che desi­dera, men­tre ad altri, e sem­pre più spesso negli ultimi decenni, da quando chi arriva negli Stati Uniti pro­viene per­lo­più dall’America Latina o dall’Asia, sarà negato per sem­pre. Essere bianco fa ancora oggi la dif­fe­renza nel mio paese.