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Quando Tunisi bruciava: scene dalla rivoluzione tradita (intervista ad Anna Serlenga)

| sabato 26 aprile 2014

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Intervista di Luca Fazio ad Anna Serlenga, regista teatrale, che mette in questi giorni a Milano «Dégage!», spettacolo incentrato sulle nuove generazioni dei ragazzi della primavera araba

Anna Ser­lenga, 31 anni, regi­sta tea­trale, non si sente un cer­vello in fuga e non ha mai fatto la rivo­lu­zione. Però da un anno e mezzo respira l’aria di Tunisi. Si è rifu­giata in una delle capi­tali delle cosid­dette «pri­ma­vere arabe» per una ricerca di dot­to­rato sul tea­tro al tempo della rivo­lu­zione, e lì ha tro­vato il corag­gio di doman­darsi qual è la vita che non ha biso­gno di essere cam­biata. Di un popolo, ma anche la sua, come quella di chiun­que altro, anche per un solo istante che non è desti­nato a fare sto­ria. La ricerca è diven­tata uno spet­ta­colo — Dégage! — che non vuole cele­brare la rivo­lu­zione tuni­sina ma soprat­tutto inter­ro­gare una gene­ra­zione diso­rien­tata che non sa tro­vare rispo­ste sull’altra sponda del Medi­ter­ra­neo, la nostra. Lo spet­ta­colo che ha debu­tato ieri a Milano al tea­tro Zona K di via Spa­lato 11, zona Isola (con repli­che fino al 28 aprile). Sulla scena tre gio­vani attori rivol­tosi, Saous­sen Babba, Rabii Bra­him e Aymen Mejri. Erano lì quando Tunisi bru­ciava con­ta­giando tutto il mondo arabo.

Non deve essere sem­plice pre­pa­rare uno spet­ta­colo in Tunisia

No, ma sono stata tra­volta da una vita­lità straor­di­na­ria. Ho tro­vato una scena viva­cis­sima e un entu­sia­smo che dif­fi­cil­mente si trova dalle nostre parti. Senza nem­meno accor­ger­mene sono stata som­mersa da diversi pro­getti tea­trali, un caos ma crea­tivo. Fin qui, tutto facile. Il finan­zia­mento ovvia­mente è stato ed è un pro­blema, ancora adesso stiamo facendo una rac­colta fondi. Sia a Tunisi che a Milano abbiamo almeno tro­vato grande dispo­ni­bi­lità di spazi per pro­vare e resi­denze per dor­mire. Rin­gra­zio l’associazione Olinda del Paolo Pini. Il vero pro­blema sono stati i visti, è quasi impos­si­bile per un tuni­sino viag­giare nella for­tezza Europa, anche solo per lavorare.
Per­ché il debutto pro­prio a Milano?

È la mia città ed è stato il mas­simo andare in scena il 25 aprile con un lavoro che chiede al pub­blico di doman­darsi quale è la soglia oltre la quale avver­tiamo la neces­sità di com­piere un’azione per il cam­bia­mento. Non ci inte­ressa fare una nar­ra­zione civile sulla rivo­lu­zione tuni­sina, piut­to­sto vor­remmo ragio­nare con il pub­blico sul signi­fi­cato di ogni ribellione.

Ci rac­conti lo spettacolo?

È una pièce che attra­versa generi diversi, un tea­tro poli­tico che lavora sulla spe­ri­men­ta­zione di lin­guaggi uti­liz­zando mate­riali video e riprese di You­Tube, uno dei motori della rivolta. Gli attori sono pro­fes­sio­ni­sti ma sono anche testi­moni della sto­ria che rac­con­tano, è un tea­tro molto fisico.

Come descri­ve­re­sti Tunisi a più di tre anni dalla rivoluzione?

Abbiamo ini­ziato que­sto lavoro un anno e mezzo fa, ma la situa­zione oggi è molto cam­biata. La reto­rica della rivo­lu­zione è solo un ricordo e la situa­zione per certi versi è peg­gio­rata. La disoc­cu­pa­zione è cre­sciuta, la cor­ru­zione con­ti­nua a dila­gare e gli estre­mi­sti isla­mici comin­ciano a gua­da­gnare spazi di agi­bi­lità che prima non ave­vano. A Tunisi si respira un’aria di equi­li­brio insta­bile ma nono­stante tutto la società civile ha tenuto, prova ne è una Costi­tu­zione laica molto avanzata.

I gio­vani attori di Dégage! qui in Ita­lia li defi­ni­remmo espo­nenti del «movi­mento». È per que­sto che si aspet­ta­vano qual­cosa di diverso?

Una gene­ra­zione intera si aspet­tava qual­cosa di diverso. Saous­sen, Rabii e Aymen hanno par­te­ci­pato alla rivolta come migliaia di gio­vani distanti da asso­cia­zioni o par­titi. Oggi sono disil­lusi, l’energia che li ha tenuti insieme si è dispersa, il movi­mento fatica a ritro­varsi, eppure con­ti­nua a esserci una capa­cità di rea­zione alle cose. I ragazzi non si sen­tono rap­pre­sen­tati, ci sono leggi restrit­tive, soprat­tutto per l’uso degli stu­pe­fa­centi, hanno arre­stato musi­ci­sti e rap­per, di fatto sono gli arti­sti più popo­lari che fanno anche politica.

Come tanti altri, anche tu sei stata attratta dalla rivo­lu­zione. Cosa ti rimane addosso di quell’esperienza?

Sì, è vero. Non ho mai vis­suto un’esperienza equi­va­lente, posso citare Genova 2001 ma non è mini­ma­mente para­go­na­bile alla rivo­lu­zione tuni­sina. Ho incon­trato molti occi­den­tali e tutti cer­ca­vano in qual­che modo di stu­diare la rivo­lu­zione, come per impa­rare a ricreare una neces­sità tutta nostra per spin­gerci a cam­biare le cose. Adesso, come di fronte a uno spec­chio, mi ritrovo con un’intera gene­ra­zione di gio­vani tuni­sini che sta vivendo una sorta di impasse e aspet­ta­tive tra­dite, ma all’interno di un sistema come il nostro che si vuole democratico.