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Primo Maggio Milano. Piove. Eppure c'è il sole…

| lunedì 11 maggio 2015

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Il boato dei primi petardi rimbomba tra la folla e muri dei palazzi milanesi. Passa di testa in testa, giungendo fino alle nostre: quelle della mia amica e della mia.
“Meglio spostarsi e risalire. Qui non è posto per noi.”
Le afferro la mano, mentre gli idranti della polizia cominciano ad annaffiare il gruppo sempre più nutrito di manifestanti vestiti di nero. Sissi ed io cerchiamo un modo per staccarci dal marasma e raggiungere la parte un più calma del corteo. Più avanti, nel mezzo dello spezzone sociale dei centri sociali italiani, dopo i “torinesi”, per raggiungere almeno la componente “milanese”.
Ci infiliamo in una laterale, con l’idea di superare per i lati il grosso del blocco e rinfilarci nella manifestazione. Ma non funziona. La strada laterale è troppo lunga per percorrerla tutta: troppo tempo per arrivare fino in fondo alla via, svoltare e quindi risalire per rimettersi nel corteo. Il rischio è quello di trovarsi in fondo o dietro alla manifestazione: se ci sarà ancora una manifestazione da seguire. La polizia può anche arrivare a spaccare il corteo in più punti e obbligare a una dispersione coatta della marcia, a forza di cariche e lacrimogeni.
Un passante, loden e cravatta, ci chiede cosa stia succedendo.
“La parte più arrabbiata della marcia ha cominciato a riunirsi per provare a fare pressione contro la zona rossa del centro città, creando una situazione di impatto con la polizia. Ma non c’è stato contatto diretto: gli agenti sono schierato dietro i blindati con le reti. Hanno solo usato gli idranti. Infatti, la situazione si sta calmando…”
Già si vedono le bandiere dei gruppetti comunisti: le realtà di movimento che hanno meno confidenza con gli scontri di piazza.
Rientriamo nella strada principale, nella terra di nessuno: tra l’inizio dello spezzone comunista-sindacale e la coda degli arrabbiati. I nostri amici sono dopo quel magma nero. Raggiungerli non sarà facile: quello che c’è stato ora, era solo un aperitivo.

Il banchetto del Primo Maggio meneghino di quest’anno sarà molto diverso da quello a cui ci si era abituati nel corso degli anni. La composizione più festaiola che riempiva la tradizionale sfilata del May Day – quella birra in una mano e canna nell’altra, intenta a raggiungere indefinite estasi sotto le casse dei sound system che pompavano musica rave – sarà sostituita da un variegato arcipelago militante, differentemente determinato, deciso a manifestare la propria radicalità con le pratiche che riterrà più opportune. Per gli amanti del bel suono non mancherà musica dal vivo, con l’Orchestra degli Ottoni a Scoppio, oppure sonorità libertine sparate dall’impianto posizionato sul camion dell’Internazionale Trash Ribelle che metterà a disposizione dell’eccellente birra artigianale, cartelloni ironici e le migliori canzoni pop degli anni Ottanta e Novanta. Ibiza sarà di nuovo vicina.
Un corteo per tutti i gusti e tutte le esigenze, basta solo prestare attenzione alla sua geografia. Ad aprire ufficialmente le danze sarà la vasta rete No Expo, insieme ai No Tav e a tutta una serie di associazioni e gruppi che provare ad elencarli tutti si rischia sicuramente di dimenticare qualcuno. Il camion della Trash segnerà lo stacco di questo spezzo tipicamente no Expo per introdurre quindi quello dell’eterogenea area dei centri sociali italiani: lo spezzone Sociale. Alla loro testa i “veneto-padovani”, quelli che fanno riferimento alla sparsa area della post-disobbedienza, ben lontani dagli autonomi “torinesi” grazie all’intermezzo offerto dai “milanesi” del Cantiere e realtà affini che farà da cuscinetto fra le due aree grazie al suo furgoncino blu e le sonorità hip-hop. Si sa, spesso il dialogo tra le parti può risultare difficile ed è meglio evitare troppi contatti che posso causare attriti e scintille tra il tritolo e la nitroglicerina. Milano ha già visto e vissuto nel 2005 cosa può succedere…
Dietro “Torino” e l’area di Infoaut, ecco quel composito mondo gioiosamente infuriato impossibile da ricondurre a una sola area geografica e di pensiero. Sono Italiani, Francesi, Tedeschi, Spagnoli, Greci e chissà da quale altra parte. Sono anarchici, autonomi, praticanti dell’illegalità diffusa, nichilisti, insurrezionalisti, vetero-comunisti ortodossi, cani sciolti, ultras delle curve rosse o anche chi rifiuta ogni tipo di etichetta. Vederli tutti assieme è un evento unico e quale occasione non è più unica se non l’apertura di una esposizione universale in concomitanza con il Primo Maggio, il giorno dei lavoratori?
Sarebbe da andare a chiedere cosa ne pensano a quell’arcipelago di gruppi comunisti e sindacati di base che sta a chiusura del corteo.

Dell’esposizione universale milanese se ne comincia a parlare nei palazzi della città già dal 2006, sotto la giunta del sindaco di centro-destra Letizia Moratti. La lady di ferro nostrana, già ministro dell’istruzione sotto il regno di Silvio II, è determinata a lasciare un evidente segno di prestigio e lustro nella città in cui si trova ad essere prima cittadina: una bella esposizione universale di 6 mesi, capace di fare arrivare abbondanti piogge di denaro pubblico da Roma. Letizia per proporre la candidatura di Milano all’ente che gestisce le esposizioni universali, il Bureau Inernational des Expositions, ha bisogno di un miracolo politico: l’appoggio del Presidente del Consiglio in carica. Il “centro-sinistro” Romano Prodi.
Dopo le visite degli ispettori del Bie, costati alla città cifre faraoniche (quasi 9 milioni di euro tra il dicembre 2006 e il marzo 2008), il 31 marzo 2008, a Parigi, Milano viene proclamata città dell’Expo 2015, facendo così uscire dai giochi la città concorrente. La modesta Smirne, in Turchia. I successivi tre anni saranno però spesi in dissanguanti lotte intestine tra i partiti e le loro correnti, per decidere chi guiderà il mega appalto dell’Expo. Tre anni in cui si susseguiranno rimescolamenti di incarichi e di poltrone tra gli uomini dei politici, in una schizofrenica giostra contraddistinta da persone tanto incapaci quanto attaccate alla poltrona. Una situazione talmente ridicola e imbarazzante che stava per spingere il Bie a ritirare la delega a Milano. Nel 2011, dopo richiami formali e ultimatum, finalmente ci si mette d’accordo, all’interno di un quadro politico totalmente ribaltato rispetto al 2006. Siamo nel regno di Silvio VI e alla sedia di primo cittadino di Milano adesso siede il compagno Pisapia, exposcettico ma non abbastanza da assumersi la responsabilità politica – e forse storica – di rinunciare a un’esposizione universale nella propria città. Nonostante che Smirne continuasse a proporre la propria disponibilità, offrendosi di pagare la relativa penale che Milano sarebbe stata costretta a sborsare in caso di rinuncia.
Pisapia prova a mediare per un’esposizione sostenibile, diffusa per la città e l’hinterland, ma il Bie è arroccato sulle anacronistiche posizioni di una grande fiera concentrata in uno spazio ben circoscritto e limitato. Meglio bruciare una città, che perdere una tradizione.
Dopo tre anni di litigi tra i politici, impegnati in una spartizione incapace di incarichi e stipendi, ne passano altri tre tra bandi pilotati, appalti truccati e subappalti ad aziende in odore di ‘ndrangheta. È l’ora in cui i palazzinari si mettono in gioco: i terreni dell’Expo, un tempo a uso agricolo e che avevano il valore di una banconota da 20 euro per metro quadro, sono acquistati a 150 euro il metro quadro, con il progetto di rivenderli a 300 euro/mq. Con l’esposizione universale scatta il pretesto per ricevere i fondi necessari per portare a termine – o anche iniziare di sana pianta – grandi progetti che proseguivano sempre più lentamente. Di tutto questo ampio ventaglio di cantieri collaterali (la Tangenziale esterna est milanese, due nuove tratte autostradali, tre nuove linee del metro …), si vedrà la realizzazione solo di alcune di esse e solo in parte, pagate ugualmente a prezzi salatissimi: come le famigerate Vie d’Acqua, che alla fine si concluderà con solo una – necessaria! – messa a nuovo dei Navigli.
Il giro di appalti e mazzette diventa talmente torbido che la magistratura si vede costretta a intervenire. Al 31 gennaio 2015 sono 18 le persone arrestate con reati che vanno dall’associazione a delinquere, turbativa d’asta, truffa aggravata e falso. Viene identificata una vera e propria “cupola degli appalti” che ha al suo vertice personaggi che già avevano avuto modo di fare pratica nel mestiere delle tangenti all’epoca della Prima Repubblica.
Ci si ritrova a meno di un anno dall’inaugurazione che i lavori devono ancora cominciare, però è già chiaro a quali condizioni si troveranno ad operare i manovali impiegati nell’expo. Nel dossier di candidatura si parla di settantamila posti di lavoro, però secondo stime sindacali sono meno di quindicimila, con paghe al ribasso e privi delle più basilari tutele lavorative, a cui sono da aggiungere diciottomila volontari che si avvicenderanno durante i sei mesi dell’evento.
Intanto, ciò che dovrebbe passare alla storia come la fiera del mangiare sano sotto il roboante slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ha come principali sponsors Coca-Cola e McDonald.

Cicchino, birretta e via a ballare sottocassa a ritmo delle sonorità più ignoranti degli ultimi anni. Iniziamolo così il corteo, che se poco-poco mi sbaglio, più tardi si balleranno ben altri ritmi. A birra terminata, Sissi ed io decidiamo di andare a vedere da vicino la componente più arrabbiata.
Lo spezzone “post-disobbediente” si sposta compatto, a muso duro, per mettersi a testa del blocco sociale, aumentando così i metri e le persone che li separano dal cuore arrabbiato del corteo.
Si compattano i primi cordoni tra i vari spezzoni. Riconosco un vecchio amico di Milano, tra le file di ragazzi e di ragazze che si tengono per braccio.
“Bella zio! Come stai? Siamo qui a difesa delle famiglie e dei bambini, nel caso le cose qui dietro dovessero degenerare.”
“Ma il percorso è sempre il solito?”
“No, la questura ci ha fatto cambiare all’ultimo.”
“Spiega allora a lei, che io Milano non la conosco così bene.”
I due si scambiano precise indicazioni geografiche di una città che conosco ancora troppo poco. Sfortunatamente…
Comprendo che si arriverà a Piazza Cadorna e poi si svolterà, per proseguire fino a Pagano che, se tutto mi è chiaro, non è poi così distante da Parco Trenno, dove molti compagni stanno trovando ospitalità in queste notti.
“Ma è previsto qualcosa?”
“Credo ci sarà un bel bordello.”
“Capito… proviamo ad andare un po’ avanti a vedere.”
“Ok! Bella: ci vediamo dopo!”
“Eh: speriamo!”
“…”
Ci salutiamo e ci avventuriamo verso il nucleo caldo della marcia. Pochi gli striscioni, quasi nessuna bandiera, molti curiosi e tanti, tanti ragazzi e ragazze dai vestiti tendenti al nero. Che cominciano la vestizione.
Magliette attorno al viso, con il collo usato come la visiera di una maschera da ninja. Equipaggiamento impermeabile, consistente in giacchetta e pantaloni, che viene attentamente indossato. Chi si allaccia con cura il casco. Chi si infila guanti ignifughi e tiene in tasca una bottiglia riempita ad acqua e Maalox. Chi copre ogni eventuale scritta e simbolo presente sul proprio vestiario, scarpe comprese, con del nastro adesivo nero. E un uomo in sedia a rotelle elettrica sfreccia con disinvoltura tra i gruppi di manifestanti. Porca miseria: ma Lello è venuto fin quassù da Roma?
Ma quanti saranno tutti quanti? Il gruppone funge da calamita sociale per un numero sempre maggiore di persone: giornalisti, curiosi, simpatizzanti, altri compagni attivi. Ben più che un centinaio. Si impiega cinque minuti buoni ad andare oltre quel mare nero. Credibilmente, si va ben oltre il migliaio.
Alla fine del blocco, una manciata di ragazzi regge uno striscione scuro, dai tenui caratteri bianchi scritti con lo spray. All You Need Is Love. E una molotov stilizzata usata come firma.

In un testo ormai datato, ma solo perché gli eventi lo hanno rapidamente superato, l’antropologo francese Alain Bertho nel suo “Le temps des émeutes” analizza e mette in relazione tra loro le numerose rivolte che si sono susseguite in giro per il mondo: dall’esplosione delle banlieue francesi del 2005, alle infuocate piazze greche dell’inverno 2008-09. Fiero sostenitore del metodo dell’osservazione diretta dei fatti, Bertho cerca per quanto possibile di leggere i fenomeni sociali nella loro interezza soggettiva, non limitandoli quindi a un semplice sintomo di congiunture sociali già note (pag. 50).
Il testo è stato pubblicato a metà del 2009: non ha modo di studiare i fenomeni insorgenti e assai più radicali che si sarebbero dati da lì a breve. Non si troverà dunque la descrizione delle primavere arabe, o delle sempre più radicali esperienze territoriali come i No Tav (sebbene ne si faccia cenno) oppure delle ZAD francesi, sempre più diffuse a resistenza della proliferazione delle grandi opere inutili.
Quello che prova a fare il professore francese è di tracciare delle linee comuni tra le diverse esperienze. Ne emerge un quadro dove spesso i protagonisti delle rivolte – che nella stragrande maggioranza dei casi agiscono in un contesto urbano – sono giovani provenienti dalle fasce più escluse delle reti sociali, per la maggior parte originari delle sterminate periferie metropolitane, non-luoghi dove i servizi al cittadino sono inefficienti, scarsi, se non del tutto assenti. Una componente del paesaggio metropolitano che si sente esclusa dalle opportunità che la società attuale sostiene di proporre: il loro furore si rivolge contro le vecchie democrazie che non onorano più le antiche promesse di uguaglianza (pag. 81).
I detonatori di questi complessi fenomeni sociali che prendono il nome di “rivolte” sono i più disparati. Possono andare da una partita di calcio a quello che è percepito come un abuso di potere da parte delle forze di polizia, possono avere una connotazione razziale come possono riguardare le condizioni di lavoro oppure il carovita, o la difesa del proprio territorio da devastazioni e speculazioni. Qualunque sia la ragione di base, ciò che spinge la componente giovanile a scontrarsi con la polizia in un conflitto che sarà certamente condotto ad armi impari, è la percezione diffusa di un profondo senso di ingiustizia. Poco importa se dallo scontro si riuscirà a sanare effettivamente questa prevaricazione: ciò che conta è l’agire, il mostrare che la misura è colma e che così non si può più andare avanti.
I meccanismi di risposta da parte dello Stato tendono ad assomigliarsi in qualsiasi parte del mondo: repressione immediata tramite l’intervento della polizia e silenzio sui fatti da parte della stampa. Bisogna evitare il contagio. Qualora non risultasse possibile ridurre a silenzio le proteste, allora si mettono in funzione i dispositivi di criminalizzazione e di oscuramento delle ragioni delle stesse, con l’artificiosa distinzione tra la componente buona e legittima dei manifestanti e la sua componente criminosa e irrazionale.
Ciò che una volta erano le strutture più autorevoli di mediazione dei conflitti sociali, i partiti e i sindacati, in occasione delle rivolte assumono la qualifica di conservatori dello status-quo, se non di veri e propri dispositivi anti-insurrezionali para-statali che affiancano la polizia nell’opera di repressione. La rivolta irrompe nell’agone politico tradizionale spesso senza preavviso e quando la si prevede, i tradizionali meccanismi di prevenzione – perquisizioni, arresti, intimidazioni … – non fanno che alimentare un clima di tensione già esistente.
La rivolta però non è politica, almeno non nel senso tradizionale del termine. Non chiede allo Stato di fare giustizia, ma tende a rompere ogni meccanismo di delega e cerca di farsi autonomamente giustizia. I giovani nelle strade mostrano che ogni mediazione tra gente e Stato – ciò che si chiama politica – oggi è venuta meno. Si afferma che la rivendicazione delle proprie ragioni e il farsi capire dalle istituzioni non passa più per la tradizionale traduzione politica, ma tramite un faccia a faccia che può essere violento. Essenzialmente si sostiene che la politica non esiste più, perché non esiste alcuna più possibile traduzione tra quello che è il proprio spazio di intellettualità e quello dello Stato. In questo senso, la rivolta è da intendersi più come un atto “post-politico” che “pre-politico” (pag.197).
Altro grande comune denominatore delle rivolte è quindi questo grande e diffuso senso di totale sfiducia verso lo Stato e la politica. Sfiducia che passa per il totale rifiuto di qualsiasi forma di interlocuzione e che si esprime con i mezzi ritenuti più idonei a seconda delle circostanze. Il ricorso a pratiche definite come violente non è che uno strumento in più da aggiungere alla cassetta degli attrezzi.
Si commette però un abbaglio a cercare una regia unica dietro la rivolta. La rivolta ha luogo per tutta una serie di circostanze che spesso sono fuori dalle possibilità di intervento degli stessi protagonisti. E gli attori in gioco non vanno visti come un’unica entità compatta e organizzata, bensì come una rete in continua evoluzione di singoli e di realtà eterogenee che spesso, prima di quell’evento non si conoscono e che faticano a tenere un contatto tra loro al termine dello stesso. Ciò vale pure tra le realtà più politicizzate e militanti.
Caratteristica è la scarsa organizzazione che precede la rivolta e una fatalistica adozione del principio “vediamo come si sviluppano le cose”. Lo sconto non è gestito da organizzati servizi d’ordine che si spartiscono competenze, ruoli e territori, ma da gruppi di affinità che agiscono e si muovono secondo le necessità – e le volontà – del momento. Questi gruppi di affinità, unione estemporanea e temporanea di soggetti diversi, così come si sono creati, si vanno a dissolvere: in attesa della prossima occasione.
Nei Paesi occidentali, o per lo meno in Europa, l’unica tattica comune e coordinata è l’adozione di un vestiario nero, o comunque tendente allo scuro. Il nero rende difficile l’identificazione da parte delle forze dell’ordine, permette ai manifestanti di confondersi tra loro, con il duplice effetto di offrire protezione a chi ne fa parte e di attirare l’attenzione di tutti gli altri manifestanti. Un implicito ma ben visibile invito ad andare a ingrossare le fila del “blocco nero”.

Finalmente riusciamo a lasciarci alle spalle il cuore pulsante, frenetico e arrabbiato della manifestazione. Abbiamo avuto premura di lasciarlo prima che evolvesse a livelli di furia cieca. Non perché non si fosse d’accordo, ma perché si è totalmente impreparati. L’unica cosa che si ha di nero è uno zaino in due, con dentro solo un unico, sparuto, solitario limone. Un po’ poco per resistere a una pioggia battente di lacrimogeni.
Sciamiamo per le zone sicure del corteo, cercando di capire meglio il da farsi. Proviamo a raggiungere la testa della manifestazione? Vediamo come vanno lassù le cose?
Girovaghiamo, gettando ogni tanto lo sguardo alle nostre spalle. Ogni volta ci si illude di poter riuscire a vedere qualcosa, di capire qualcosa oltre e sopra quel mare di teste. Ma c’è soltanto fumo. E non si riesce nemmeno a capire se sono fumogeni, lacrimogeni o il prodotto di qualche incendio.
A un certo punto, un vecchio viso amico. Pi! Saranno anni che non ci si vede: irrequieto e poliedrico artista del lato oscuro di questa metropoli schizzata.
Sta con amici e altra gente del suo giro. A quanto sento, non sono l’unico ad averlo riconosciuto …
“Minchia! Stavo a farmi un giro nella zona dei black bloc, quando alcuni cominciano a salutarmi, a darmi pacche sulle spalle, a stringermi la mano. Bella Pi! Ciao Pi! Che si dice Pi? Mentre si vestivano e la Digos faceva foto da tutte le parti. Ma vaffanculo! E dire che rompono tanto le palle sulla discrezione …”
A giudicare dalla sua felpona rossa, neppure lui pare troppo preparato per unirsi alla marmaglia. Si sarà pirati in un’altra occasione.
“Bella Esse! Allora, come stiamo? T’ha detto l’editore che siamo usciti con un nuovo libro? Guarda, ho una copia di ‘re/search milano’ proprio qui nello zaino.”
Senza nemmeno rendermi bene conto, mi ritrovo alleggerito di una ventina di euro, ma arricchito di un mattone che racconta il lato alternativo di una Milano che si conosce poco. Genuine storie di strada.
Dopo l’intermezzo letterario-commerciale si ritorna alla storia attuale. La strada è ancora lunga verso Pagano.
“Consiglio di muoversi veloci una volta arrivati a Cadorna: evitiamo di fermarci in quella piazza.”
Attraversiamo il piazzale a un passo quanto più rapido possibile, nonostante la calca di gente. Si sente sempre di più il peso delle trentamila persone. Osservo tutte le banche che ci sono e non posso fare a meno di pensare a come non ne rimarrà vetro su vetro, tra poco. Cazzi loro!
Il corteo è un continuo accelerare e rallentare. Allungare il passo per evitare di rimanere coinvolti dal bruciante fumo dei lacrimogeni della polizia, per poi fermare il ritmo ed evitare che si creino troppi spazi tra gli spezzoni, sfilacciando il corteo. La cosa peggiore che possa capitare è che la polizia carichi e arrivi a spezzare la manifestazione. Come si ribadisce più volte dagli impianti stereo: state vicini ai camion e non disperdetevi.
Noi, per rimanere uniti e non perderci tra la folla, ci vediamo costretti a improvvisare un cordone. Anche il blocco degli scrittori fa la sua comparsa…
Finalmente si arriva a Pagano, ma la marcia decide di proseguire. Almeno fino alla più vicina stazione della metropolitana aperta, per permettere a tutti di defilarsi in sicurezza.
Una leggera e continua pioggia ha deciso di accompagnare il congedo della manifestazione, ma prima di mollare tutto: pausa pipì. Sempre con la speranza che la polizia non sfondi, trovandoci con l’uccello in mano… Per fortuna i cordoni dei compagni reggono ancora, nonostante il fumo dei lacrimogeni inizii ad arrivare anche a Pagano.
Dobbiamo distendere i nervi. Prima di prendere la metro, ci prendiamo una birra ciascuno. Pi avanza di andare a rilassarci un po’ da lui. La pioggia aumenta sempre di più.

“Ma qualcuno ha avuto modo di essere in mezzo agli scontri?”
“Io ci sono stato per un po’, ma mi sono presto defilato. L’aria era irrespirabile. E vabbè… hanno rifatto a nuovo la sede dell’Enel, ma ho visto anche sfondare le vetrine di un Picard e di un’agenzia viaggi.”
“Un’agenzia viaggi?”
“Quando parte il kindergarten non ci si capisce più un cazzo. Ma hanno almeno saccheggiato il Picard, quello dei surgelati?”
“Neppure quello. Solo vetrine sfasciate.”
“Manco l’esproprio. Qui mancano le basi…”
“Hai visto bruciare auto?”
“Qualche suv: ci si concentrava per lo più alle vetrine delle banche. Credo che lungo il percorso non ne sia rimasta una sana.”
“Fatemi dare un occhio ai tweet: vediamo se si dice qualcosa. Auto bruciate … commenti a cazzo che si sprecano … Oh sì. Questo sì che è importante.”
“Cosa?”
“Fedez si dissocia dalle violenze.”
“Siamo noi che ci dissociamo da lui. Ma si dice nulla sugli arresti?”
“Aspe … l’Huffington Post parla di cinque fermi e una decina di poliziotti feriti.”
“Si sa chi è stato preso?”
“Nomi ancora non se ne fanno…”
“Saranno persone che si tenevano ai margini. Quando si crea e si muove, il blocco nero è per paradosso la parte più sicura del corteo. La caotica calma dell’occhio del ciclone.”
“Mi vien da dire che oggi è andata bene. Domani non si parlerà che dei casini e ‘fanculo l’expo. Gliela abbiamo fatta noi una bella inaugurazione.”
“Seee… adesso però tocca ai compagni che restano a Milano gestirsi la cosa politicamente e smazzarsi tutto il carico di repressione che adesso seguirà di sicuro. Una bella trave nel culo, altroché!”
“Certo! Un bel problema, ma che si voleva fare? La solita sfilata per il centro di sfattoni sottocassa? Purtroppo se non vengono fuori scontri, dopo nessuno ne parla.”
“Ma almeno le auto sono da evitare di bruciare.”
“Si cerca sempre di colpire solo quelle di lusso. È chiaro a tutti che se hai il suv sei un coglione.”
“Nella situazione italiana, il suv che brucia causa repulsione: grossomodo tutti in Italia hanno l’auto e quando ne si vede una che brucia, c’è la tendenza a pensare alla propria. Mentre la vetrina sfaciata della banca è già molto più facile che raccolga solidarietà.”
“Che si possa fare di meglio sono d’accordo. Si può sempre migliorare. Dico solo che per fortuna certe stanche dinamiche fatte di sfilate per i diritti e la democrazia si sono esaurite. Pure la giornata di oggi ha mostrato i suoi limiti: il riot per il riot non porta a un cazzo, ma almeno – per me – si è andati una volta tanto nella giusta direzione.”
“Sarà. Intanto chi resta a Milano adesso se la dovrà vedere con la polizia che sarà decisamente avvelenata.”
“Quelli infami lo sono di mestiere. E sono anche vigliacchi. Quando c’è da menare le maestre si fanno leoni, ma mica lo hanno avuto il coraggio di venire a contatto fisico con noi oggi.”

La pioggia bagna Milano in questa lunga notte che lentamente porta il 2 maggio. L’alba sembrerà non arrivare mai per chi ha deciso di dormire al campeggio a Parco Trenno, o in qualche struttura militante. Anche per questo ho deciso di starci lontano, trovando rifugio da dei vecchi amici.
Sissi è a farsi la doccia. La sua coinquilina dorme: domani lei lavora. All’Expo. Lei è una di quelle chiamate il 20 di aprile per presentarsi alla fiera puntuali il 22, due giorni dopo, senza nemmeno l’ombra di un contratto. E cazzi suoi se per caso lei è di Roma e questo significa precipitarsi al Nord, senza garanzie, pur di avere un lavoro. Avrei voluto chiederle quanto la pagano, ma sono stato discreto: ho evitato di infierire. Lei avrebbe avuto più diritto di tanti altri a venire con noi al corteo e vestirsi di nero. Più penso all’Italia e più mi stupisce che fenomeni come quelli di oggi non avvengano più spesso: ce ne sarebbe un gran bisogno.
Mi servo un bicchiere di amaro e ricerco una vecchia canzone di un cantautore milanese: credo che al di là di un certo vecchio circuito militante, sia poco noto. Con la sua ironia aveva cantato degli anni Settanta, dell’Autonomia e della sua città. C’è da chiederselo ancora, come la sua canzone, oggi “Milano cosa fa?”.

Me la ricordo grigia
a galla nella nebbia
le strade lastricate
il naviglio e la sabbia.

Una città discreta
s’illuminava a sera
segnava con Mazzola
sognava con Rivera.

Come cambia Milano,
com’è sempre più strana
un miraggio nel pozzo
e Milano è la luna.

Come cambia Milano
come corre dispersa
ragnatela volante
che non sa la direzione
e Milano si è già persa.

Era una striscia rossa
su Piazza Fontana
Il Corriere parlava
la voce di “Madama”

Era divisa e viva
e si dormiva poco
sognando un vento caldo
che la mettesse a fuoco

Come cambia Milano,
che rifiuta il lavoro
per lavorare il doppio
e cambiare il piombo in oro.

Come cambia Milano
ogni giorno si espande
macinando cemento
e confuse passioni
e Milano è più grande.

Ma chi è scappato
la porta con se
con quello che è cambiato
e con quello che c’è
E vivi molto meglio li
dove stai, ma Milano cosa fa?

E la ritrovo sporca
di abiti firmati
di macchine da mafia,
di uomini abbronzati.

Una città volgare
che gode nel rumore
una città cresciuta
a misura d’assessore.

Come cambia Milano,
luccicante latrina,
un pozzo di petrolio
che puzza di trielina.

E’ Milano che mangia
e non chiude la bocca
è Milano ubriaca
di soldi e veleno
e nessuno più la tocca

Ma chi è scappato
la porta con se
con quello che è cambiato
e con quello che c’è
E vivi molto meglio li
dove stai, ma Milano cosa fa?

E Milano, e Milano,
e Milano,
E Milano, dimmi cosa fa?
E Milano, e Milano,
e Milano,
E Milano, dimmi cosa fa?

Chi può farlo parte
se ne va, senza più rimpianti
e Milano dimmi cosa fa?

Vivi meglio, cambi di città
ma ci pensi sempre
e Milano, dimmi cosa fa?

E Milano, e Milano,
e Milano,
E Milano, dimmi cosa fa?

E Milano, e Milano,
e Milano,
E Milano, dimmi cosa fa?
Cosa fa?

Oggi a Milano piove. Eppure splende anche il sole.

Landolf Lerith