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Pride 2016, l’Expo dei Gay

| sabato 25 giugno 2016

Alle 15.20 piazza Duca d’Aosta è già gremita di gente. Ci sono cinque tir, uno pure del pd milano ( ironicamante PD – in francese “pedé” – vuol dire “frocio”) che sparano musica e tre furgonicini stracarichi di banner pubblicitari: c’è Radiopopolare a fianco di Vitasnella, oggi, pure di vendere, in versione gay friendly. Alle 15.30 arriva pure la banda di napoletani, quella che per 15 anni ha già parassitato la Mayday con i carretti di birre calde a 4 euri.
Parto con le buone novelle: in mezz’ora la piazza si riempie di giovani (20-25 anni) e giovanissimi (16-20) che sembrano molto più consapevoli dei loro coetanei di qualche anno fa dei propri gusti sessuali. Molti vengono dalla provincia, ostentano tagli ultimo grido e colori sgargianti, si baciano e abbracciano in strada. I più sbarcano a frotte con l’arrivo dei treni, altri escono dalla metro, qualcuno in bici. Sono allegri, bella lì.
Ad una certa avvisto una supertrans con due mega-boobs da cartone animato, un abito di plastica nero bucherellato. È lei la regina del pride, ne incarna al meglio lo spirito irriverente e carnevalesco, ma ci racconta anche la voglia di protestare, in questo caso contro armi e violenza, usando in maniera creativa il proprio corpo mutante e statuario. Peccato che sia l’unica o quasi a vivere questa giornata in questa maniera.
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Per quanto mi riguarda, infatti, qui finiscono le buone notizie.
In un’ora e mezza che sono stato sui gradini a spinnazzare, nessuno dagli otto carri ha fatto un ragionamento, anche minimo, sulla legge sulle unioni civili appena approvato: è una legge per la quale la comunità lgbt ha atteso molti anni. Certo, il testo apprvato ha diviso la comunità, ma il silenzio totale su questo argomento mi fa pensare. Anche il silenzio sul fatto che la comunità gay è centrale in certi ambiti dell’economia della città: moda, design, comunicazione – nada de nada – mi fa fare mumble mumble.
Ma visto che la politica non c’è, (se non nel senso dell’occupazione momentanea di uno spazio pubblico, ben scortati dalle forze dell’ordine e coi permessi, sia ben chiaro, c’è pure il piddì in versione finto-gay), almeno ci fosse la musica.
La “musica” che ho avuto modo di sentire era un “audio valium” commerciale, standardizzato, spesso mal mixato (cosa ben grave nell’epoca dei traktor, che mette a tempo da solo, basta pigiare il tasto del mouse).
gnj5866
A livello di impatto comunicativo il corteo impatta ben poco: pochi i cartelli autoprodotti e nessuno striscione, invece tanto fashion-ismo di cui, vivendo a Milano città della moda, ne ho già fin sopra i capelli nei giorni normali, figuriamoci con 35 gradi al sole e l’umidità al 90%.
In compenso tanti gli strisioni pubblicitari: vedendo questa piazza si ha l’impressione che essere gay più che un modo di vita “diverso” sia uno stile di consumo oramai ben marketizzato: vitasnella, join the gap, brand del sottobosco del consumo gay/trendy etc etc, flyer tristi e triti, musicaccia plasticosa e tutta uguale. Ma che cazzo!

Onesamente più che un carnevale gay mi è sembrato un expo gay.
Ci mancava giusto Maria de Filippi a completare il “pinkwashing”.
Magari pure lo zio Beppone #Sola a staccare i biglietti e quattro ore di fila al padiglione nippo-gay, per il resto c’era tutta la merda in stile expo: pacificazione sociale, poche tette/culi (siamo in un paese cazzolico, signori miei), tanti immancabili selfie e la musica da balera di serie Z… e pure la ghenga dei “napoletani” a farsi il business con le birre calde a 4 euro. Alle 16.50 mollo il colpo, manco impasticcato fino al midollo avrei resistito un minuto di più!
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