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Post-MiTum

| venerdì 15 ottobre 2010

Troppi tacchi a spillo hanno affollato questa edizione di MiTo, e non è una questione di puzza sotto il naso, ma di costruzione di un ambiente adeguato. La serata conclusiva milanese, quella più interessante grazie alla presenza del geniale Señor Coconut, era ribattezzata “Music meets fashion”, con sponsorizzazioni di moda ovunque, red carpet per i buttafuori e distribuzione di prosecco del discount (ma su questo non ci si lamenta). Se poi il tutto va ad accompagnare un live distrutto da tal Argenis Brito, l’unico cantante che riesce ad abbinare mancanza di voce a stonature e pessima presenza scenica, il castello vacilla sempre più.  Era necessario? Non ci siamo già dovuti sorbire anni di Esterni e fiere varie in cui la musica ha dovuto incontrare (e sottomettersi) qualsiasi porcata dal design alle automobili? Non sarebbe ora di pensare, finalmente, a una semplice “music meets listeners”? E non è MiTo ad avere la giusta autorevolezza per questa piccola prova di forza? Probabilmente no, ed eccoli i compromessi, quelli di una città in cui per sfuggire ad una piovra bisogna abbracciarsi ad un polpo, dove servono gli showroom degli stilisti per uscire dalla muffa dei teatri. È un segnale di debolezza per MiTo, ma anche la sfida per il suo futuro.

Perché le impressioni che hanno lasciato queste serate sono tutte positive, a partire dal dato numerico, che conta quanto si vuole ma è indicativo. Il pienone dei concerti della rassegna (spesso esauriti con giorni di anticipo) ci dice che Milano non è il mortorio che vediamo, che sotto sotto batte ancora un cuore desiderante. Soprattutto se si va a vedere la qualità delle proposte che portano il pubblico: nella città delle feste dell’electro berlinese, arriva il boom per i concerti jazz, per i dervisci rotanti, ma pure per l’omaggio a Donatoni al Conservatorio o addirittura per il live di Phill Niblock, 3 ore di drone-music atonale, in cui va detto che il pubblico si va riducendo da 300 a 30 persone, ma c’è.

Questa è la vittoria di MiTo 2010: uno squarcio nel silenzio di questa città. E diventa curioso osservare come ad operare questa cesura sia una rassegna su cui il Comune investe parecchio (e se ne vanta ancora di più); quella stessa amministrazione che può essere considerata in buona parte responsabile dell’immobilismo milanese. La sfida non è solo per la crew di MiTo quindi, quanto per il Comune stesso: la sfida è quella di apprendere dalla lezione di questo tentativo vincente, e riportare lo spirito di MiTo (sperando in una crescita nella qualità a tutto tondo) nella quotidianità di Milano. Un “MiTo diffuso”, in grado di valorizzare le esperienze virtuose che già esistono in questa città, ma si trovano soffocate dalla dittatura burocratica e dai coprifuoco. O ci sarà qualcuno in grado di raccoglierla, questa sfida, oppure, come ogni mitologia, diventerà noiosa leggenda e nulla più.