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Pisapia Fa il Mastrolindo

| martedì 5 maggio 2015

Nessuno tocchi Milano

di Luca Fazio

Dopo le vetrine in fran­tumi del primo mag­gio, il display di Banca Intesa sug­ge­ri­sce la pos­si­bi­lità di devol­vere un euro in favore dei com­mer­cianti di corso Magenta. La signora della gastro­no­mia sici­liana di fianco, sim­pa­tica, sug­ge­ri­sce “sedia a rotelle per tutti”, senza fare troppe distin­zioni. Sono le due solu­zioni pre­va­lenti che ven­gono decli­nate nei discorsi dei sin­ceri demo­cra­tici che oggi cer­cano di capire: repres­sione ma anche mano sul cuore all’altezza del por­ta­fo­glio, è l’orgoglio pic­colo bor­ghese della città che può nascon­dere qual­cosa di feroce. A Milano, dopo il week end più com­pli­cato degli ultimi anni, si respira una strana puzza di Cif ammo­nia­cal. Dà alla testa, bru­cia un po’ in gola e l’aria che tira non odora certo di pri­ma­vera aran­cione. Ma quasi tutti sono sod­di­sfatti dopo la disin­fe­sta­zione delle ragioni (o sra­gioni) dei No Expo.

Sono gior­nate strane, gli acca­di­menti ven­gono rumi­nati con len­tezza: l’unanimismo ini­zial­mente pre­va­lente (bene con­tro male, buoni con­tro cat­tivi) il giorno dopo lascia sem­pre il posto ad argo­men­ta­zioni più arti­co­late. Il “movi­mento” è in pausa di rifles­sione. Le lace­ra­zioni sono pro­fonde, anche per met­tere a fuoco quella che è già pas­sata alla sto­ria come la mar­cia trion­fante della società civile che ha ripu­lito Milano per resti­tuirla ai mila­nesi in tutto il suo splen­dore. L’enfasi è imba­raz­zante. “La nostra città”, si esal­tano i ven­ti­mila puli­tori volon­tari scesi in piazza con le spu­gnette e arrin­gati dal sin­daco Giu­liano Pisa­pia, uomo che que­sti mec­ca­ni­smi di fasci­na­zione delle masse dovrebbe cono­scerli a memo­ria. L’identificazione spon­ta­nea con “la nostra città” è rive­la­trice, se è vero che il “blocco nero” non ha spac­cato o imbrat­tato sim­boli par­ti­co­lar­mente cari alla sto­ria di Milano: vetrine, fine­strini, mica le guglie del Duomo, Santa Maria delle Gra­zie o lo sta­dio del “tri­plete” (e di Van Basten).

Al netto di pre­ce­denti sto­rici fuori luogo, la mar­cia dei 40 mila del 1980, quella sugli Champ Ely­seés del 1968, è chiaro che que­sta è un’altra maz­zata per chi non può stare né con l’unica oppo­si­zione esi­stente con­tem­plata dalla post poli­tica (riot inof­fen­sivi per il potere) né con il “par­tito della nazione” che è sceso in piazza per ripu­lire il dis­senso. Non solo il blocco nero ma anche le ragioni di chi con­te­sta. Forse incon­sa­pe­vol­mente, forse mosso da quello spi­rito civico ambro­siano che pur­troppo non si palesa spesso sulla scena pub­blica. O forse per­ché fuor­viato da una nar­ra­zione tele­vi­siva ridon­dante e fun­zio­nale a tenere alta la ten­sione (l’audience).

La domanda è: dav­vero non c’è qual­cosa che non va in quella mar­cia degli “angeli” col Cif ammo­nia­cal in mano? L’apologia del “blocco nero” è stata ridi­co­liz­zata dal famoso video del “pirla” incap­puc­ciato che ha goduto guar­dando spac­care qua e là. Bene. Però, in que­ste ore, cir­cola un video dove una ragazza viene aggre­dita (ver­bal­mente), insul­tata e poi inse­guita fino in metro­po­li­tana. La cir­con­dano, la insul­tano, non la lasciano par­lare. “Stronza”. Chie­deva per­ché mai in altre occa­sioni (cor­ru­zione, mafia, scan­dali) la “società civile” non si era dimo­strata altret­tanto solerte. “Prendi la spu­gna e vai a lavo­rare”, un grido ripe­tuto all’infinito. Una scena par­ziale ma auten­tica e penosa. La giunta aran­cione, e poli­ti­ca­mente è un merito, così facendo forse ha rubato la scena a Mat­teo Sal­vini che ieri si è ritro­vato in piazza cir­con­dato da quat­tro gatti e otto fasci­sti. Bravi. Ma con i sen­ti­menti della gau­che Mastro­lindo che a buon mer­cato si spac­cia per “l’angelo del fango” prima o poi biso­gnerà fare i conti. Anche pic­coli som­messi pen­sieri. I muri da sem­pre par­lano e non è stato bello vedere il nome di Carlo Giu­liani can­cel­lato con tanto zelo da ven­tenni incon­sa­pe­voli con la felpa della Nazio­nale. E, comun­que, la scritta “Expo uguale cemento” non è un lascito dei brutti e cattivi.

Se ne può ripar­lare tra “noi”, o va bene così? Para­dos­sal­mente, ma sem­pre e solo nelle chiac­chiere fra amici, la ripu­li­tura dei muri ha risve­gliato una sorta di orgo­gliosa incaz­za­tura tra chi in que­ste ore è rima­sto senza voce. C’è chi si è stu­pito dopo aver abboc­cato al richiamo della piazza, altri che per dovere (espo­nenti poli­tici) se la riven­di­cano pur sot­to­li­neando che biso­gna pren­dere le distanze da certo livore. Altri sono più netti: “Ope­ra­zione poli­tica ver­go­gnosa”. L’analisi più schietta l’ha postata Pre­ca­rious Ano­ny­mous su Mila­noX: “Il giorno dopo, con Pisa­pia che arrin­gava la folla dalla pen­si­lina di Cadorna, bran­dendo scopa e paletta, l’altra Milano è apparsa. Quella del potere, quella con­for­mi­sta, quella con­ser­va­trice. Età media: 50 anni. Tutti col lavoro e un busi­ness da difen­dere. Chi avrebbe voluto lin­ciare i ven­tenni era lo stesso che li paga 500 euro al mese. Pisa­pia per non chiu­dere la sua espe­rienza su una nota fal­li­men­tare ha esal­tato l’orgoglio bor­ghese della città spe­rando di sot­trarlo alla destra, e così facendo ha dimo­strato di quale classe fac­cia parte”. Un punto di vista. Non iso­lato, ma non pre­pon­de­rante se con­fron­tato con le con­si­de­ra­zioni di quella cari­ca­tura di mag­gio­ranza silen­ziosa che si sente “di sini­stra” e che si ritrova a suo agio con il Cif in mano, senza troppo ragio­nare su un’operazione ambi­gua al punto da evo­care pre­ce­denti imbarazzanti.