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Sub/Culture

PJ20. Drop the leash.

| venerdì 30 settembre 2011

Non sono passati 20 anni, ma quasi. La musica in televisione di spazio non ne aveva granché nemmeno allora, ma forse qualche minuto in più sgomitando riusciva a conquistarselo. Insomma, non erano ancora tempi di fattori X e Lady Gagas. C’era un programma che si chiamava “Notte Rock”, andava in onda in orari da segaioli su uno dei primi due canali Rai, quale non ricordo. Una trasmissione che finì malissimo come tutte le altre, con un’edizione condotta addirittura da don Mazzi in diretta dalla sua comunità, che parlava di come la MMusica possa aiutare i GGiovani e tenerli lontani dalla DDroga.
“Notte Rock” mandava un sacco di musica di merda, ma era quello che passava il convento, e così era diventate un’abitudine mettere regolarmente il timer e vedere il programma il giorno successivo… e un giorno passarono un video bellissimo. Era un video in bianco e nero e non mostrava altro che una band che suonava (o fingeva di suonare) un pezzo fighissimo, che partiva lento e poi saliva con un ritornello trascinante, con impennate liriche, con un tessuto di chitarre ’70s che reggevano una voce impetuosa. Erano i Pearl Jam; il pezzo era “Alive”, ovviamente. E ricordo ancora oggi che nella mia ingenua mente di pre-adolescente quel pezzo mi dava una carica micidiale, ma soprattutto mi diceva delle cose importanti: mi diceva che il mondo del rock’n’roll stava cambiando, che c’era qualcosa di nuovo che covava la’ sotto… e quel qualcosa di nuovo era un calcio in faccia all’hard rock che avevamo conosciuto fino ad allora, in quei pochi anni dell’età dello sviluppo, in quella parentesi piccola -ma grande rispetto alla storia del rock- che si era sviluppata dall’ondata del punk. Era una novità che ci interrogava tutti, lì stava il bello: ci diceva che una nuova rivoluzione nel rock, non stilistica ma intimamente di vita (di attitudine, diremmo oggi), stava nascendo, e toccava a noi. Toccava, per la prima volta, le generazioni che si affacciavano vergini agli anni ’90, decise a riprendersi il proprio mondo a morsi.
Quella fu una rivoluzione sociale, non artistica, fu un rigurgito di ribellione che durò il tempo della fiammata del sound of Seattle, ma che contribuì a seminare una coscienza ribelle che sarebbe esplosa alla fine di quel decennio, quella stessa coscienza destinata a muovere i fuochi della stessa città della west coast (guarda il caso) e poi incamminarsi sulle strade di Genova.

Il 20 settembre (data dalla numerologia simbolica e nulla più) i Pearl Jam hanno festeggiato il loro ventesimo compleanno. Mano nella mano con i fan di tutto il mondo, quelli che non hanno potuto esserci al loro festival “Destination Weekend”, ma che quello spirito di rivolta lo hanno vissuto nel loro intimo. Nello spazio di due decenni questi cinque ragazzi capelloni dal look improbabile sono diventati probabilmente la più grande rock band al mondo, hanno fatto altri dischi bellissimi e a seguire parecchi dischi opinabili (fino ad un singolo diffuso nel giorno del compleanno, francamente orribile) e hanno navigato tra le battaglie e le tragedie che la vita gli (e ci) ha messo sulla strada. Il documentario PJ20 ce li racconta tutti, tramite la voce di Cameron Crowe, il regista-testimone della Seattle degli anni d’oro: dalla “crociata per i giovani” contro il monopolio di Ticketmaster alla tragedia di Roskilde, dagli scazzi interni all’aggressività dello show-business alla ricerca del portavoce di una “generazione X”. Quella stessa aggressività cui i PJ riuscirono a sottrarsi con fermezza (“soaks the pages, fills their sponges: it’s my blood” cantavano in mezzo all’orgia dei media già nel ’93) a differenza di Cobain, la vittima sacrificale che andava esibita per etichettare quella rivolta come autodistruzione.
E il trait d’union di tutto questo racconto è il costante amore con chi sta giù dal palco, chi 20 anni fa tendeva le braccia a cogliere il corpo di Eddie Vedder in caduta libera da 15 metri d’altezza: sono loro i veri protagonisti del film e della storia della band. Una storia d’amore, che porta chi ai tempi sfidava i primi brufoli a raccontare una fetta di vita e di passione.

Sarà una festa lunga quella di questa band anomala, la storia di un’epoca in cui un ragazzo di 20 anni cambiava città, a centinaia di km di distanza, per fare il cantante in un gruppo underground. La storia di quando ancora si poteva fare un primo disco, un gran bel disco, e trovarsi in vetta alle classifiche, alla faccia dei talent show. Così questo racconto oggi sembra una storia di lotte, in un mondo che ha chiuso sempre più le porte in faccia a tutti ma ha sempre trovato qualche pazzo deciso a scardinare le porte chiuse. Ce ne vorrebbero tante altre di band come i Pearl Jam, per la musica che hanno saputo produrre ma ancor più per come hanno saputo suonare le corde del ribelle che era dentro ognuno dei dieci, poi trecento, poi mille, poi duecentomila fan ad applaudirli.

Chi ha avuto la fortuna di vivere questa parababola (ancora lontana dal concludersi) ha trovato nella musica dei PJ una compagna dolce e presente. Paradossalmente si presentarono al mondo cantando “I’m still alive”, e ora dopo 20 anni hanno ancora tanti motivi per ribadirlo. Esordirono con un tour infiammabile, come si confà a quell’età e a quell’epoca. La prima volta che suonarono a Milano, al compianto City Square, era una bolgia di spinte e sudore; quel concerto si concluse con un pezzo allora inedito (sarebbe entrato nel secondo disco) il cui ritornello era urlo in faccia al mondo e invitava a rompere le catene: “drop the leash, drop the leash, get out of my fuckin’ face”, e raccontava il mondo come l’avremmo voluto, come era necessario che fosse raccontato. Dopo 20 anni, si può provare a continuare il racconto.