MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Milano XXX

Ti Guardo il Pacco, ti Faccio il Casting

by Rosario Gallardo | sabato 20 agosto 2016

Sembra un autunno pieno di primavera e invece è Agosto.

Agosto, moglie mia non ti conosco. E noi nemmeno, ma abbiamo un’ultima scena da girare per un mediometraggio e pochi giorni ancora di sole da godere. Il nostro è un cinema stagionale. Si gira col caldo. Quindi se sei un uomo o una donna o stai cercando di svincolarti o riconfermare la tua identità sessuale, che tu sia attivo, passivo, eccentrico o timido. Che tu senta l’anelito a volerti sentire attraverso lo sguardo degli altri e attraverso il calore delle mie braccia, beh, questo è il tuo momento. Scrivici come sempre a photogallardo@gmail.com. Noi selezioniamo le persone che hanno un viso interessante e scrivono in due righe qualcosa su come spenderebbero i loro ultimi minuti di vita, roba hard ovviamente. Mettere in scena se stessi richiede un punto di inizio, una metafora che parte da due righe scritte. Proprio attraverso una casting call pubblicata su MilanoX siamo stati contattati dal ragazzo che poi è diventato la nostra star nel film che ha vinto al Festival di Losanna, La Fete du Slip, il premio della critica. Il film è “O mio fiore delicato”, citazione tratta da un tatuaggio che lui ha sull’anca. Ci scrisse in mail allegando una foto da educanda talmente tenera che mi venne l’acquolina in bocca al solo vederla. Poi venne ai casting presentandosi più vecchio di uno o due anni. Quando registrammo la carta di identità mi resi conto della ghiotta pesca ai limiti della legalità. Ecco. Potrò raccontare ai miei nipoti che quando alla nonna e al nonno veniva voglia di fare qualche maialata con uno sconosciuto noi si faceva la casting call, tutti sull’attenti e noi ad assaggiare e selezionare il più saporito. Ai miei tempi io facevo i casting per scegliere a chi fottermi! Sfido le altre future nonne a sfoderare un aneddoto sul rimorchio più cool di così!

Siamo presi coi film, ed è un bel gioco. Infatti era un po’ che non scrivevamo qualcosa.

Qualcuno ha sentito la mia mancanza? Tra un notiziario sul terrorismo internazionale e un fatto di cronaca con bambini appesi e rosicchiati dai topi, ci starebbe bene anche un mio articolo sulla pratica più trendy duemilasedici: fissare i genitali degli uomini e ridacchiare sotto i baffi. Spacciando la cosa come rivendicazione femminista, come ribaltamento dei ruoli contro il conformismo dei costumi.  Puoi così godere di un fugace quanto gustoso gioco animalesco di sottomissione tra sconosciuti, il tutto col solo uso dello sguardo, a cui vi assicuro, è molto difficile sfuggire. Entri, ad esempio, in un locale con quattro uomini che ti squadrano al tuo ingresso; tu, che hai anche bevuto dell’ottimo vino e sei sciolta, subito ti fai il conto. Quattro, stazza media, immagini il loro cazzo, guardi le mani, da come le tengono già ti fai un idea su dove te le poseranno. Dalla bocca immagini l’odore dell’alito. Lo sguardo ti dà più o meno un’idea del ritmo con cui vorrebbero fotterti. Capisci al volo che li reggeresti benissimo tutti e quattro, e anche il barista e tuo marito che sta pagando alla cassa. E’ questione di pochi istanti e dal sorriso che ti si sta dipingendo sulla faccia capisci che misurarti con gli eventi è la vera virtù di un guerriero. Hai l’acquolina in bocca e li stai già squadrando da un pezzo. Loro intanto hanno iniziato a fissare un punto imprecisato davanti a loro, come se ci fosse un televisore a trasmettere la partita. Ma non c’è. Si sentiranno inchiodati a metà tra il male e il bene. Un acre sapore cola tra le loro labbra, o forse è nelle tue? Gli si legge in volto  l’imbarazzo nell’essere prede in un contesto sociale conformista che li pretende cacciatori, mentre il piacere di essere guardati, anzi, divorati dallo sguardo di una donna, una volta tanto in pubblico, li ha intontiti.

Si, ho avuto la crisi del blogger, ma non ho perso un minuto e ho fatto tanto l’amore. Mi domandavo a che servono le parole. A che serve lamentarsi delle cose che non vanno, come i pensionati con le mani dietro la schiena a commentare la costruzione di un edificio di cui non vedranno mai la fine. Ma poi ho anche ricordato che a proporre una visione diversa delle cose si fa sempre a tempo e in questo anche le parole hanno una loro bontà. Anzi, se all’inizio fu il verbo che sia almeno un verbo come si deve, provocante come piace  a me. Provocante, che provoca, che induce a una creazione o un cambiamento, portatore della fiamma che innesca al di fuori di se stesso. Mai screditare la provocazione.

Ieri una mia vecchia conoscenza mi ha contattata per telefono, per dirmi che le piace come scrivo. Nel sentire il verbo Scrivere coniugato al tempo presente inerente alla mia persona mi sono sentita sprofondare nella confusione. Io scrivo? No. Io no. Io scrivevo. Poi ho smesso. Poi ci ho dormito su. In effetti sono parecchi mesi che rimando questa questione. Non è che non abbia cose da raccontarvi. Anzi. La domanda è più profonda. Cosa vado cercando? Fortunatamente continuo a non saperlo e con grossa probabilità appena mollerò la tastiera per mettere le dita nella mia fica, ciò che vado cercando lo avrò anche trovato.

Che è un po’ il modello di rivoluzione che propongo, semplice e lineare. Perché io ho un modello, una risposta alla crisi, al terrorismo e a tutti i cattivi e al male della Terra, a quando fa troppo caldo, a quando fa troppo freddo e a quando non sai cosa c’è che non va ma sia che c’è qualcosa che non va. La risposta c’è ed è dentro di noi. Sei o sette dita sotto l’ombelico, variabili a seconda di quante volte avete compensato soddisfacendo un bisogno per un altro infilandovi cose emozionanti giù per il buco di sopra. Ma non vorrei essere fraintesa, non è solo una questione di buchi e cose da infilarci dentro, è più una questione ambientale. Qualche settimana fa ho incontrato delle entità cangianti in volo sulla terra che mi hanno mostrato un grafico sui granai delle piramidi. hanno detto che sono troppo pieni e che non va bene mangiare così tanto grano, che non è per questo che noi siamo sulla terra. Poi ero troppo presa dal cercare di convincerli della mia viltà che non potevo certo fare domande di cui non avrei il coraggio di ascoltare la risposta. In quel momento volevo solo mangiare una bistecca al sangue e dimenticare tutto il resto.

Ed è la stessa viltà che mi ha tenuta lontana dal farmi guardare dentro. Dentro la fica così come dentro la testa. Penetrata da due occhi, uno dall’alto e uno dal basso. Chi sa che in centro non vi troviate qualcosa, nel caso vi sia un antro vuoto al posto del cuore, sedetevi e state ad aspettare, qualcuno passerà di lì. Se mai fossi io, chiamatemi per nome, così che io mi renda conto d’esistere. Perché non vi è altro modo che farsi afferrare e chiamare per rendersi consto d’esistere. Vi è mai capitato di sentirvi vacui e inconsistenti fin quando qualcuno non vi vede e seguendo la mimica del suo viso, lo scorrere del suo sguardo, piano piano ricostruite i lineamenti del vostro profilo.  Come quando ingoi un boccone per riprendere il contatto con la bocca dello stomaco, da cui poi si scioglie il respiro. Così aspetto che qualcuno mi veda passare, con il collo appesantito da orpelli, i capelli arruffati, gli occhi ribaltati come in trance. Qualcuno mi tiri il gomito, non lasciatemi andare via! Ecco, siamo ai soliti discorsi tra il porno-mistico e l’esistenziale. Ricordatevi che sono una sporca esibizionista!