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Sub/Culture

Once were Throbbing Gristle

| lunedì 22 novembre 2010

Partiamo dalle origini. I Throbbing Gristle nascono in UK nei primissimi ’70, dalla banda di artisti, dadaisti, provocatori, proto-rumoristi nota come Coum Transmission. Fondatore ed anima è lo sperimentatore incallito Genesis P.Orridge. Il loro motto darà il nome ad un nuovo genere di sonorità estreme e traccerà un solco nel vinile della Storia della musica: “Industrial music for industrial people”.

Dopo una carriera di scioglimenti, filiazioni in nuove band straordinarie (Coil, Psychic TV) e reunion, i TG sembravano finalmente tornati insieme al 100%, tanto da partire con un nuovo tour, compresa la data di Bologna del 2 novembre. E invece, 3 giorni prima Genesis P.Orridge abbandona il gruppo “per sempre”. Fortunatamente i tre rimasti non si abbattono e confermano le date a nome X-TG, si parte per una nuova tappa di una lunga storia.

A Bologna arrivano ospiti di Gender Bender, festival internazionale delle libere identità di genere, che si trova però spiazzato proprio dall’assenza del vecchio leader, da qualche anno diventato donna. Un festival eccellente e completo, con un cartellone ricco e un’organizzazione impeccabile, lo dimostrerà anche con gli X-TG, in particolare nel non esitare a proporre i necessari volumi estremi in una cornice, l’Arena del Sole, certamente non usuale.

Sul palco salgono dunque in tre: Peter Christopherson al lato, con una pletora di oggetti dai mille rumori, tastierine, percussioni, fischi, piccoli strumenti a fiato, microfoni a contatto; di fronte a lui l’invecchiata Cosey Fanni Tutti, tra laptop, tastiera, cornetta e una chitarra grattuggiata con cattiveria giovanile; in mezzo sta Chris Carter, a mo’ di regista, che con computer, campionatore e mixer stende un tappeto sonoro stridente ad altissimi volumi…

Ci mettono un po’ a convincere l’uditorio, questi “nuovi” X-TG. Cosey Fanni Tutti, ad esempio, esordisce che sembra una stenografa della Camera, una di quelle “segretariette secchette” di Bianciardi, mentre Christopherson alle volte si perde nell’infinità delle sue scelte melodiche. Almeno finchè non lo dice chiaro e tondo: “sometimes there are no words for what you want to say”. E’ il momento in cui i tre attaccano una lunga cavalcata strumentale, in cui Cosey alterna la cornetta alle distorsioni della chitarra e Christopherson si alza andando a prendere posto seduto su un monitor per bombardare di larsen le prime file; i volumi crescono sempre più e l’intero teatro inizia a tremare… Ne seguirà un concerto lungo, discostante, e cattivo come una volta; alla fine sarà 1h30′, poi prolungata con un bis di pubblico ludibrio rumorista suonato con le luci accese in sala. E benché manchi il/la vecchi* leader, e in fondo tutti si senta un po’ la sua mancanza, il rimbombo che resta nei timpani è di ottima annata.

Resta però un dubbio sulla via del ritorno: l’industrial music c’era, ma l’industrial people? Non che il pubblico fosse inadeguato, ma i nostri giorni sono ancora adeguati alla cultura industriale o post-industriale che fosse? Non sarà necessario un nuovo slancio, altrettanto mutante, che possa dare a questa epoca il suo blues come questi vecchi rumoristi avevano fatto per l’Europa produttiva dei ’70? In un contesto come Gender Bender, dove la domanda sull’identità è di casa, il dubbio pare legittimo. Un dubbio su chi sia l’industrial people del precariato, e su quali siano i rumori con cui possa tornare ad esprimersi.

Nel frattempo, godiamoci quelli dei nostri nonni.