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Generazione (A)

Oday – Musica resistente

| sabato 13 aprile 2013

oday

Oday non lo conosco di persona,
ma l’ho avuto fianco a fianco per un anno dal momento che ho avuto l’onore di lavorare lo scorso anno in una intensa, sottile e continua discussione con il regista Dimitri Chimenti. per il montaggio di Just play, che racconta anche la storia di Oday.

Articolo di Espanz

Esterno giorno, campo profughi di Al Fawwar nei pressi di Hebron, Oday ha 22 anni e da quando è ragazzino canta.

“Non si combatte solo con le pietre” dice Oday nella sua intervista per il documentario

Oday ha ragione non si combatte solo con le pietre, glie lo ha insegnato Ramzi, il suo maestro di musica, colui che un giorno lo incontra per strada e lo convoca come cantante della sua nascente piccola orchestra, Al Kamandjâti. Vogliono portare la musica nei campi profughi dal Libano alla striscia di Gaza, inaugurare la loro “music intifada”, trasformare l’esperienza della realtà con il solo intervento di un’orchestra, riappropriarsi di quella terra, infrangere un accesso negato, che non è soltanto la possibilità di attraversare un checkpoint ma soprattutto lo spazio per l’azione personale e collettiva.

Ramzi gli risponde poco dopo
“non stiamo andando a combattere, se vogliamo farlo possiamo faremo una chiamata per questo un altro giorno, per ora dobbiamo -solo- suonare”

Suonare alla porta di damasco o ad un checkpoint non è come lanciare pietre e Ramzi lo sa benissimo, dal momento che all’età di 8 anni assieme ai suoi coetanei fronteggiava l’esercito di occupazione israeliano con le pietre in tasca durante la prima intifada.
Il violino o il canto non sostituiscono la rabbia e il nostro documentario non racconta una fiaba per cui da tanta sofferenza nasce qualcosa di bello, è una storia molto concreta fatta di continue privazioni quotidiane che vengono affrontate e rese strumento di cambiamento, di elaborazione collettiva e condivisione, è questo che fa della Palestina un laboratorio politico unico, con o senza pietre. Peraltro non è un film.

Oday il 19 marzo è stato arrestato ad Al Fawwar durante una incursione dell’IDF nel campo profughi. La zona di Hebron è una delle aree più dure del West Bank, la situazione si e’ inasprita da qualche mese, ci sono spesso momenti di guerriglia, notizie di arresti sono all’ordine del giorno tanti anche i ragazzi che dallo scontro con i soldati non ne escono vivi.

Qualche giorno fa è uscito un articolo di Amira Hass su Haarez, The inner syntax of stone throwing, che ho apprezzato parecchio perché mi è parso voler trasmettere, come spesso i suoi articoli fanno, una idea di resistenza molto concreta, per nulla fotogenica come un lancio di pietra, che unisce in una traiettoria comune la formazione alla resistenza nelle scuole fino all’autocostruzione di una casa in un campo profughi, per restituire il senso profondo di quel disperato lancio di pietre che a quel punto svela la sua sintassi interna, neutralizzando le demonizzazioni che leggono quel gesto in maniera assoluta dal contesto da un lato e l’anestesia dell’estetizzazione da un’altro.
Peraltro la stessa Hass ha accusato il sistema giudiziario israeliano di recente a seguito della morte di Maysara Abu Hamdeya, un malato terminale a cui è stato negato di poter ricevere cure e affetto fuori di prigione alla fine della sua malattia. Le strade di Hebron sono infuocate anche per questo, Maysara Abu Hamdeya veniva da lì.

Abbiamo pensato per il nostro documentario che volevamo raccontare in questo modo anche noi, al di là dei feticismi che raffigurano e tengono sotto scacco la resistenza palestinese, anche quando la si vuole sostenere. Abbiamo pesato tutto e ce lo siamo lanciato addosso per vedere che tipo di segno potevano lasciare quelle pietre.
Il film gira da circa un mese, Oday invece da un mese è ancora nella prigione militare di Ofer ed il processo è già stato rimandato tre volte, aspettiamo news per il 17 aprile data in cui sarà nuovamente convocato ad udienza, i genitori raccontano di lui che sta continuando a cantare.