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Occupy Hong Kong Rovina la Festa alla Cina Comunista

| mercoledì 1 ottobre 2014

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di Simone Pieranni, dal manifesto

Ieri la piog­gia — improv­visa ma vio­lenta come accade spesso a Hong Kong — ha ral­len­tato l’impeto per le strade: l’acquazzone ha costretto molte delle per­sone scese in strada a ripa­rarsi. Una situa­zione ideale per la diri­genza poli­tica di Hong Kong. Ral­len­tare il ritmo dei mani­fe­stanti e gua­da­gnare tempo. La novità della gior­nata di ieri è arri­vata dai lea­der della pro­te­sta che, attra­verso un comu­ni­cato, hanno fatto sapere le pro­prie, nuove, riven­di­ca­zioni. Innan­zi­tutto hanno for­mu­lato la richie­sta di un incon­tro con la classe poli­tica che governa Hong Kong, in par­ti­co­lare con il chief exe­cu­tive Leung Chun-ying, che ieri per pre­ci­sare la sua posi­zione ha dichia­rato di non avere alcuna inten­zione di dimettersi.

In caso di man­cata rispo­sta, i lea­der di Occupy (un movi­mento for­ma­tosi nel corso degli anni, nato da acca­de­mici e pro­fes­sori, e poi dila­gato a stu­denti e più gene­rale società civile, spe­cie in que­ste gior­nate) hanno pro­messo nuove mobi­li­ta­zioni, un’estensione ter­ri­to­riale delle mani­fe­sta­zioni e nuovi scio­peri. È quest’ultimo uno degli ele­menti più inte­res­santi della gior­nata. La sen­sa­zione ormai è che agli stu­denti si siano unite anche fasce sociali, lavo­ra­tori e lavo­ra­trici, che potreb­bero tra­sfor­mare le richie­ste poli­ti­che, anche in istanze sociali con­tro le dise­gua­glianze. In par­ti­co­lare sono stati i lavo­ra­tori a sot­to­li­neare la biz­zarra alleanza tra grande capi­tale e Par­tito comu­ni­sta cinese, sot­to­li­neando dun­que la neces­sità di non rima­nere schiac­ciati da que­sto gigan­te­sco macigno.

Uno dei lea­der di Occupy Cen­tral Chan Ki-man ha riba­dito le richie­ste degli stu­denti, insi­stendo sulle dimis­sioni del capo del governo locale di Hong Kong, Leung Chun-ying. «Solo allora potremo eleg­gere un nuovo governo ed avviare un nuovo pro­cesso di riforme poli­ti­che», ha aggiunto. Non solo dun­que una gene­rica «demo­cra­zia», ma riven­di­ca­zioni molto più concrete.

E oggi, anni­ver­sa­rio, il ses­san­ta­cin­que­simo, della Repub­blica popo­lare cinese, Hong Kong vedrà una situa­zione appa­ren­te­mente para­dos­sale. Da un lato le cele­bra­zioni, dall’altro le pro­te­ste. In più, essen­doci due giorni di festa, per i mani­fe­stanti si apre la pos­si­bi­lità di «ricon­qui­stare» la città, senza inter­fe­rire nella vita quo­ti­diana degli abi­tanti di Hong Kong.

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Intanto l’amministrazione locale ragiona su quanto acca­duto nei giorni scorsi. È soprat­tutto la gior­nata di dome­nica a pre­oc­cu­pare, sia Hong Kong, sia Pechino. La scelta di uti­liz­zare i lacri­mo­geni ha creato un grave imba­razzo al governo locale e pare si sia trat­tato di un gesto poco gra­dito anche a Pechino. Nelle gior­nate di mobi­li­ta­zioni, che pre­su­mi­bil­mente ripar­ti­ranno oggi, «l’amministrazione sta riflet­tendo su come paci­fi­care i mani­fe­stanti e allen­tare le ten­sioni. I fun­zio­nari — ha spie­gato una fonte al South China Mor­ning Post, il quo­ti­diano di Hong Kong — hanno notato che il con­fronto tra mani­fe­stanti e poli­zia era meno grave a Cau­seway Bay e Mong Kok, dove i gas lacri­mo­geni non sono stati uti­liz­zati nel ten­ta­tivo di disper­dere la folla. Da un punto di vista poli­tico, non è stata una buona idea spa­rare gas lacri­mo­geni sui manifestanti».

Anche per­ché que­sta volta l’attenzione di Pechino sarà mas­sima. Xi Jin­ping, il numero uno, non si è ancora espresso, almeno uffi­cial­mente, ma l’aria che tira da quelle parti non pare essere serena. La Cina ha pun­tato molto — a livello inter­na­zio­nale — sulla pro­pria imma­gine di paese sta­bile, paci­fi­cato. Qual­cuno a Pechino ricorda anche che l’oggetto del con­ten­dere, le ele­zioni a suf­fra­gio, garan­tite, ben­ché con la pos­si­bi­lità di votare solo i can­di­dati gra­diti alla diri­genza del Pcc, è comun­que un passo avanti rispetto alla gestione di Hong Kong sotto la monar­chia inglese (quando il gover­na­tore veniva scelto da Londra).

La libertà di parola, di riu­nione e di reli­gione e la libertà di stampa sono tutti diritti san­citi agli abi­tanti di Hong Kong, dalla «Basic Law», una sorta di costi­tu­zione sta­bi­lita nel momento del pas­sag­gio dell’isola dalla Gran Bre­ta­gna alla Cina. Una costi­tu­zione gestita dalla teo­ria di «un paese due sistemi». La que­stione per la Cina, però, è molto sem­plice: la cosa impor­tante– nella teo­ria di Deng — è la prima parte: «un paese». Hong Kong non è indi­pen­dente. Le modi­fi­che alla Basic Law devono essere decise dal Con­gresso nazio­nale del popolo con­trol­lato dal Par­tito comu­ni­sta.