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Nostalgia della Mivar

| mercoledì 13 novembre 2013

mivar1

di Dino Taddei

Esco per una volta per una manciata di chilometri dal recinto metropolitano per raccontare una storia. Abbiategrasso che dal nome lascia intendere terre ubertose, rese floride fin dai tempi dei cistercensi, fumanti di letame e dal fiato denso delle risorgive. Paesone quasi cittadina, florido e cresciuto nel dopoguerra sotto l’ombra di mamma Mivar: la fabbrica totale, identificazione quasi perfetta con il territorio, un po’ come Olivetti uguale Ivrea, Fiat uguale Torino. Un cosmo di fabbriche-stato oramai irreversibilmente dissolto: buono oramai solo per un turismo da antropologia industriale. Ultima tra i dinosauri restava la Mivar che, in un certo qual modo riassume il meglio e il peggio della via italiana alla tardiva rivoluzione industriale (avvenuta realmente solo dopo la seconda guerra mondiale). Storie di capitani d’industria coraggiosi, lungimiranti come Adriano Olivetti ma anche affaristi e criminali (come la stragrande maggioranza…), di epiche lotte operaie e di orgoglioso protagonismo dei lavoratori: sconfitto e deriso. La Mivar è qualche cosa di più e di diverso: già dal nome esotico che in realtà e più autarchicamente significa ‘Milano Vichi Apparecchi Radio’, dal nome del suo padre padrone Carlo Vichi che, come nella leggenda di Saturno, si è mangiato i figli: avendola fondata nel 1945, resa un colosso alla fine degli anni sessanta e dismessa mestamente a partire dal duemila.

In Italia non c’è casa che non abbia avuto un televisore Mivar. Un colosso industriale totalmente autofinanziato che, negli anni buoni, aveva oltre 900 operai, il 35% del mercato interno, un milione di apparecchi prodotti, che ha ha segnato l’ascesa e il declino dell’elettrodomestico per eccellenza: il tubo catodico prima bene di lusso da guardare al bar o nella casa del vicino avvocato, poi regina dei salotti inghirlandata da pizzi e pagliacci di vetro di Murano e infine relegata ai margini delle seconde case e delle cucine di servizio. Vichi è certamente un personaggio atipico nel panorama gattopardesco degli imprenditori italiani: fascista mussoliniano dichiarato, nemico giurato dei sindacati ‘sovversivi’ ma interprete a suo modo di un paternalismo autoritario aziendale molto attento al benessere dei lavoratori che ha smussato, anche negli anni caldi, la forza contestataria: in fondo nelle sue fabbriche le condizioni di lavoro erano migliori di tanti altri luoghi dove gli imprenditori ‘democratici’ pensavano ai lavoratori solo con la celere e con le schedature di massa. Il suo protagonismo è stato anche il suo limite: ha tenuto fuori le banche, lo stato (finché ha potuto salvo poi appellarsi alla cassa integrazione e alle ingerenze istituzionali) e addirittura i figli, contraddicendo la via familistica del capitalismo nostrano: nessun merito vale più della parentela.. ma nel suo caso non c’è stato nessun Lapo Elkann. Questo gli ha garantito una notevole autonomia negli anni buoni ma un rapido disastro quando è parso chiaro che la sfida nel settore elettronico si vinceva con ingenti capitali, fusioni, capacità produttive innovative e massiccia ricerca.

Mivar è a lungo rimasta legata alla sua filosofia da cinesi: tecnologia basica, due bottoni come telecomando e prezzi stracciati. Tutto è filato liscio fino a quando i concorrenti erano gli ultra tecnologici tedeschi attenti ai portafogli ben pasciuti ma il gioco è finito al presentarsi dei veri cinesi. Di colpo Mivar è diventata un fossile: immensi capannoni in disarmo senza neanche essere entrati in produzione, una ventina di operai a smaltire gli scampoli di magazzino e un novantenne che vorrebbe riconvertirsi a produrre scrivanie per uffici.. Fine: ingloriosamente si spegne l’ultima azienda che sembrava andare contro ogni regola capitalistica: un solo vero padrone che ci mette i suoi soldi, un solo prodotto tecnologicamente vecchio di mezzo secolo, un solo mercato nazionale. Immerso nel Parco del Ticino, lo stabilimento giardino, ridiventa silenziosamente bosco.