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Non Si Spegne l’Indignazione per i Desaparacidos di Ayotzinapa

| sabato 8 novembre 2014

5novDF

di Andrea Spotti, inviato di MilanoX in Messico

Non si ferma l’ondata di indignazione che percorre il Messico a partire dalla strage di Iguala. Malgrado l’arresto dell’ex sindaco Abarca e di sua moglie, considerati i mandanti dell’assalto ai danni dei normalisti di Ayotzinapa dello scorso 26 settembre, che ha provocato la morte di sei persone ed il ferimento di altre venti, le piazze di tutto il Paese continuano a riempirsi per esigere giustizia e la restituzione in vita dei 43 studenti vittime di sparizione forzata per mano della polizia locale.

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La protesta, un moltitudinario ¡ya basta! contro terrore e impunità che ha invaso le piazze non solo delle grandi città ma anche dei piccoli centri, sta mettendo in difficoltà il governo di Peña Nieto, visto come il responsabile del clima di violenza che regna in buona parte del territorio nazionale e alle prese con la peggiore crisi del suo mandato. Una crisi umanitaria, di sicurezza, credibilità e perfino di governabilità, alla quale il governo sta dando una risposta tutta mediatica che pare più diretta a contenere il danno all’immagine e i costi politici della strage che a fare piena luce sul crimine contro l’umanità avvenuto nello stato del Guerrero.

Peña in crisi

In effetti, nonostante in diverse occasioni il presidente abbia dichiarato che il ritrovamento dei normalisti e la verità sui fatti sono la priorità del governo, non si hanno ancora notizie dei desaparecidos e, come denunciato dal comitato dei genitori e dei compagni degli studenti di Ayotzinapa, la linea investigativa portata avanti dalla PGR (Procuraduría General de la República) è incompleta e volta a criminalizzare le vittime. Dal loro punto di vista, la Procura mira, da un lato, a circoscrivere le responsabilità del massacro e della sparizione forzata al livello dei municipi di Iguala e Cocula, le cui forze dell’ordine erano al soldo del clan dei Guerreros Unidos; e, dall’altro, a colpevolizzare i normalisti che, secondo le dichiarazioni di un detenuto membro del cartello, sarebbero stati attaccati perché confusi con il gruppo rivale dei Los Rojos.

Per quanto numerosi, anche gli arresti di 49 agenti delle polizie locali di Iguala e Cocula, 17 integranti dei Guerreros Unidos e di quattro funzionari municipali sembrano confermare le intenzioni della PGR di colpire unicamente la sfera più bassa dei poteri dello stato, facendo così di Iguala un caso isolato e deresponsabilizzando i livelli statale e federale, i quali, nella migliore delle ipotesi, hanno quantomeno lasciato fare. In questo senso, dunque, il pur importante arresto della cosidetta “coppia imperiale”, oltre che tardivo, viene considerato insufficiente dai parte del comitato.

Inolte, il fatto che Luis Abarca e Maria Pineda siano stati detenuti proprio un giorno prima della terza giornata globale di mobilitazione per Ayotzinapa del 5 novembre (con un’operazione poliziesca definita come un trionfo dalle autorità e coperta ossessivamente dai media mainstream con la promessa poi tradita di nuove e definitive rivelazioni sui desaparecidos), ha fatto pensare a molti ad un’operazione mediatica inscenata da governo e PGR per togliere riflettori e partecipazione alle manifestazioni del giorno dopo. Comunque sia, dato l’iniziale immobilismo delle autorità, anche questo arresto si deve senza dubbio alla protesta, che ha trovato un grande sostegno a livello globale, ed alle pressioni sul governo da parte di diversi organismi internazionali.

Secondo la ricostruzione della PGR, Abarca e consorte – accusati di sequestro di persona, omicidio e associazione a delinquere ma non di sparizione forzata- avrebbero ordinato l’assalto timorosi che i normalisti fossero ad Iguala per contestare un evento presieduto da Maria Pineda. Sarebbe stato invece il clan dei Guerreros Unidos, una volta ricevuti gli studenti da agenti della polizia di Cocula, a farli sparire. Dati gli scarsi risultati prodotti dagli interrogatori della coppia imperiale, che dice non sapere nulla dei normalisti, gli inquirenti sono adesso alla ricerca di Ángel Casarrubias, detto El Mochomo, attuale leader del clan dopo l’arresto di suo fratello Sidronio, nonché di altri due membri del gruppo criminale: El Gil ed El Pato, ai quali sarebbero stati consegnati i ragazzi.

Per quanto riguarda la ricerca dei desaparecidos, i genitori criticano la lentezza e i nulli risultati delle autorità, le quali tuttavia, in più occasioni hanno suscitato grande aspettativa attorno ai ripetuti ritrovamenti di fosse clandestine, che a questo punto sarebbero 11 secondo la PGR e una ventina secondo la UPOEG (Unión de Pueblos y Organizaciones del Estado de Guerrero). Icorpi ritrovati invece sono 38, 28 dei quali, secondo i periti ufficiali, non sarebbero dei normalisti. Per il gruppo di antropologi forensi argentini che sostiene il comitato dei genitori, le analisi non sono ancora concluse e si attendono i risultati nei prossimi giorni.

Per capire le critiche dei familiari alla scarsa completezza delle indagini può essere utile la prima relazione della Commissione Parlamentare sulla strage, la quale, oltre a confermare che i giovani sono stati vittime di sparizione forzata, indica che le responsabilità vanno al di là dell’ambito municipale e che esistono prove di irregolarità nelle indagini. Nel documento, la commissione si dice preoccupata per il tentativo di “criminalizzare le vittime” e riferisce come durante il colloquio con i deputati l’ex governatore Aguirre abbia sostenuto che le normali sono “infiltrate da gruppi criminali”.

Stando alla relazione della Commissione, il 26 settembre, sia la polizia federale che quella statale hanno vigilato per ore i movimenti dei normalisti ad Iguala, i seguendoli almeno dalle 18 e monitorando le loro attività fino alle 20. Le prime chiamate ai numeri di emergenza sono arrivate poco dopo le 21.30. Diverse forze di sicurezza dello stato sono state avvisate della sparatoria ma hanno preferito non intervenire. Tra queste spicca il XXVII Battaglione Infanteria che si trova a pochi km dalla statale Iguala-Chilpancingo in cui si è svolta la sparatoria. Polizia statale e federale ed esercito, dunque, erano al corrente di quanto stava succedendo e hanno perfino seguito le attività dei normalisti senza intervenire di fronte agli abusi portati avanti dalla polizia locale, il che costituisce una “grave omissione della protezione agli studenti e alla popolazione civile”. Infine, il presidente della Commissione Guillermo Anaya, ha dichiarato che ci sono stati “errori madornali” da parte del governo federale “che hanno chiuso la possibilità di poter trovare i giovani immediatamente”, due esempi in questo senso sono il non essere intervenuti nelle prime 72 ore e aver trattato la strage come una questione locale.

uffici congresso guerrero in fiamme

Sul fronte politico, vanno sottolineate come risultato del massiccio movimento di protesta le dimissioni Ángel Aguirre e Iñaki Blanco, rispettivamente, ex governatore ed ex-procuratore dello stato del Guerrero, responsabili di una politica repressiva nei confronti dei movimenti sociali locali. Durante i tre anni del governo a maggioranza perredista, infatti, oltre ad essere state colpite duramente le mobilitazioni, sono stati 13 i dirigenti e gli attivisti di organizzazioni sociali uccisi da forze dell’ordine o delinquenti (che in tutti i casi l’hanno fatta franca), mentre sono almeno 17 i detenuti per motivi politici e decine i desaparecidos. Nel frattempo, lo stato del Guerrero è diventato il principale produttore di eroina del Paese, nonché la rotta privilegiata dei traffici di droga e di persone. Tutto ciò, nel totale silenzio di istituzioni e partiti, che hanno preso posizione solo dopo l’esplosione dello scontento.

A tutto ciò vanno aggiunte la denuncia dei normalisti della scuola Normale Rurale Raúl Isidro Burgos rispetto al tentativo del governatore uscente di comprarsi i familiari delle vittime offrendo 100 mila pesos (circa 6000 euro!) in cambio del loro silenzio; e quella della sospensione del finanziamento statale per viveri e borse di studio praticato alla normale di Ayotzinapa dall’amministrazione Aguirre proprio il giorno successivo al massacro, cioè esattamente quando iniziavano le mobilitazioni dei normalisti. Per quanto si dica vicino agli studenti, il nuovo governatore, l’interino José Antonio Ortega (ex-segretario dell’Universidad Autónoma de Guerrero), ufficialmente in carica dal 26 ottobre, non ha ancora riattivato il finanziamento e in diverse occasioni ha parlato della possibilità di trovare vivi i desaparecidos senza però fornire elementi concreti a sostegno di quanto dice.

Sempre nel contesto della campagna mediatica del governo, va segnalata la proposta di Peña Nieto di un nuovo patto nazionale contro l’impunità e la corruzione, all’interno del quale il governo vorrebbe coinvolgere partiti e società civile per ‘‘intraprendere cambiamenti di fondo, rafforzare le istituzioni e, soprattutto, assicurare la piena validità dello stato di diritto”.

Le azioni del governo, tuttavia, non sono riuscite a frenare la protesta che attraversa come un fiume in piena il Paese. Il movimento è composto principalmente dai giovani, che sono esattamente le principali vittime della cosidetta guerra al narco e a cui era probabilmente rivolto il messaggio di terrore lanciato con l’assalto e la sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa. Nata dal basso e senza il sostegno dei partiti, la protesta è iniziata nelle scuole normali che in tutto il Paese si sono solidarizzate con i loro compagni. In seguito, si è diffusa tra gli studenti medi e universitari per poi coinvolgere altri importanti settori della società ed acquisire un carattere nazionale e di massa.

Dallo stato di Queretaro a Morelos, dal Michoacán a Veracruz tutto il Messico è mobilitato. Blocchi stradali, di banche, sedi governative e centri commerciali, presidi e cortei sono all’ordine del giorno, tanto che è difficile tenerne il conto. Per fare qualche esempio: durante la scorsa settimana, nello stato di Oaxaca sono stati bloccati gli accessi agli aeroporti di Puerto Escondido e della capitale da parte dei maestri della Sección 22 della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores Educación), mentre in buona parte della regione venivano accerchiate le entrate di diversi centri commerciali, bloccate varie vie di comunicazione e “liberati” i caselli autostradali per far passare gratuitamente gli automobilisti. Nella zona della sierra mixteca inoltre sono state occupate la sede della PGR e della CFE (Comisión Federal de Electricidad).

In Chiapas, invece, normalisti e docenti hanno più volte occupato centri commerciali in diverse località, mentre l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, con il motto “il vostro dolore è il nostro dolore, la vostra rabbia è la nostra rabbia”, ha partecipato alle giornate globali per Ayotzinapa dell’8 e del 22 ottobre, rispettivamente, con un corteo silenzioso di circa 20 mila basi d’appoggio che ha accerchiato simbolicamente il municipio di San Cristobal de Las Casas, e con un presidio di fronte ai principali Caracol, durante il quale sono state accese 43 candele.

Se la protesta si sta verificando su tutto il territorio nazionale, il suo epicentro è sicuramente lo stato del Guerrero, dove le iniziative hanno raggiunto un alto livello di radicalità riuscendo a mettere in discussione la stessa governabilità della regione. Oltre ad aver duramente sanzionato i simboli del potere politico locale (congresso statale, municipio e palazzo del governo a Chilpancingo, sede del PRD e del comune ad Iguala) e ad aver occupato 21 amministrazioni dello stato, le iniziative, lanciate dalla Asamblea Nacional Popular, nata lo scorso 15 ottobre e formata da genitori e compagni dei desaparecidos, la CETEG (Coordinadora Estatal de Trabajadores de la Educación de Guerrero) più un centinaio di altre organizzazioni locali e nazionali, si occupano di rendere difficile la circolazione nell’entità.

Quasi quotidianamente, infatti, l’autostrada del Sole, che collega Città del Messico all’importante località turistica di Acapulco, ed altre importanti vie di comunicazioni guerrerensi (la México-Acapulco, la Tierra Colorada-Cruz Grande e la Tlapa-Chilpancingo) vengono bloccate da normalisti e docenti. Oltre ai blocchi stradali vengono fermati anche banche, centri commerciali e sedi istituzionali. Gli studenti in lotta, inoltre, fanno spesso dei blitz pacifici in radio e televisioni, dove chiedono ed ottengono di poter parlare alla popolazione. Data la situazione, il ministro dell’interno Chong ha deciso di inviare altri 10 mila uomini nella regione.

Il movimento si è fatto sentire anche a Città del Messico, dove i cortei nazionali indetti per le tre giornate globali per Ayotzinapa (8 e 22 ottobre e 5 novembre) sono stati pieni di rabbia ed indignazione ed hanno superato le 100 mila presenze. Aperte dai familiari dei desaparecidos e dagli studenti di Ayotzinapa – salutati dal grido “no están solos” e “Ayotzinapa somos todos” – le manifestazioni hanno visto la partecipazione sindacati indipendenti, studenti e studentesse delle principali università cittadine, delegazioni di diverse nazioni indigene, il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco, la Sexta zapatista, il Frente Popular Francisco Villa Independiente e tantissimi altri collettivi e organizzazioni. Quì come altrove, tuttavia, è stata significativa la presenza delle singolarità non organizzate, che hanno partecipato in massa alla manifestazione, autoproducendo cartelli, magliette e striscioni per esprimere il proprio scontento nei confronti di governo e partiti istituzionali, tutti considerati ugualmente responsabili della situazione in cui versa il Paese e accomunati in uno degli slogan più urlati della marcia: “né PRI, né PAN né PRD!”

Anche nella capitale, infine, sono decine le iniziative che si verificano quotidianamente ed anche quì, si va dal corteo al blocco stradale, dai presidi davanti alla procura della repubblica e ai palazzi del potere al salto collettivo dei tornelli in metropolitana. Per chiudere questo breve racconto della protesta, va sottolineato il grande dinamismo degli studenti medi e universitari che hanno già portato avanti otto ruscitissime giornate di blocco dei lavori, alle quali hanno aderito almeno 115 istituzioni accademiche pubbliche e private.

Per il momento, la grande partecipazione e l’indignazione hanno impedito che le forze dell’ordine reprimano direttamente i cortei (cosa molto frequente in tutto il Paese durante le proteste contro le riforme strutturali dello scorso anno) e nella stragrande maggioranza dei casi la polizia non è neppure presente. Tuttavia, come denunciato in questi giorni da vari università in lotta, sono già iniziate le prime provocazioni nei confronti del movimento da parte della polizia o dei cosiddetti “porros” (picchiatori prezzolati usati in funzione antimovimento). Le più gravi sono avvenute ai danni di 15 studenti, arrestati arbitrariamente dalla polizia della capitale a margine delle iniziative portate avanti nell’ambito delle 72 ore di paro estudiantil conclusosi venerdì.

Dopo otto lunghi anni di guerra, durante i quali la pratica del narco-paramilitarismo usato a difesa degli interessi di governanti e grandi capitali è stata la regola, la protesta contro il massacro di Iguala è diventata il catalizzatore dello scontento sociale che era già presente nel Paese, e sembra aver prodotto una nuova effervescenza nella società messicana. A distanza di oltre 40 giorni dalla sparizone forzata dei normalisti di Azyotzinapa, mentre il governo temporeggia con l’obiettivo di logorare il movimento sul lungo periodo, quest’ultimo rilancia l’iniziativa indicendo un paro nacional e una nuova giornata di mobilitazione globale per il prossimo 20 novembre, centoquattordicesimo anniversario della Rivoluzione messicana.

P.S.: mentre scriviamo è in corso una conferenza stampa del procuratore Murillo Karam, il quale ha annunciato l’arresto del Pato e di altri due membri dei Guerreros Unidos. Questi hanno dichiarato di essere gli assassini dei normalisti e di averli poi portati alla discarica di Colula, dove hanno bruciato i loro corpi con diesel e altre sostanze. Idetenuti hanno infine segnalato di aver in seguito trituraro i resti e di averli buttati nel fiume Colula. I familiari delle vittime non accettano questa riscostruzione, la quale si fonda esclusivamente sulle dichiarazioni dei detenuti e non è avvallata da nessuna prova indiziaria. Ribadendo la loro sfiducia negli inquirenti, che troppo frettolosamente vogliono chiudere il caso, il portavoce del comitato ha sottolineato che si fideranno solamente dei risultati prodotti dall’equipe argentino di antropologi forensi; e che, finché non ci saranno prove tangibili, considereranno vivi i 43 desaparecidos e continueranno le ricerche e la lotta.