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Sub/Culture

Non Abbandoniamo i Pakistani

| venerdì 20 agosto 2010

*di Luciano Muhlbauer*

Il fiume Indo nasce nel Tibet, poi attraversa le bellissime terre del Ladakh e del Kashmir indiani e, infine, si getta in mare dopo aver attraversato le provincie pakistane del Punjab e del Sind. Ha dato il nome a tutto il subcontinente indiano e, come tutti i grandi corsi d’acqua, fu culla di civiltà ed è fonte di vita nelle terre che bagna. Ma in queste settimane, grazie anche al trattamento che noi umani riserviamo all’ambiente, l’Indo si è trasformato in strumento di morte e distruzione.
In questo momento, in Pakistan, una porzione di terra equivalente all’Italia continentale è sommersa dall’acqua, quasi duemila persone risultano morte e 20 milioni sono sfollate, di cui almeno due milioni non hanno più una casa.

Un disastro immane, in una terra da sempre martoriata. Un paese nato dalla spartizione violenta dell’India, la Partition con i suoi massacri tra indù e musulmani, ostaggio sin dalla sua formazione della debolezza delle istituzioni civili e dello strapotere delle forze armate, peraltro coccolate sul piano internazionale dagli Usa, e oggi flagellato dalla guerra tra esercito e quei gruppi armati del jihadismo che proprio la dittatura militare e i consiglieri a stelle e strisce avevano allevato e coltivato. E come se non bastasse, negli ultimi anni il Pakistan è stato colpito da diversi terremoti, di cui quello più rovinoso, del 2005, aveva provocato oltre 70mila morti.

Insomma, ce ne sarebbero di ragioni, umanitarie o politiche o quello che volete, per mobilitare solidarietà e fondi verso gli uomini e le donne del Pakistan, anche per evitare che il disastro presente prepari altri disastri futuri. Invece niente, o quasi. Non ci sono nemmeno ancora i soldi necessari per far fronte alla prima emergenza, come ha denunciato in questi giorni il segretario generale dell’Onu. Figuriamoci quelli che serviranno per la ricostruzione!

È proprio come scrive Marina Forti su il Manifesto: “la catastrofe che si è abbattuta sul Pakistan non commuove nessuno”. Peraltro, e a riprova della pochezza della classe dirigente pakistana (e dei suoi sponsor internazionali), non si era commosso più di tanto nemmeno il Presidente del Pakistan, Zardari, che continuava tranquillamente il suo giro in Europa, mentre il suo paese stava annegando (a questo proposito, se sai l’inglese, ti segnaliamo le sintetiche considerazioni di Tariq Ali del 10 agosto scorso: http://www.lrb.co.uk/blog/2010/08/10/tariq-ali/at-the-manor-of-the-white-queen/).

Per quanto ci riguarda, pensiamo sia sbagliato, misero e colpevole fare finta di niente, come hanno già iniziato a fare i grandi media mainstream, o sostenere, anche con il nostro silenzio, la stomachevole ipocrisia dei nostri governi, prontissimi alle guerre al terrore in terre lontane, ma assenti e menefreghisti di fronte all’odierno dramma.

Ci uniamo quindi, con la nostra piccola voce, a quanti e quante chiedono di non lasciare da soli gli uomini e le donne del Pakistan. E ti segnaliamo la possibilità di contribuire con un gesto di solidarietà diretta. Ovviamente, dal momento che non ci piacciono né i militari, né gli integralisti che predicano con la spada, ti consigliamo il conto aperto dalla Federazione dei Sindacati Uniti del Pakistan suggerito da http://usb.it, il sito dell’Unione Sindacale di Base, l’unico sindacato italiano che si è finora mosso sull’argomento. Un’altra possibilità è effettuare una donazione specifica a Medici Senza Frontiere: https://www.medicisenzafrontiere.it/donazionionline/default.asp