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No–Profit o App–Profit? La grande rete delle Politiche Sociali

Reda MiX | venerdì 13 aprile 2018

Il settore delle Politiche Sociali del Comune di Milano, guidato per il settimo anno consecutivo dall’assessore Pierfrancesco Majorino, politico che da almeno 20 anni ricopre ruoli di responsabilità nel Partito Democratico di Milano, assorbe quasi un terzo (1 miliardo di euro circa) del bilancio comunale. E’ uno degli ambiti più diffusi sul territorio, quello che ha in essere il numero più alto di micro-appalti, spesso in affidamento diretto, ed ha recentemente subito una riorganizzazione volta a riunire sotto la medesima direzione gli ambiti di intervento più rilevanti: anziani, minori e cittadini in difficoltà. Una gestione complessa e cruciale, aggravata dal ruolo di passaggio migratorio della città, affrontata attraverso una fitta rete di società cooperativa (quasi sempre facenti capo a Legacoop) associazioni, società e Onlus: soggetti di diritto privato che spesso hanno il Comune di Milano quale unica o prevalente fonte di reddito. La cessione della gestione pubblica dei ‘servizi sociali’ ha avuto grande impulso negli anni Novanta in linea con il principio di Sussidiarietà riconosciuto Costituzionalmente proprio in quegli anni, portando alla esternalizzazione di tutta l’area del disagio psichico, l’ex ufficio H. Lo strettissimo legame tra politica e appalti, affidamenti diretti e valutazione delle performance, pagelline e conferimenti di incarichi, mobilità e posizioni organizzative, non ha impedito ai tanti protagonisti di quell’enorme ambito economico che è diventato il Terzo Settore dell’area metropolitana milanese di raccontarci gli aspetti meno noti del sistema terzo settore, che ha recentemente avuto nel Forum delle Politiche Sociali, il suo palcoscenico maggiore. I nomi degli intervistati sono necessariamente di fantasia visto l’enorme potere di ricatto che potrebbe essere esercitato sui cittadini intervistati: utenti, lavoratori comunali e responsabili o educatori di cooperativa. ‘Io ero un funzionario del Comune di Milano’, ci racconta Mario, ‘Ma alla metà degli anni Novanta ho deciso di fondare una cooperativa per gestire ciò che il Comune stava cedendo all’esterno tramite affidamenti e incarichi, l’area della marginalità psichica’. Un limbo sottile tra prerogative pubbliche e iniziativa privata, che ritorna spesso nei racconti raccolti, a testimoniare il profondo legame tra Terzo Settore e Comune di Milano, rafforzato dall’ingresso in scena agli inizi del 2000 delle banche, delle fondazioni bancarie e delle leggi che permettono forti detrazioni fiscali ai singoli e soprattutto alle società che scelgono di edere parte del gettito fiscale in organizzazioni senza scopo di lucro. ‘Una definizione che è ormai smentita dai numeri’, ci spiega Dario che lavora alla contabilità di un importante soggetto del Terzo Settore, ‘Nell’ultimo triennio stiamo parlando di un giro economico che supera i 3 miliardi, solo per l’area metropolitana milanese e che coinvolge più di 15mila lavoratori tra educatori, assistenti sociali, psicologi, operatori dell’assistenza, OSS, ASA, medici’. Un altro aspetto particolare che emerge dalle interviste è il ruolo amicale, quasi di corresponsabilità e motivazionale comune a molte delle realtà ‘sociali’. Equipe, riunioni di gruppo, discussioni comuni e una gestione apparentemente orizzontale del lavoro nascondono spesso paghe orarie pessime, condizioni di lavoro al limite del caporalato, rispetto dei tanti contratti che si occupano del settore minimo e una quasi totale assenza del Sindacato in questo settore. ‘Settimana scorsa è arrivata una educatrice di una cooperativa’, ci racconta Emanuela, una sindacalista. ‘Aveva partecipato a un programma televisivo e gli utenti avevano immediatamente avvertito i referenti comunali. La educatrice è stata costretta a spostarsi in altro incarico dopo che i responsabili della cooperativa (un colosso del ‘no profit’ con oltre 240 dipendenti e decine di appalti attivi tra Milano Hinterland e Brianza) avevano minacciato di demansionarla spostandola ad altra attività’.

Tutti gli oltre 30 intervistati hanno sottolineato il legame tra appalti e partecipazione alle tavole rotonde, alle iniziative pubbliche, agli appuntamenti decisi dal soggetto erogatore di contributi, contratti e appalti: il Comune di Milano. ‘Guarda’, mi spiega Antonio, che ha creato una cooperativa che si occupa di minori in difficoltà e lavora da anni in alcune zone di decentramento di Milano mi indica mentre sfilano le associazioni dietro Sindaco e Assessore alla manifestazione ‘contro il razzismo’ del 20 maggio 2017, ‘Seguiamo insieme il corteo a ritroso troveremo tutti’. L’elenco di società, assessori, consiglieri, dirigenti e funzionari comunali, cooperative, responsabili di fondazioni, collettivi, responsabili sindacali, percettori di spazi, progetti e contributi comunali, consulenti esterni assunti dal Comune, responsabili bancari, è davvero impressionante e se dimostra il grande sforzo dei cittadini milanesi nei temi della solidarietà sociale, non può non far crescere nell’osservatore attento dubbi sulla genuinità e soprattutto sulla totale imparzialità di un numero così alto di soggetti legati alle erogazioni solidali pubbliche e private. Dietro l’apparente patina aulica dietro cui si ammantano molte delle realtà sopra descritte però, non mancano le voci discordi, seppur silenti, spesso facenti capo a quelle realtà troppo piccole, quelle associazioni e cooperative non ancora assorbite nel business dei mega appalti e delle associazioni temporanee di imprese, che si ritagliano grazie a relazioni costruite nel tempo e professionalità, affidamenti diretti dal Comune che gli permettono di sopravvivere. Emerge sempre lo stesso lei motiv: il ritardo nei pagamenti, il taglio dei ‘casi’, la riorganizzazione dei sistemi. ‘E’ davvero umiliante svolgere questo lavoro di continuo cambiamento, di spostamento di ruoli e funzioni’, ci racconta un dipendente comunale riferendosi alla ultima (ennesima) ‘riorganizzazione dei servizi’ che puntuale si abbatte sulle Politiche Sociali ad ogni scadenza elettorale comunale. Pensa che nemmeno ai dipendenti sono concessi i benefici della legge 104 in caso di parenti disabili o anziani in difficoltà: gli spostamenti non tengono conto nemmeno dei più elementari diritti di cura di chi lavora al Comune come potrebbero far fronte a quelli dei cittadini?’. Il caso più emblematico dello scollamento tra rendering immaginifici diffusi dai media e la realtà, tra le descrizioni tanto fasulle da sembrar ridicole che si ripetono sul sito del Comune di Milano e il vissuto quotidiano di chi si accosta ai servizi sociali, sono le parole di un collega della sede territoriale dei servizi sociali di via Abbadesse, nel ‘Villaggio dei Giornalisti’ ma che copre un’area immensa sino a viale Padova. ‘Non solo tu che lavori al Comune di Milano hai fatto fatica a trovarci’, mi spiega, ‘I comuni cittadini, fanno fatica a trovare la nostra sede’. E mi mostra le sale dei servizi sociali ricavate in un ex ristorante confiscato alla mafia. Sul portone di ingresso manca la targa, una indicazione o almeno una bandiera del Comune.