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Niente sesso sono Apple

| mercoledì 13 aprile 2011

Apple ha denunciato per infrazione della proprietà intellettuale il marketplace MiKandi, che vende esclusivamente applicazioni per soli adulti sulla piattaforma Android. La causa riguarda l’uso da parte di MiKandi del nome “App Store”, laddove Apple sostiene di essere l’unica a poter utilizzare la definizione App Store. MiKandi dichiara di non avere i mezzi per reggere una causa contro il colosso di Cupertino e si è rinominata “App Market”. Anche Microsoft ha intentato una causa contro Apple per il diritto a usare il nome App Store, sostenendo che non si possa copyrightare un nome tanto generico (strana protesta da parte dell’azienda che ha brevettato la parola “Word”). Se questo evento riguarda principalmente una questione di brevetti e non direttamente i contenuti per adulti che MiKandi smercia, è indubbio che da qualche anno Apple è diventata attenta a non essere associata all’uso del porno. Il sistema operativo MacOSX viene rilasciato già installato sui Pc e contiene filtri di censura a disposizione dei genitori per limitare la navigazione dei bambini. Inoltre i negozi in rete di Apple (App e iTunes store) non contengono materiale per adulti. Una notizia recente: si è scatenata in rete la protesta nei confronti di Apple in quanto era acquistabile presso il suo App Store un applicativo omofobo prodotto dall’organizzazione cattolica Exodus International, la quale si presenta come: “una risorsa utile per uomini, donne, genitori, studenti e leader religiosi”. L’applicazione, rimasta in vendita per più di un mese, conteneva istruzioni per curare l’omosessualità, considerandola una malattia, ed ha sollevato le proteste della comunità LGBT: Lesbo Gay Bisessuale Transgender, la quale raccogliendo 146mila firme ha convinto Apple a ritirare il prodotto. Apple trascura e lascia passare un prodotto che tratta l’omosessualità come una malattia mentre non tollera applicazioni sessualmente esplicite sui suoi server. Con queste parole: “Apple non distribuisce applicazioni con contenuti inappropriati”. Queste sono le linee guida da rispettare per i programmatori che desiderano pubblicare le loro Applicazioni sull’App Store: Niente donne in bikini, niente uomini in bikini, niente pelle, niente profili che possano suggerire zone erogene, nessuna allusione sessuale, nulla che possa causare eccitazione sessuale. Nessuna applicazione che implichi contenuti sessuali verrà approvata.

Da dove è venuto questo puritanesimo? Apple non è nata così, gli over 40 ricorderanno i giochi per adulti, come Leather Goddesses of Phobos, dove le Dee Vestite di Pelle del Pianeta Paura complottavano l’invasione della terra per trasformarla nel regno del piacere e facevano un ultimo test su di un umano, il giocatore, il quale doveva impedire il malvagio piano. Il gioco cominciava in un bar ed il sesso del giocatore veniva determinato dalla sua scelta di entrare nel bagno degli uomini o delle donne. La confezione del gioco conteneva una cartina da sfregare e annusare con vari odori rilevanti in alcuni momenti dell’avventura grafica. O anche la saga di Larry Leisure Suit, dove un quarantenne vestito come Tony Manero tentava solitamente invano di sedurre donne attraenti. Anche i giochi della Lucas Arts, che adesso perpetua Guerre Stellari in versione Lego, erano adulti per contenuti, tipo di umorismo e difficoltà e non certo appiattiti alla sola coordinazione mano-occhio. Certo, negli anni 80 i computer non arrivavano facilmente nelle mani dei bambini, costavano un sacco di soldi ed erano strumenti di lavoro professionali, non c’era bisogno di censure ed era naturale che anche i giochi fossero per adulti. Apple in particolare aveva una fascia di mercato del solo 4% che comprendeva principalmente grafici e fotografi. Pare adesso che il processo di “normalizzazione” dell’intera società civile a livello mondiale, la ricerca affannosa della sicurezza, come se il mondo intero dovesse essere a prova di bambino e senza uno spigolo, abbia coinvolto anche la storica azienda di Cupertino. Pensare che nel mondo GNU/Linux un’applicativo per vedere le foto si chiama prosaicamente “PornView” dà bene l’idea della distanza che si è creata. Tanta cautela fa comunque strano per un’azienda il cui logo è la mela proibita morsicata, anche se questa mela non ha più da tempo i colori dell’arcobaleno. Se Apple pensa al momento che il sesso non tira, di tutt’altra opinione sono i programmatori Italiani che hanno dato vita al plug-in per Firefox wepr0n.com che permette di classificare e condividere il porno trovato in rete, trasformando la pornografia online in un’esperienza sociale basata sulla condivisione.