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Natsuo Kirino: una lettura – di genere – del lato oscuro del Sol Levante

duka | mercoledì 7 dicembre 2016

Natsuo Kirino, nome d’arte di Mariko Hashioka (Kanazawa 7 ottobre 1951), è una delle più importanti scrittrici giapponesi nota soprattutto per i suoi romanzi gialli e hard boiled. Autrice famosissima nel suo paese. Non amata in patria dalla critica letteraria – che vede le donne adatte a scrivere solo storie d’amore – per le trame anticonvenzionali. Durante una trasmissione, un conduttore radiofonico si rifiutò di interloquire con lei poiché in uno dei suoi libri narrava la vicenda di una moglie assassina del proprio marito.

Contestatrice formidabile delle istituzioni sacre, la sua voce dà un nuovo respiro alla letteratura nipponica.

Figlia di un architetto e laureata in legge, prima di diventare scrittrice di professione ha lavorato come editor e articolista.

Dopo gli esordi negli anni ’80 come autrice di romanzi rosa – genere letterario poco in voga in Giappone – sposta la sua attenzione verso gli aspetti psicologici del crime.

Le sue storie, come nel caso di Le Quattro Casalinghe di Tokyo, trovano spesso riscontro nella realtà del suo paese: nel 2007 una donna uccide il marito, ne smembra il corpo e si sbarazza dei resti seminandoli per tutta Tokio.

Natsuo ci regala immagini poco idilliache del Sol Levante. Lontane dallo stereotipo fatto di sgargianti carpe koi, Hello Kitty e fiori di ciliegio.

Gli scenari macabri dei suoi romanzi richiamano lo splatter; accostandosi, per stile, anche al hard boiled americano, da cui tuttavia si differenzia per per la scelta – spesso – di protagoniste femminili.

Donne e crimine sono il fulcro del suo lavoro. Istantanee cupe di esistenze e solitudini.

Umanità “altra” che spesso – ma non solo e non in modo discriminante – appartiene alle classi inferiori della società giapponese. Vittime di ingiustizie sociali e ricatti economici, ma consapevoli del quotidiano da cui non si sottraggono e che, anzi, affrontano.

Pioggia sul Viso

Il suo romanzo di esordio Pioggia sul Viso, uscito nel 1993 (pubblicato in Italia nel 2015 da Neri Pozza) – vincitore del Premio Edogawa Ranpo – ci trascina in un viaggio lungo l’asse Tokio-Berlino fatto di club a luci rosse, pratiche sadomaso e milieu di yakuza e gruppi neonazisti

La protagonista è Murano Miro: trentaduenne pallida – acqua e sapone – capelli corti e vita da single consumata in un modesto appartamento all’undicesimo piano di un palazzo anonimo. È afflitta anche nel sonno dal fantasma dell’ex marito – morto suicida – incapace di rassegnarsi all’evidenza. Lei non amava un altro. Semplicemente, si annoiava.

Un giorno, mentre dorme, il telefono squilla. Non si alza per rispondere ma il sonno è finito. Allora fa una doccia e prepara il caffè. È ancora con la tazza in mano, quando suonano alla porta.

Le si parano davanti due sconosciuti. Naruse, attuale amante di Yoko Usagawa, sua vecchia compagna di scuola, ora famosa e ricca scrittrice e Kimishima, giovane mafioso in camicia di seta blu elettrico, pantaloni turchesi e Rolex d’oro tempestato di diamanti.

Dopo averle detto che Yoko ha rubato cento milioni di yen a un boss della yakuza per poi scomparire, i due sequestrano Miro e la trascinano ai piani alti di un grattacielo, nel quartiere di Shinjuku, al cospetto del capo mafia Uesugi.

Il boss concede alla donna una settimana per recuperare i soldi o dimostrare la sua estraneità ai fatti. Compito arduo dato che i tabulati telefonici mostrano che l’ultima telefonata di Yoko, prima di eclissarsi, era diretta proprio a Miro.

Un incipit che basta e avanza per incuriosire e continuare la lettura del romanzo.

Giusto libro di esordio per una scrittrice cresciuta, insieme alla sua ricerca, nel tempo. Consiglio di leggerlo.

Unico calo nella tensione narrativa, la parte ambientata a Berlino, città forse poco familiare all’autrice e che risulta fiacca se messa a confronto con gli scenari e le situazioni della sua Tokio.

Le Quattro Casalinghe di Tokio

Out il romanzo più famoso della Kirino, pubblicato in Giappone nel 1997, finalista, nella traduzione in inglese, agli Edgar Award del 2004 e uscito in Italia, nel 2003, con il titolo Le Quattro Casalinghe di Tokio (Neri Pozza) non ha un cazzo a che vedere con la quasi omonima la serie tv americana Desperate Housewives. Niente patinatura: le donne della Kirino sono disperate davvero.

Qui, le protagoniste lavorano in fabbrica. L’autrice prima di scrivere si è fatta assumere in uno stabilimento che prepara cibi precotti. Voleva capire prima di descrivere – magistralmente – le operaie di Bentò e il loro vivere scandito dai turni di notte nella zona industriale ai margini della metropoli.

Il libro è nero. Un noir – splatter – grondante sangue arterioso e frattaglie umane.

Le sue pagine sono un capolavoro del genere e un implacabile affresco di critica sociale al Giappone.

La trama ha una partenza – fulminante – da moto mondiale.

Yaoyoi non ne può più del marito che sperpera tutti i soldi – compreso il suo misero stipendio, guadagnato con fatica, da operaia – a donne e al gioco. Un giorno non ce la fa più davvero e uccide il marito. L’idea del carcere la manda in panico. Deve sbarazzarsi del cadavere e non sa come fare. Chiede aiuto alle sue amiche e colleghe di lavoro: Masako, Yoshie e Kunico. Le quattro donne smembrano il cadavere, puliscono la scena del crimine, mettono i pezzi del corpo dentro tante buste e le sparpagliano in diversi cassonetti in giro per Tokio.

Ma la yakuza si accorge di loro. Le costringe, ricattandole con lo spauracchio di una denuncia agli sbirri – che nel frattempo hanno ritrovato i resti dell’uomo – a lavorare per conto della mafia. La nuova – e ben pagata – professione consiste nello smaltimento di cadaveri.

Il finale è una sfida che ricorda i duelli western. Senza l’epica machista di John Ford. Il volume che avete nelle mani – è scritto da una donna che se ne sbatte del mito della frontiera – non è L’Uomo che Uccise Liberty Valance.

Nella pellicola l’eroe deve necessariamente vestire i panni di un cittadino qualsiasi. Ransom Stoddard (James Steward) per risultare vittorioso nello scontro con il temuto bandito Liberty Valance (Lee Marvin) si avvale – a sua insaputa – dell’aiuto di un cowboy “con le palle” – Tom Doniphon (Jhon Wayne).

Nel romanzo la differenza è netta. La protagonista è sola. Non può contare su nessuno. Masako affronta Satake – il suo antagonista – che vuole umiliarla, stuprarla e solo alla fine ucciderla.

La scrittura della Kirino, nelle Quattro Casalinghe di Tokio, sfiora una suspense – a orologeria – che incolla gli occhi alle pagine. Non si vorrebbe, forse, interrompere la lettura anche se la violenza narrata ci colpisce in faccia, cruda, mandandoci KO.

Messi all’angolo, allora, arriva il momento della pausa e l’assimilazione di quella storia brutale, vera – spesso inascoltata – che guida il lettore e la lettrice all’epilogo della storia.

Un libro assolutamente da leggere. Un volume che non può mancare sugli scaffali della nostra biblioteca.