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Nasce Jumo, social network no profit

| martedì 7 dicembre 2010

Mettere in rete. L’imperativo del nostro giovane XXI secolo sembra essere questo: condividere, collaborare, creare e diventare communities. Proprio questo significa “Jumo”, una parola che in Youruba indica “fare insieme”. Non aveva bisogno di impararlo Chris Hughes, classe 1983, cofondatore di Facebook e coordinatore della campagna online di Obama per le presidenziali Usa. Il 3 dicembre 2010 Hughes ha lanciato (anche in Italia) Jumo, il social network del non-profit: ong, associazioni, progetti e singoli potranno d’ora in poi condividere interessi, idee e donazioni. Fino a qualche giorno fa il sito prometteva il proprio avvio invitando gli utenti a profilare il proprio account con un lungo cervellotico test, dopo essersi iscritti alla newsletter. Qualche giorno fa è arrivata a tutti una mail, in oggetto Chris Hughes in persona: Jumo è online, con 3500 progetti on board al lancio.

Per accedere bisogna avere un account facebook, che sarà sempre in comunicazione con il profilo di Jumo; un omaggio al social network più diffuso al mondo, che Hughes, compagno di stanza di Zuckenberg a Harvard, ha contribuito a creare. Jumo permette di seguire l’attività delle associazioni negli ambiti che interessano, di condividere le proprie opinioni, di finanziare e partecipare ai progetti. La splash page richiede un voto d’interesse su macro aree di riferimento, dall’arte alla povertà, passando per la geopolitica e l’educazione. Una volta bilanciato il proprio profilo sociale, si possono selezionare, tra le prime adesioni, le associazioni da seguire, di cui si avranno in diretta gli aggiornamenti sull’attività pubblicati in bacheca. Oltre a seguire le attività delle associazioni, ciascuno può attivare anche una pagina progetto, ma potrà ricevere donazioni via semplice click soltanto se iscritto come ong all’albo ufficiale statunitense. La grafica del sito è semplice e richiama direttamente l’organizzazione di Facebook, con pagine fan e una bacheca personale dove leggere i cambiamenti.

L’idea di Hughes nasce dalla tragedia del terremoto che ha squassato Haiti nel gennaio 2010. Dopo la quale, come era successo per l’uragano Katrina, centinaia di migliaia di persone si sono date appuntamento sulla rete per supportare ed aiutare gli abitanti. «Possiamo rendere più semplice per le persone connettersi con professionisti di molti settori per far succedere il cambiamento. Ci sono un milioni di gruppi diversi che lavorano ogni giorno per fornire servizi sanitari o educativi, o per far funzionare buone pratiche di gestione e penso che il nostro compito non sia quello di usare I social media per reinventare il paradigma dell’impegno e dell’attivismo, ma piuttosto per supportare il lavoro delle persone che là fuori stanno facendo il possibile, giorno dopo giorno» ha dichiarato il fondatore all’avvio del sito.

Il team del progetto è di per sé un parterre des rois: al fianco di Hughes troviamo Kirsten Titus, esperto del settore non-profit, e Scott Thomas, ex-designer della campagna di Obama. Nel Board scientifico altrettanti potenti advisors: Jeffrey David Sachs, direttore del Earth Institute alla Colombia University, Jacqueline Novogratz, CEO del fondo Acumen (http://www.acumenfund.org/) e Linda Rottenberg, CEO e co fondatrice di Endeavor (http://www.endeavor.org/) [fonte: Ellen Macgirt, Fast Company]. Il modello di business è ancora in progress, ma sembra si strutturerà su donazioni, di fondazioni e utenti: «Non abbiamo lanciato questo progetto per far soldi, ma per essere sicuri che nessun individuo d’ora in poi possa più dire “vorrei aiutare ma non so come” »