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Milano Tricks – Sk8 a Milano

| lunedì 1 dicembre 2014

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foto: roberta maccechini

È pochi mesi che ho cambiato casa. Mentre in vista del trasloco tiravo fuori di tutto dagli anfratti più dimenticati della mia vecchia stanza e decidevo cosa eliminare e cosa portarmi nel nuovo nido, da dietro un armadio è saltata fuori una tavola da skate. Rovinata, consumata, vissuta. Sotto, due adesivi e pasticci fatti con l’UniPosca. Tra l’altro, la scritta “nose” in corrispondenza del nose e “tail” in corrispondenza della tail — cosa che mi ha fatto sorridere — e verso il centro “To Marta by Gab”. Faccio rapidamente mente locale e mi sovviene che è la tavola che Gab, uno dei miei amici più cari, mi ha regalato ai tempi del liceo — la sua seconda tavola (e la prima è andata spaccata e quindi perduta, perciò è come se fosse la prima, in un certo senso). Un regalo che avevo apprezzato moltissimo già allora, e che adesso mi sembra ancora più significativo, perché Gab non ha più in faccia i brufoli da adolescente, ma non ha mai smesso di skateare. Ovviamente la metto tra le cose da portare a casa nuova e ora è elemento d’arredo in cucina.
Poco tempo dopo mi arriva tra le mani Stupidi giocattoli di legno, una delle ultime uscite di Agenzia X – che parla proprio di skate e che leggo rapidamente e volentieri.

Insomma, è un periodo che mi è tornato lo skate in testa, io che su una tavola sono salita solo un paio di volte, per provare un manual sotto l’occhio attento del suddetto Gab, che non è comunque riuscito a evitarmi una culata. Sì, perché io e la mia amica da ragazzine passavamo i pomeriggi in piazza Leonardo a guardare Gab e gli altri skateare, e ogni tanto giusto per ridere ci cimentavamo in tentativi — ma più che altro facevamo un po’ da groupie.

Oltre all’aspetto più affettivo, c’è una cosa su cui mi sono ritrovata a riflettere: il rapporto tra lo skate e la città, tra lo skate e la mia città, Milano.
Ho intervistato a riguardo proprio Gab e altri tre amici, che mi hanno prima di tutto istruito sul fatto che Milano è per lo skate “la città italiana più conosciuta a livello internazionale”. Sono partita dalla differenza tra lo street skating e lo skate da skate park. È il primo a interessarmi e affascinarmi di più, perché mi sembra un modo diverso e creativo di vivere la città. Gab conferma: “In strada devi adattarti a ciò che trovi, devi capire come utilizzare elementi architettonici che non sono stati pensati apposta per lo skate, e devi trarne il massimo per il tuo divertimento. Lo street skating ti trasmette un senso di libertà, è un’evasione dai canoni della società e al contempo un modo di vivere la città molto più intensamente, legando forti emozioni a un posto che per gli altri è un semplice luogo di passaggio. Finisce che conosci i palazzi, gli elementi architettonici, i materiali che vengono usati. Conosci la vita di un quartiere, la gente che lo popola.”

Ho bene impresso nella memoria il passaggio di Gab & co. (e io e la mia amica al seguito) da Piazza Leonardo a Piazza Duca D’Aosta, praticamente un passaggio tra adolescenza e maturità. In Centrale era tutto diverso, c’era molta più gente, e più grande. Gab dice che “Piazza Duca d’Aosta appare in moltissimi video professionali ed è conosciuta in tutto il mondo come tra le migliori piazze per skateare”. Io dico che al di là di questo è un centro di aggregazione molto bello e vitale. Miotto, che ha iniziato a skateare nel suo paese d’origine, Castelfranco Veneto (60.000 anime, provincia di Treviso), mi ha raccontato cos’è successo quando si è trasferito a Milano, nel 2010: “La mia prima casa a Milano era vicina alla Stazione Centrale ed è lì che ho conosciuto i ragazzi con i quali tutt’ora skateo. Con loro si è creato un legame particolare, perché io venivo da una scena skate fatta principalmente di ragazzini, invece a Milano mi sono ritrovato a skateare con persone più grandi. Skateare con loro mi ha fatto progredire sotto molti aspetti: mi hanno coinvolto nel loro progetti video, siamo stati in tour in giro per l’Europa e anche il mio skateboarding è migliorato.” Gli chiedo di descrivermi meglio la fauna di Centrale, mi dice: “La figata è che siamo un gruppo bello numeroso ed estremamente eterogeneo: c’è quello che lavora in banca, chi vende energia, chi fa il programmatore, chi il tatoo artist, chi il commesso, chi ancora studia, chi vende intimo,… Questa cosa è estremamente dinamica e stimolante perché ognuno ha la sua storia da raccontare e ogni volta che ci si ritrova a skateare è sempre un momento per parlare di qualcosa di nuovo. L’età è totalmente insignificante, il range è tipo dai 15 ai 40 anni. E poi ci sono ragazzi di un po’ tutte le nazionalità: Giappone, Cina, Sudafrica, Cile, Ecuador, Brasile, Filippine, USA tra quelli che mi vengono in mente. Di base non c’è nessuna differenza tra una persona e un’altra, l’importante è skateare assieme e passare dei bei pomeriggi assieme”.

Mi torna in mente il bel René, la prima volta che l’ho visto, quando era da poco arrivato dal Sudafrica, con i suoi 18 anni, la sua tavola e il suo forte accento inglese. Oggi oltre che skater è montatore e film-maker (bravissimo), e il suo accento è decisamente milanese. Gli chiedo quanto lo skate ha avuto un ruolo nella sua integrazione in Italia. Mi risponde che skateava già in Sudafrica ma viveva in un paesino piccolo quindi erano in pochi, lontani dalla città, dove c’era una scena più concreta. Quando è arrivato a Milano si è trovato in mezzo “a una delle scene più grosse d’Italia ed è stato motivante.” “Sono sbarcato a Milano il 17 marzo 2002”, mi spiega, “me lo ricordo come se fosse ieri. Appena arrivato volevo andare a skateare alla Stazione Centrale, ma mi avevano perso la valigia e quindi ho skateato con le scarpe di mio zio che erano 2 numeri più grandi”. “Grazie allo skate ho conosciuto persone fantastiche”, prosegue, “che ritengo i miei migliori amici, rapporti che vanno al di là dello skateboarding. Ho viaggiato molto, fatto progetti che non avrei mai fatto e lavoro pure grazie allo skate. È stato importantissimo nella mia integrazione in Italia, ed è anche il motivo per cui ho deciso di rimanere qui, oltre ad avere un ruolo fondamentale nella mia crescita come persona. Da quando ho iniziato ha avuto come un effetto ‘domino’ sul resto della mia vita”.

La gratitudine e la passione nei confronti dello skate può essere tanta. René, con altri due ragazzi (Diego, che incontrerete tra poche righe, e Andrea) hanno fondato nel 2008 Chef Family, che da piccola realtà locale è diventata il punto di riferimento più importante in Italia per lo street skateboarding e la sua diffusione. La maggior parte degli skaters di Centrale ne fanno parte, compresi ovviamente Gab e Miotto.

Chiedo a Diego cos’è una “family”. Mi dice che è un’evoluzione del concetto di “crew”, che deriva da veri rapporti di amicizia che si creano anche fuori dal contesto skate. “Anche se può sembrare un’attività individuale”, infatti, “in realtà è una cosa di gruppo: la maggior parte degli skaters non vanno a skateare da soli ma hanno sempre più di un amico per potersi divertire e confrontare. Io personalmente spesso se non ho qualcuno con cui skateare non skateo proprio. Ognuno appartiene a un gruppo e ad altri 100 piccoli gruppetti che si creano con il tempo”. Rincara Miotto: “Di base fintanto che lo skate non diventa competizione, in cui uno deve dimostrare di ‘avercelo più lungo’ è solo divertimento! Con i ragazzi con cui skateo la cosa è particolarmente evidente: c’è chi si sa a malapena spingere e chi è veramente bravo ma nessuno viene escluso. L’amicizia non si ferma solo allo skateare, usciamo anche la sera e le vacanze/tour fatti tra di noi sono tra le vacanze più belle di sempre”.

Insomma, rifletteteci, sappiatelo e gioitene di questi giovani (e meno giovani) che vivono la città e la vita in un modo tutto loro. Forse sono poco politicizzati, filosofici, teorici, ma la sanno lunga su come si sta al mondo: sarà che su quattro rotelle si va via veloci, ma riguardo amicizia e inclusione, divertimento e creatività, sono avanti.

(Marta A.)