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Milano Sconosciuta

| domenica 31 gennaio 2010

*di Massimo Berni*

Pubblicato nel 1879, un anno in anticipo su Nana, celeberrimo romanzo di Emile Zola sulla prostituzione a Parigi, Milano sconosciuta è per bocca dello stesso Valera “Il grido di una generazione che soffre, che muore, e non si arrende”.

Prendendo le mosse da una celebre venditrice di femmine “spirata come una donna pia che avesse dedicato l’esistenza al culto della preghiera […] l’amica, la compiacente, la ruffiana dei banchieri, dei banchieri, degli speculatori, degli aggiotatori, dei senatori, dei deputati […] di tutte le folle dei due sessi che si cercano, si comprano, si vendono, si uniscono e si voltolano nel letto delle immoralità e delle abominazioni lupanaresche”, Valera documenta e cataloga schifo e nausee d’una Milano che dietro i quartieri ricchi nasconde quelli più poveri, dove se la sfanga la “poveraglia” costretta a lottare ogni giorno con le unghie e coi denti per stare al mondo. Una denuncia dal basso della società milanese post-unitaria svelata nei recessi e bassifondi della prostituzione: pestilenza che abbruttisce e avvelena; abominio della società borghese colpevole di allargare la piaga invece di aiutare gli individui dando loro condizioni dignitose di vita.

Con la sua scrittura originalissima “viva, gagliarda, ardente come l’alito di una fornace”, aperta a formazioni lessicali d’ogni radice e genere, fatta d’accostamenti inusitati, stridenti; significati schiaccianti, odori d’ambienti e carni mal lavati. Contaminata di locuzioni gergali, parole dialettali: lessico di ladri, puttane, magnaccia, truffatori, ruffiani, contrabbandieri, guardie, sborniati, viziosi, avariati, viveur. “Lingua sublime che produce la gente nata dopo il dizionario”, lingua della vita vera – vita che si consuma – contrapposta alla lingua “uscita dalla tomba” dei letterati: stantia, incolore e fredda. “Perché i dizionari della borghesia non sanno che lo spirito umano cammini con la lingua”.

Valera deriva, strapazza, ribalta, rivitalizza i significati tradizionali dei termini forgiando spregiativi, diminutivi, accrescitivi, svalutativi, vezzeggiativi. Flettendo, contraffacendo, trasfigurando sostantivi, aggettivi a suon di suffissi e desinenze, con la certezza incrollabile che ogni frase ben fatta sia una buona azione compiuta. Esempio dell’attualità della scrittura di Valera sono parole da lui coniate come “povertopopoli” e “porcopoli”, trasmutate in “tangentopoli” e “vallettopoli” dal giornalismo contemporaneo.

Partigiano di un’arte realista – naturalismo complementato da socialismo – intellettuale coinvolto in prima persona, schierato dalla parte degli ultimi, egli riempie il vuoto tra letteratura e realtà sociopolitica. Difende la verità con la parola rendendo coscienti i lettori dei mali e delle contraddizioni della società. Valera è la voce che emarginati e diseredati non hanno per reclamare i diritti negati.

Perché “si è come si è, non come si vuole che si sia”. Perché “chi ha ingegno, chi ha idee, chi ha stile può sfangare per gli strati sociali e rimestare le turpitudini della vita senza paura che intervenga il doganiere della morale governativa”. E se anche dovesse intervenire “lo scrittore cosciente non rinuncia alla terminologia che scolpisce perché non piace al giudice”.

In nome della verità, Valera non rinuncia a calarsi negli immondezzai del sottoproletariato urbano e fotografarne la vergogna. Perché “la verità ha preso a scapaccioni e a pedate tutti i romantici che idealizzavano la vita, che masturbavano lo stile, che popolavano il libro di fantocci, che facevano vivere i lettori in ambienti artificiali”.

Meditate, o scrittori devoti dell’arte pura, dediti alla metafisica da buco della serratura; pigliainculo senza più aspirazioni di libertà né di giustizia sociale; quaquaraquà che evitate le acque agitate. Meditate, stirpe di vigliacchi… e ribellatevi!

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