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| domenica 28 giugno 2015

milanopride15

dal manifesto

Negli Stati Uniti cen­ti­naia di migliaia di gay e lesbi­che hanno salu­tato la sto­rica sen­tenza che rico­no­sce i matri­moni omo­ses­suali in tutta la Fede­ra­zione can­tando We Shall Over­come sulla sca­li­nata davanti alla Corte Suprema a Washing­ton, in Ita­lia la vigi­lia del Gay Pride di Milano è stata l’ennesima occa­sione per la destra, con la Lega Nord in testa, per dare sfog­gio del peg­giore e ottuso oscurantismo.

Due con­si­glieri comu­nali del Car­roc­cio, Luca Lepore e Mas­si­mi­liano Bastoni, hanno defi­nito la parade «un depri­mente pal­co­sce­nico di qual­che migliaio di fru­strati, vit­time di aber­ra­zioni della natura». Un po’ di livore sono riu­sciti a vomi­tarlo anche sulla giunta di Giu­liano Pisa­pia «affetta da disturbo dis­so­cia­tivo e che patro­cina mani­fe­sta­zioni degra­danti, ripu­gnanti e lesive della dignità dell’essere umano».

Nono­stante il tri­ste spet­ta­colo della vigi­lia, per le strade di Milano si è river­sata una marea colo­rata, festosa e can­tante con tanta fame di diritti. Per tutti, non solo per gli omo­ses­suali, anche per quelle cen­ti­naia di migranti che, da giorni, ancora dor­mono nel Piaz­zale davanti alla Sta­zione Cen­trale dove era stato fis­sato il con­cen­tra­mento. 100, 150 mila, secondo gli orga­niz­za­tori, hanno sfi­lato fino a Porta Vene­zia. Tra i carri, i balli e i tanti car­telli, uno che con­densa in poche parole un’unità d’intenti com­patta e deter­mi­nata per otte­nere diritti che, ad oggi, in Ita­lia ancora non esi­stono: «25 anni insieme, vogliamo sposarci».

Le varie asso­cia­zioni riu­nite nel comi­tato arco­ba­leno hanno mani­fe­stato nella gior­nata dell’orgoglio omo­ses­suale die­tro lo stri­scione di aper­tura: «I diritti nutrono il pia­neta» che para­frasa il claim dell’Esposizione Uni­ver­sale. Come slo­gan, per quest’edizione, è stato scelto un urlo. «Non per­ché i diritti vadano impo­sti — aveva spie­gato qual­che giorno fa Fla­vio Pel­le­gatta, Pre­si­dente di Arci­gay, alla con­fe­renza stampa di pre­sen­ta­zione a Palazzo Marino — ma per­ché siamo stan­chi di aspet­tare». «E’ un grido col sor­riso quello che oggi tutti insieme lan­ciamo — ha detto dal palco Pisa­pia — ma è un grido che, senza rispo­ste alla svelta, diven­terà di sde­gno e di rabbia».

A con­clu­sione, prima degli inter­venti dal palco del primo cit­ta­dino e di Billi Costa­curta, il testi­mo­nial della parade di quest’anno, un flash mob «per lan­ciare un’immagine sim­bo­lica». L’anno scorso le foto­gra­fie di Corso Bue­nos Aires inon­data dal «Fiume d’amore» con 50 mila cuori sol­le­vati in aria, ave­vano fatto il giro del mondo. Quest’anno è stata scelta l’affermazione «Sì». Sì, lo voglio pro­nun­ciato in un grande matri­mo­nio col­let­tivo. Migliaia di brac­cia alzate con un car­tello che chiede ugua­glianza per tutti, un’evoluzione e il rico­no­sci­mento dei diritti umani col­let­tivi. «Sì, è la rispo­sta dell’amore, l’amore dice sem­pre: Sì», ha spie­gato l’artista Angelo Cru­ciani, già idea­tore del Flash Mob della pas­sata edizione.

E’ stata una mani­fe­sta­zione poli­tica, anche per­ché è alle isti­tu­zioni che la comu­nità lgbtq si è rivolta per otte­nere final­mente in Ita­lia quello che in molti Paesi, anche nella cat­to­li­cis­sima Irlanda, è ormai nor­ma­lità. La sen­tenza della Corte Suprema ame­ri­cana, con un lin­guag­gio inso­li­ta­mente emo­tivo, dice «che il matri­mo­nio è una que­stione di libertà, di mani­fe­sta­zione della pro­pria dignità di esseri umani. Attra­verso il matri­mo­nio gay e lesbi­che pos­sono supe­rare la soli­tu­dine e l’esclusione che li ha carat­te­riz­zati per decenni».

E tra que­ste parole e noi c’è dav­vero di mezzo il mare.