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Milano-Etiopia: rotta della migrazione

by Stefano Mansi | mercoledì 26 settembre 2018

Il suo profilo si staglia placido, da ormai molti anni, in via Rubattino. La lunga via che collega Ortica a Segrate, un tempo contornata da depositi militari. Qui si trova la CESI spa, una delle aziende italiane maggiormente impegnate in quello che può essere considerato il più devastante intervento sulle popolazioni dell’Etiopia mai realizzato in precedenza. L’azienda, coinvolta nelle indagini per il recente crollo del ponte Morandi, ha stilato il seguente report a corroborare la validità di una delle più grandi opere mai realizzate in Africa, la terza diga sul fiume Omo, che coinvolge anche un altro colosso italiano la Salini-Impregilo (http://businessdocbox.com/Green_Solutions/68687943-Cesi-a-report-sta-territorial-and-environmental-studies-approved-page-2-of-135.html). Il cantiere è stato promosso fortemente dal Governo Italiano, con il presidente del consiglio Matteo Renzi che in visita l’ha definito ‘Un orgoglio italiano’ (https://www.salini-impregilo.com/it/sala-stampa/news-eventi/renzi-visita-diga-salini-impregilo-in-etiopia-premier-italia-prima-in-opere-ingegneria.html). Siamo nella culla della nostra civiltà, non lontano dalla valle del fiume sono stati ritrovati a più riprese i resti ossei dei nostri progenitori, gli australopitechi, ominidi che 1,5-1,3 milioni di anni fa lasciarono gli alberi e la foresta, sempre più rada, per provare a sopravvivere in un ambiente divenuto arido per le grandi variazioni climatiche intervenute nel corso di millenni. Lì, dove è partita la grande avventura dell’uomo, scorre il fiume, in  una enorme depressione che alimenta il lago Turkana nel Kenya. La biodiversità dell’intero bacino è tra le più preziose del pianeta, l’acqua del fiume e le culture che hanno abitato quest’area per migliaia di anni ha permesso la sopravvivenza di oltre un milione di persone che vivevano di pastorizia, pesca, agricoltura. Un patrimonio enorme non solo dal punto di vista naturalistico, sulle sponde dell’Omo e dei suoi affluenti (tra cui il Gibe) vivono le tribù più antiche di tutta l’Africa, portatrici di conoscenze ancestrali, usanze e rituali che affondano le radici nel cuore della nostra storia, quella dell’uomo.

La grande opera non ha solo reso arida e disboscato una enorme area fino a pochi anni fa abitata da migliaia di persone. Ma ha messo in ginocchio la vita di oltre 400.000 mila persone, decine di tribù, un intero ecosistema che viveva grazie al fiume. Ed avrà conseguenze ancor più grandi per il Kenya e le decine di migliaia di persone che vivono sulle sponde del grande Lago Turkana, vicino al confine etiope, alimentato dalle acque dell’Omo, trattenute per produrre energia elettrica. La lotta delle popolazioni interessate alla costruzione della diga è costellata da episodi simili a quelle che vedono le grandi multinazionali aggredire grazie alla corruzione e alla compiacenza delle effimere autorità statali locali le risorse degli stati dell’Africa e del Sud America con un impatto, questa volta così grande da provocare un esodo biblico. L’intervento è talmente grande da provocare una emigrazione di massa, un impoverimento così grande delle condizioni naturali di un’area che si estende per migliaia di chilometri e coinvolge così tante specie umane, animali e vegetali da qualificarsi come un disastro naturale.

Non c’è bisogno di andare a disturbare gli antropologi per scoprire le cause delle migrazioni, o scandagliare col carbonio decine di resti ossei congetturando le più improbabili teorie: le abbiamo sotto gli occhi, oggi. Servirebbe solo aprire gli occhi, o meglio le telecamere, i pc, i taccuini, o anche solo google maps per rendersi conto dell’enormità delle masse umane che da quella parte dell’Africa, così intimamente legata alla storia d’Italia e a Milano in particolare, si riverseranno nei prossimi anni verso nord, così come successo per milioni di anni prima d’oggi seguendo le stesse rotte. Lungo il Nilo, attraverso le Oasi del Sahara e ancora spostandosi verso le coste della Siria e l’Asia Minore.E’ questa una migrazione che in pochi decenni ripercorre la strada che durante l’ultima grande migrazione dell’Homo Sapiens impiegò oltre 40mila anni a raggiungere l’Europa attraverso il Bosforo dilagando nei Balcani. Allora, circa 40mila anni fa, due specie umane enormemente differenti, frutto di variazioni genetiche e spostamenti avvenuti millenni prima, si incontrarono proprio in Europa. I Neanderthal, molto più rozzi, dagli strumenti di pietra meno sofisticati, con meno resistenza ai cambiamenti climatici, molto meno specializzati dei Sapiens, ebbero la peggio.  Gli studiosi non hanno ancora prove e documenti di quello che successe. Fatto sta che scomparvero, ritirandosi sempre più a nord, sopravvivendo nelle montagne in aree sempre più residuali: i loro strumenti si trovano in strati differenti da quelli dei Sapiens e anche quando, come nella Grotta di Fiumane in provincia di Verona, sembrava fossero state trovate esili tracce della convivenza, recentissimi studi hanno mostrato che vi era stata una cesura netta, non certo una convivenza.

Le migrazioni attuali non sono quindi un’emergenza, un’urgente impellenza come viene descritta da molti mezzi di informazione ma un ricorrente fatto storico, accelerato per opera dell’uomo, che ha cause scientifiche certe e può essere studiato, compreso, indagato. Senza approfondire la storia delle migrazioni, senza compendere quali strettissimi legami vi sono anche tra la nostra città e la deportazione di intere tribù, l’utilizzo di squadroni paramilitari per ‘sgomberare’ i villaggi, l’influenza delle scelte economiche e geo-politiche degli stati occidentali in tutto il Corno d’Africa, ogni soluzione sarà inutile. Ogni decreto vano, ogni soluzione rabberciata. Se Milano ha una qualità è quella di guidare, di anticipare, di studiare e di trovare soluzioni intelligenti ai problemi. Vediamo di non venir meno alla nostra storia, se non vogliamo subirne fino in fondo le conseguenze.