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Milano da pippare

| venerdì 30 luglio 2010

*by Gianni Biondillo*

In questa Milano tropicale bevo una birra ghiacciata con M. quartoggiarese doc e amico di sempre. Ci vediamo poco, abbiamo vite diverse: io la sera resto in casa con la famiglia, lui di notte inizia a vivere. Oggi ho la serata libera; giro con lui in macchina per una città che non conosco e che non mi appartiene, incrociando di continuo i luoghi topici della movida, senza voyerismo o pelosa indignazione. Quello che è successo all’Hollywood, mi dice, non è nuovo per nessuno, Milano naviga nella cocaina da decenni. Da quando il prezzo si è abbattuto è diventata appannaggio di tutti. «Perché tutti pippano a Milano. Dipende come e perché» Io a dir la verità non l’ho mai fatto, gli dico quasi vergognandomene. «Ci sono camionisti o chirurghi che pippano per mantenere alte le performance professionali. La coca non è solo sballo». Sai che soddisfazione! A questo punto lo pungolo un po’. M. è stato per un certo periodo pierre proprio all’Hollywood. «Ero solo l’ultima ruota del carro nella gerarchia» mi dice. E mi spiega come si viene arruolati per portare gente nelle discoteche: più «bella gente» si porta dentro e più è facile ottenere un compenso, che spesso arriva anche a metà del biglietto d’ingresso di ogni potenziale cliente.

Ma dov’è il guadagno, chiedo ingenuamente. «Il costo del biglietto non fa testo. Quello che conta è far entrare il pollo col portafoglio gonfio». Da qui la selezione all’ingresso. Code infinite di gente che viene dal bresciano, dalla bergamasca, manzi al macello brianzoli o del centro città. Aspettano anche per ore davanti ai club. Che club non sono affatto, sono luoghi pubblici, la selezione in sè è un abuso. Solo che la logica dell’esclusività nobilita il fighettismo snob di chi viene ammesso a corte. Dentro poi sei uno dei tanti, escluso dall’ennesimo cerchio esoterico dei privé, lì dove tutti agognano di andare, dove tutto è permesso. «Quello che ho visto tu non lo puoi immaginare» prosegue. «Sono i giovani che mi spaventano. Sono i più fragili, i più facili da irretire. Si calano di tutto: coca, anfetamine, alcool. Così le inibizioni crollano. Una volta ho visto una ragazza completamente sfatta che ha fatto sesso orale col fratello».

Ma com’è possibile, chiedo, nessuno dice nulla? «In quella bolgia ci sono regole non scritte. E modi di appartarsi. È un circolo vizioso, il livello di ipereccitazione è altissimo. Allora spesso i ragazzi si prendono dei calmanti, del valium. Cadono in un down deprimente, per giorni, e ricominciano daccapo. Tutto questo forse aumenta la loro fragile autostima ma distrugge il fisico». Mi racconta queste cose mentre passiamo per il Magnolia, il Toqueville, l’Alcatraz, il Gattopardo. Dall’Idroscalo ai Navigli, e poi Brera, San Lorenzo, Corso Sempione. «Dovrebbero andare avanti. Tutta Milano è da decontaminare». Forse stai un po’ esagerando, gli dico. «Guarda l’Isola» insiste. «Hanno eliminato i centri sociali come fossero la feccia. In realtà erano portatori di diversità. Cosa hanno lasciato? Il mito della trasgressione a tutti i costi. Un ghetto frequentato di notte da ragazzi di buona famiglia pronti a pestarsi per uno sguardo in tralice o per un apprezzamento fuori luogo».

Quarto Oggiaro è molto più tranquilla e sicura, gli dico, sfottendo. Sorride e annuisce. Fa un ultimo sorso. «Sai perché ho mollato? Non avevo fatto nulla di illegale, invitavo i ragazzi a divertirsi. Ma a vent’anni il limite non lo conosci. È pieno di quarantenni che pippano, ma ci stanno all’occhio, hanno capito come prendere le misure». Si rabbuia, capisco che la cosa che mi sta raccontando non gli piace. «Poi è successo che uno di questi ragazzi in fila supera la selezione e passa un’intera nottata sballandosi, nel frastuono della musica assordante, calandosi di tutto. Era entrato in ipertermia, il suo corpo bolliva. Ha fatto in tempo ad uscire, nella notte gelida, per un po’ d’aria. E il suo cuore si è spaccato in due. Un infarto. Morto, solo come un cane». Ora si accende una sigaretta. «L’avevo fatto entrare io» mi dice. Non ha colpa, lo so. Eppure com’è che mi sento inquieto lo stesso?