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Milano come Nassirya: la guerra in città

by Stefano Mansi | venerdì 30 dicembre 2016

Gipponi militari che fanno la ronda a San Siro e in viale Padova. I blindati ‘Lince’ che sfrecciano tra le case del Giambellino. Militari in mimetica coi fucili mitragliatori armati in via Dante, in Duomo, davanti al metrò di Bonola. La guerra è in città, ma a leggere i quotidiani milanesi sembra che nessuno se ne sia accorto. Scali Immobiliari & Terreni Commerciali, Commercianti & Saldi, Sala& Sindacati, queste le parole più utilizzate da Giornorrierepubblica: ai padroni della città (e della stampa milanese) non interessa approfondire e nemmeno analizzare. La faccia brutta della sicurezza ha le fattezze apparentemente innoque dei ‘Jersey’, prefabbricati di cemento armato antisfondamento (in foto quello di via Dante-Cordusio), un colpo al cuore per tutti coloro che non si arrendono allo stato di emergenza non dichiarato. Il piano coordinato dal Governo tramite la prefettura e coordinato dall’assessore alla sicurezza Carmela Rozza in sintonia con Giunta e Sindaco Sala ha trasformato in poche settimane Milano in una città sotto assedio.

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Un fortino dell’insicurezza permanente a cui tutti i milanesi sembrano essersi assuefatti, quasi che quei fucili spianati e quelle mimetiche, a volte accompagnate dalle divise di un’imbarazzata Polizia Locale, servissero a rimpinguare addobbi natalizi mai così scarsi negli ultimi 20 anni. La visita di ieri alla Questura di via Fatebenefratelli del neoministro ‘democratico’ all’Interno Minniti è servita a sancire con un sigillo l’imprimatur governativo alla Milano blindata di queste ore. Non serve essere strateghi militari per capire che tutta questa costosissima esibizione muscolare, oltre che essere una inutile provocazione per quelle aree cittadine che avrebbero bisogno di ben altro che di militari e camionette, non è altro che la certificazione matematica di una sconfitta. Milano si fa succube delle suicide scelte dettate da Roma nonostante siano proprio la discrezione e l’invisibilità le due caratteristiche fondamentali degli apparati di sicurezza seri. I militari, la loro preparazione, i loro mezzi e le loro armi, sono completamente inadatti ad operare in centri urbani: è come mettere degli elefanti dentro a una cristalleria. D’altro canto gli agenti di Polizia Locale non hanno preparazione, mezzi, attitudine, per operare in teatri di guerra nei centri urbani. Due delle basi di qualsiasi politica della sicurezza, i fondamentali di qualsiasi manuale strategico che i ‘nostri’ responsabili sembrano di non conoscere, o peggio, di aver dimenticato proprio quando servirebbe una dimostrazione di fermezza contro la paura, freddezza contro l’ostentazione da baraccone. Il ‘piano sicurezza’ è pericoloso per i cittadini, per la civica convivenza e attenta all’autonomia municipale del libero Comune, lo strumento con cui Milano ha saputo affrontare e rialzarsi di fronte ad analoghe situazioni durante il corso della sua lunghissima storia. Ci insegna Ammiano Marcellino (Historiae), l’ultimo grande storico del IV° secolo, che fu proprio la fine del tassativo divieto per i soldati romani di circolare in armi nei centri urbani dell’Impero, a sancire la decadenza dei poteri civici delle città tra cui Mediolanum, quartiere d’inverno delle Legioni dell’imperator Costanzo. Gli invasori di Milano Goti, Longobardi, Francesi, Spagnoli, Austriaci finanche la Wehrmacht evitarono quanto più possibile di ostentare le armi tra le vie cittadine, di fianco ai civili, nelle strade del passeggio e del commercio in tempi di pace. Sapevano che la paura e il terrore sono i primi nemici della sicurezza. I nostri bisnonni, che di disgrazie vere ne avevano viste tante nella Milano del XIX secolo (dalle violenze dei croati, alle speranze e ai lutti del ‘48, dalle fucilazioni del ’53 alla guerra del 59 ai cannoni di Bava Beccaris di fine secolo), dall’alto della loro saggezza ci ripeterebbero ‘La paura l’è minga buna nanca par scapà’. Quindi che ci fanno 400 soldati tra le vie della nostra città?