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Mezzo Secolo con Cassius Clay e Muhammad Alì

| mercoledì 26 febbraio 2014

aliliston

by Red Proof

Mio zio quel sabato pomeriggio fuori dal bar diceva al suo amico Vannucci che Cassius Clay era un pugile da neanche credere. Mica il classico picchiatore alla Rocky Marciano o alla Joe Luis, che venivano avanti e picchiavano, picchiavano, sulla faccia e al corpo, fino a demolire l’avversario, ma un peso massimo che boxava come un peso medio. Un marcantonio di 95 chili che sul ring sembrava Ray Sugar Robinson: il grande Ray Sugar Robinson, detto il pugile ballerino, che di chili ne pesava molti meno, e adesso che si era ritirato dalla scena, gestiva un locale a New York e girava in abiti sgargianti a bordo di una fiammante Cadillac viola. Mio zio parlava e io pendevo dalle sue labbra, all’angolo delle quali bruciava fissa la nazionale esportazione. Lui l’incontro era andato a vederlo il mercoledì al cinema Aurora. Avrebbe proprio dovuto vedere il Vannucci la maniera in cui il Clay le aveva suonate al Liston. Sonny Liston “non so se mi spiego” s’infervorava: il campione mondiale dei pesi massimi, uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, e strafavorito del match. Forte, con un destro devastante e la faccia truce da spaccaossa. Ma che secondo mio zio non doveva essersi allenato a dovere per quell’incontro: troppo lento di gambe e di braccia già dalla quinta ripresa; troppi pugni sparati a vuoto: “E sono quelli che più ti stancano” spiegava. Liston provava a colpirlo, Clay saltellava e schivava spostando il busto a destra o a sinistra manco fosse il tergicristallo di un’automobile, con uno stile fantastico e dei riflessi stupefacenti. Liston arrancava, Clay gli girava attorno in senso orario, a guardia bassa, i guantoni all’altezza dei fianchi, stampandogli a ripetizione sul muso dei jab sinistri velocissimi, seguiti da un destro o un gancio sinistro. Mio zio che era stato solo un pugile dilettante, ma la boxe la conosceva, disse magari quell’incontro Liston se l’era venduto. La boxe era il quartiere malfamato dello sport, e con la gente poco raccomandabile che Liston frequentava fuori dal ring, a quanto scrivevano i giornali, poteva anche darsi. Tutto questo però non toglieva assolutamente niente alla bravura di Clay. S’intendessero bene mio zio Mario e il suo amico Vannucci.

Diventato professionista nel 1960, dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma nei pesi medio-massimi, a Muhammad Alì gli ci erano voluti solo quattro anni per diventare campione del mondo dei massimi, battendo quel 25 febbraio del 1964 Liston a Miami Beach, per KO tecnico alla settima ripresa, con Malcolm X a bordo ring ad applaudire la vittoria. Abbracciata pubblicamente la religione musulmana, quando l’anno dopo salì sul ring per la rivincita non si chiamava più Cassius Marcellus Clay ma Muhhamad Alì, e Malcolm X non sedeva più a bordo ring perché l’avevano ammazzato tre mesi prima all’Audubon Ballroom di Harlem. Liston andò giù alla prima ripresa, sollevando un vespaio di dubbi e mugugni in tutto il mondo della boxe sulla regolarità del match. Un pugno fantasma, dicevano. Ma se guardate il filmato al rallentatore si vede il cazzotto sferrato dall’alto in basso cogliere Liston in pieno mento, girandogli il collo prima di crollare al tappeto. Un colpo fantasma sì, ma per Liston che non l’aveva visto nemmeno partire.

Alì difese il titolo con successo fino al 1967, anno in cui nel fiore della sua carriera rifiutò di fare il militare, che allora voleva dire partire per la guerra del Vietnam. Rifiuto che scosse le coscienze di tutti i giovani americani, in particolare gli afro-americani, e gli costò una condanna a cinque anni, il pagamento di 10.000 dollari di multa, la perdita del titolo, di contratti, sponsor e pubblicità. Saputa la notizia dal telegiornale, col magone dentro e senza alcuna voglia di mangiare telefonai a mio zio. “Alì sarà sempre il campione del mondo, perché combatte per le sue idee e la sua libertà. Non devi piangere. Impara da lui piuttosto. Tienilo come esempio” mi disse. E tanti anni dopo, guardando Alì scosso dal morbo di Parkinson accendere il braciere olimpico ad Atlanta, ripensai con i lucciconi agli occhi a quelle parole, e ringraziai profondamente Alì per l’esempio che mi aveva dato. E ancora oggi, a distanza di cinquant’anni esatti da quella conversazione tra mio zio e il suo amico Vannucci, continuo a ringraziare entrambi.