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Melvin Van Peebles, il Padre della Blaxploitation

by Duka | lunedì 9 maggio 2016

La storia di Melvin Van Peebles, il padre della cinematografia afroamericana, è la storia di un rivoluzionario. Un agitatore culturale che impugnò la cinepresa come un guerrigliero imbraccia il mitra per combattere i secoli di oppressione che affliggono il suo popolo. Il grande regista afroamericano ha sostenuto un lunga guerra con l’establishment holliwoodiano, incline a predicare bene e a razzolare male, praticando la discriminazione razziale in modo sotterraneo. Censura, budget limitati, pressioni sul contenuto dei film, con questi mezzi le istituzioni cinematografiche americane e le case di produzione hanno tentato di minare il suo lavoro e il suo talento. Ma Van Peebles è stato in grado, grazie alle sue molteplici capacità espressive (dischi, libri, commedie musicali, soggetti televisivi), di tenersi lontano da Holliwood e ritornarci solo quando era pronto ad assestare un altro colpo. I suoi films come Watermelon Men (unico film prodotto da una major e uscito in italia con il titolo L’uomo caffellatte) e Sweet Sweetback’s Baadassss Song non sono solo una lucida e attenta analisi del razzismo che attraversa la società americana, ma mostrano degli afroamericani che non porgono l’altra guancia, dei neri grintosi che rispondono colpo su colpo. Non solo i films della blaxploitation dei ’70 ma anche la cinematografia afroamericana dei primi anni ’90, dei vari Spike Lee, John Singleton e di suo figlio Mario, affonda le sue radici nel lavoro di Van Peebles. Melvin dopo avere lasciato Chicago con l’aspirazione di laurearsi, si iscrisse al college. Una volta all’università, racconta il regista, ci fu un tizio che si prese la briga di aiutarlo economicamente con una borsa di 75 dollari al mese solo per studiare. Ma quando finì i corsi e si laureò il benefattore gli disse che era arruolato nell’aviazione degli Stati Uniti. A venti anni si ritrovò ufficiale, con il compito di navigatore radar, su un bombardiere a reazione. Stufo della vita militare, dopo tre anni, andò in Messico dove visse facendo il ritrattista. Tornato nel suo paese, sebbene in possesso di una specializzazione, l’aviazione civile non permetteva alle minoranze etniche di entrare nella cabina di comando, finì per fare lavori manuali e poi in seguito venne assunto come guidatore di cable-cars a San Francisco. Dopo avere notato che in quella città la gente impazziva per quel tipo di mezzo di trasporto, pubblicò un libro fotografico sui tram di Frisco. Nel 1958 realizzò due cortometraggi, in bianco e nero, Sunlight e Three Pickup Men for Herrick. Melvin desiderava fare il regista, andare a Hollywood, ma a quei tempi per un afroamericano era impensabile. Andò via dagli Stati Uniti e si trasferì in Olanda, dove conseguì il diploma in astronomia. Intanto in Francia avevano apprezzato i suoi cortometraggi, decise di trasferirsi nel parse transalpino, senza soldi e senza sapere la lingua, imparò il francese e si guadagnò da vivere cantando, La Bamba e Take me Tammy, per la strada. Si mise a lavorare come reporter e riuscì, con molta fatica, a farsi pubblicare dei romanzi. A quel punto i tempi erano maturi per tentare la sorte nel cinema. Finalmente, dopo otto anni dal suo arrivo a Parigi, riuscì a realizzare il suo primo film tratto dal suo romanzo La Permission. Nel 1967 tornò negli Stati Uniti, come rappresentante della Francia, in occasione del festival del cinema di San Francisco. In questa occasione l’imbarazzo, del mondo cinematografico statunitense, fu grande. A Hollywoodavevano l’abitudine di dire che i pregiudizi razziali, contro i neri, non esistevano. Sostenendo che come un “povero negro” avesse imparato il mestiere si sarebbero aperte le porte degli studios. Invece un afroamericano, che sapeva fare il regista molto bene, vinse il premio della critica al festival, rappresentando la Francia e non il suo paese. Holliwood gli diete una possibilità, ma lui la rifiutò perchè sarebbe diventato l’eccezione alla regola, precludendo la strada ad altri cineasti neri. Van Peebles iniziò a lavorare a Brodway per una compagnia di balletto, ma nel frattempo altri due registi afroamericani, Gordon Parks ( in seguito autore del fortunato Shaft ) e Ossie Davis, ebbero la possibilità di girare dei film. Solo allora, nel 1969, accetò la proposta di girare un film per la Columbia Pictures. Watermelon Man fu il suo unico lavoro finanziato da una major. Alla produzione non piaceva il finale, scritto da Melvin, in cui il protagonista diventato nero, cacciato dal lavoro e abbandonato dalla famiglia, accetta il nuovo colore della sua pelle ed inneggia al black power. La Columbia voleva che il protagonista si svegliasse nuovamente bianco e che tutto apparisse un incubo. Melvin si rifiutò e il braccio di ferro andò per le lunghe, si arrivò al compromesso che avrebbe girato due finali e poi si fosse presa una decisione per il bene del film. Ma consegnare due finali, nelle mani della produzione, avrebbe significato fare decidere il finale alla major. Girò solo quello scelto da lui e alla consegna del lavoro, con la Columbia che cercava i due finali, si giustificò sfruttando lo stereotipo del negro scemo. Rispose semplicemente “Oh, mio dio! Mi sono dimenticato di girarlo!”. Nel 1971 il mondo del cinema americano si prende la sua rivincita, sul suo film successivo, una commissione di censura, composta da soli bianchi, la Motion Picture Association of America lo classificò con una X, la lettera che si applica per i film pornografici, decretando l’impossibilita per l’opera di circolare nei normali circuiti di distribuzione. Sweet Sweetback’s Baadassss Song fece incazzare i razzisti bianchi, non solo perchè dimostava che per avere successo non c’era bisogno di essere prodotto da una major, ma per il suo modo di affrontare la tematica razziale fu ritenuto pericoloso. Ma per i neri, che lottavano nelle strade dei ghetti, il film era un capolavoro. Huey P. Newton, ministro della difesa del BPP, gli dedicò un numero intero del giornale, del Black Panther Party, a questo film. Newton scrisse, sull’organo di partito, “Un regista guerrigliero, come qualsiasi altro guerrigliero, ha bisogno del sostegno delle masse”. L’opera era, come la definì l’autore, un altro passo verso l’emancipazione dei culi neri dal piede bianco. Il film attirava, nelle sale off, le masse afroamericane perchè oltre che istruire era capace di intrattenere. La trama è la seguente: un afroamericano, cresciuto dentro un bordello, capace di districarsi nelle situazioni più difficili e costretto a fuggire, in manette, da due sbirri bianchi. In fuga per la sopravvivenza, Sweetback usa le sue straordinarie capacità sessuali per districarsi attraverso i sentieri della giungla metropolitana. Nel ’73 girerà Don’t Play Us Cheap, la storia del film racconta di due diavoli a cui viene affidato il compito di rovinare un party. Sfortunatamente, per loro, ne scelsero uno a Harlem, la festa che miss Maybell stava dando, di sabato sera, per sua nipote Earnestine. Nel 1989 Van Peebles torna a girare un film, con suo figlio Mario come attore, dal titolo Identity Crisis. Un famoso disegnatore di moda francese viene ucciso e si reincarna nel corpo di un giovane cantante rap. In questa nuova veste, il disegnatore, si metterà alla caccia dei suoi assassini. Il suo ultimo lavoro cinematografico è stata la sceneggiatura di Black Panther per la regia di suo figlio Mario. La pellicola ha avuto una scarsa distribuzione negli Stati Uniti e nessuna nel resto del mondo. Chi scrive ha visto il film, al centro sociale La Strada di Roma, grazie a un compagno, di ritorno da un viaggio negli USA, e alla sua accortezza di comperare il vhs. Questo è il prezzo che Melvin ha pagato per avere rifiutato di accettare compromessi con le regole del sistema.