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Melfi: Alibi Zero

| venerdì 27 agosto 2010

*di Luciano Muhlbauer*

Un pregio questo profondo agosto l’ha avuto, con i suoi meeting e i suoi dibattiti. Ha aiutato a fare chiarezza, ad esplicitare, al di là di ogni ragionevole dubbio, di che cosa parliamo quando diciamo Pomigliano, Melfi, Fiat.

Non a caso, infatti, nessuno parla più di fannulloni, assenteismo o finti malati, come invece si faceva senza ritegno ai tempi del referendum di Pomigliano. E assume senso compiuto anche quell’irriducibile opposizione della Fiat al reintegro “nel proprio posto di lavoro” -e non nella saletta sindacale- dei tre operai di Melfi.

No, tutte queste cazzate, ci si permetta il termine, sono state spazzate via dai dotti discorsi di ministri, capi confidustriali e amministratori delegati. Dobbiamo essere grati, in particolare, al Ministro Tremonti e all’Ad Marchionne, per avere autorevolmente attestato che le cose stanno: il posto di lavoro e la sicurezza sul lavoro sono gentili concessioni delle aziende, da sospendere se costano troppo.

Il primo, tra Rimini e Bergamo, ha in sostanza detto che viviamo in un mondo difficile, che siamo noi che dobbiamo adeguarci a questo e non questo noi e che, quindi, certi lussi non possiamo più permetterceli. Si riferiva soprattutto a due “lussi”: i diritti e la sicurezza sui luoghi di lavoro, comprese “robe come la 626”.
Il secondo, nel suo intervento di ieri a Rimini, non ha nemmeno fatto finta di citare l’assenteismo e si è dedicato invece a un discorso più generale. Secondo lui, ci vuole un nuovo patto sociale, un nuovo modello e questo significa, ovviamente, che bisogna buttare a mare la Fiom e chiunque si ostina a pensare che il conflitto serva al progresso sociale. Ed è quello che sta avvenendo ora in Fiat: “la contrapposizione tra due modelli di relazioni sindacali”.

Marchionne non perde tempo a spiegare in dettaglio questo nuovo modello, vi allude soltanto, parlando di “responsabilità e i sacrifici” e di competizione globale. In cambio, però, è molto chiaro nell’individuare il modello da distruggere: “Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra ‘capitale’ e ‘lavoro’, tra ‘padroni’ e ‘operai’… Erigere barricate all’interno del nostro sistema alimenta solo la guerra in famiglia.”.

Potremmo fermarci qui con le citazioni di Marchionne, se non fosse che è stato anche protagonista di due cadute di stile, sebbene la platea ciellina non ci abbia fatto caso. Con la prima, ha rincarato la dose contro i tre licenziati politici di Melfi (la Fiat s’è beccata la condanna per comportamento antisindacale), rinfacciandogli che “la dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone”.

Con la seconda, invece, si è esercitato in una significativa omissione. E così, dopo aver rivendicato con forza il progetto “Fabbrica Italia” e affermato che “rispettare un accordo è un principio sacrosanto di civiltà”, si è completamente dimenticato di accennare al caso delle produzioni assegnate quattro mesi a Mirafiori, poi sparite e, infine, riapparse in Serbia. E non ha neanche menzionato la parolina “cassa integrazione”, che a breve arriverà anche per gli operai di Melfi.

Comunque, inutile scandalizzarci per qualche scorrettezza o bugia. Questo non è un gioco pulito, è un gioco pesante e non si fanno prigionieri. Ma in cambio è trasparente. Non si tratta di avere meno assenteismo, più produttività eccetera. Tutto questo si potrebbe ottenere anche nel quadro normativo e contrattuale esistente (peraltro tutt’altro che generoso con i lavoratori). No, il problema non è quantitativo, è qualitativo, di subordinazione totale, oppure fuori. Ed è generale.

Sacconi, Tremonti e Marchionne dicono e vogliono la stessa cosa, non cose diverse. E non sono nemmeno cose tanto nuove. Quasi nessuno si ricorda ormai, ma nel lontano ottobre 2001 l’allora Ministro del Welfare, il leghista Roberto Maroni, presentò il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Riga in più, riga in meno, c’era già tutto scritto, compreso l’obiettivo di abrogare lo Statuto dei Lavoratori, cioè il pacchetto fondamentale dei diritti, per sostituirlo con lo “Statuto dei Lavori”.

L’anno scorso a Milano l’81,6% dei nuovi contratti di lavoro stipulati era precario. Vogliono il 100%, dappertutto e subito. È l’assalto al cielo dei padroni. Insomma, dopo le illuminanti chiacchiere agostane, non ci sono più alibi per nessuno. Non ci riferiamo ovviamente ai vari Bonanni e Angeletti, che Marchionne ha ringraziato per fare il suo gioco, ma a tutti gli altri.

A questo punto bisogna scegliere da che parte stare. Con Marchionne e Tremonti o con la Fiom, i sindacati di base e tutti quelli che si battono per la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici. Suona brutale, lo so, ma questa è l’ora di schierarsi.