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Generazione (A)

Mayday Mayday, Ricomporre le Divisioni per Rilanciare le Lotte del Precariato Migrante

| lunedì 2 maggio 2016

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Nonostante la pioggia, le divisioni interne al movimento milanese e l’empasse organizzativa (fino a qualche giorno fa non si sapeva se la parade ci sarebbe stata o meno!), circa 3000 persone hanno marciato per chiedere diritti, welfare e dignità per tutt* e protestare contro securitarismo, razzismo, austerità.
Quello che salta all’occhio è che c’è stato un cambio generazionale: la massa del lumpen techno precariato suburbano e degli squatters milanoidi ballava al ritmo di hardtechno e i migranti ondeggiavano seguendo bassline e ritmi afro-caraibici, sfilando assieme alle “vecchie”organizzazioni (CUB, FAI, alcuni centri sociali, mentre San Precario era assente) decisamente in minoranza rispetto alla massa di giovinastri in festa.
Eh sì perché la voglia di fare party, di rivendicare (anche) il diritto a divertirsi, si è espressa nelle forme più tipiche del rave di strada non appena la pioggia ha smesso di battere: danze e socialità stradale in viali finalmente senza auto!
Manifesti e stickers hanno tappezzato i viali della circonvallazione, visto che il centro era stato vietato dalla questura, fino ad arrivare di fronte alla stazione Centrale, dove la musica è continuata fino a tarda sera.
Prepotente il ritorno della musica, praticamente assenti gli interventi dai microfoni dei camion.
Non c’erano neanche i “leader”, poche le banndierine di partito, volatilizzati i pisapici “pentiti” (l’arancione scolorito non abbiamo ancora capito che cazzo di colore diventi).
Assenti anche i gruppi di guappi “napoletani” che vendevano le birre gli anni scorsi, con fare strafottente, che parassitavano sul nostro evento da anni. Non ne abbiamo sentito la mancanza, avrebbero dovuto essere allontanati a pedatoni nel culo già qualche tempo fa.
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Credo che sia necessario fare una riflessione sul flop di quest’anno, non certo riconducibile al solo fattore atmosferico, ma ad una frammentazione del movimento dovuto ai fatti dell’anno scorso, per cui, mi preme ricordarlo, due partecipanti sono ancora a san Vittore in attesa di processo e due altri agli arresti domiciliari, accusati di un reato gravissimo (devastazione e saccheggio) per il fatto (tutto da dimostrare peraltro) che avrebbero rotto delle vetrine.
Il soggetto della Mayday, quest’anno incentrata sul tema no border, è stata la massa migrante, che si è unita alla festa lungo il percorso, gli ultimi proprio di fronte ala Stazione Centrale, approdo di profughi provenienti da ogni dove.
Soggetti precari per eccellenza (Precariato totale? Pracariato al cubo?), visto che non hanno nessun diritto e che sono i capri espiatori di questa crisi economica, sui quali la destra sta speculando ignobilmente in campagna elettorale.
Se la mia fotografia è corretta è necessario costruire un percorso collettivo per rilanciare il prossimo anno proprio il tema no border: la chiavi di volta di tutto questo potrebbero essere le seconde generazioni, che potrebbero fare da interfacce tra “italiani” e migranti.
Ci sono mille modi per farlo attraverso i linguaggi contemporanei della musica (rap in primis) e della danza.
Si potrebbe immaginare una specie di “carnevale delle culture” un po’ come fu Samedi Gras nel 2010, che nella sua prima (e unica) edizione ebbe più partecipanti della Mayday di ieri.
A proposito del ritorno in strada del lumpen techno proteleriato il ragionamento dovrebbe essere simile: c’è spazio per un confronto aperto coi raver su alcune tematiche come la lotta alla repressione, l’antiproibizionismo, la restrizione degli spazi di libertà, la riduzione del danno, la valorizzazione della cultura elettronica (che ha origine nere, gay, borderline – non guasta mai ricordarlo!).
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Quest’anno la Mayday non è stata un granché, diciamocelo, ma credo che con un lavoro collettivo si possa costruire una Mayday 2.0 più pregna di contenuti, meno autoreferenziale, che sappia meglio comunicare le istanze dei soggetti sempre più esclusi dal reddito, dai diritti, da una vita dignitosa.
La disperazione sociale si combatte con progetti collettivi più partecipati, non basta mettere dei camion in fila, ci vuole più consapevolezza sui danni che il binomio austerità/repressione sta causando alla gente, ed in particolare ai giovani. Questo va comunicato alle persone anche con altri mezzi.
Bisogna rompere anche i vecchi schemi e lasciare che i nuovi soggetti siano parte del processo di creazione della parata.
É facile dirlo e molto più difficile da realizzare, ma credo che sia una sfida che abbiamo la capacità di vincere.

(le foto sono di Bea)