MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Cultur(A)

MARCELLO GHIRINGHELLI. Disertare e andare ai resti.

Duka | giovedì 21 giugno 2018

“Giunto in Algeria, non ci metto molto a capire dove sono finito e il ruolo che mi è stato assegnato dalla Francia, quello di Schutz Staffeln. Sono sia carnefice che carne da cannone. Tutto quello che so delle armi e della violenza l’ho imparato alla scuola della Legione. Non entro nei particolari. Ma dopo quasi sessant’anni non mi sono ancora perdonato per ciò che ho fatto e credo che non mi perdonerò mai. Dopo averci pensato bene, decido di andare ai resti puntando tutto, anche la vita, sapendo che per i disertori non c’è processo ma morte certa.”

                                   

                                       Marcello Ghiringhelli, La Mia Cattiva Strada (edito da Le Milieu)

 

La Mia Cattiva Strada autobiografia del bandito Marcello Ghiringhelli (attivo nel milieu franco-piemontese dalla seconda metà degli anni cinquanta alla fine del decennio settanta) è una delle crime novel più belle che abbia mai letto. Pagine capaci di fondere realismo e romanzo di genere come nei racconti hardboiled di Ed McBain, George V. Higgins e James Crumley.

Nel libro i personaggi che affiancano il protagonista, nel lavoro illegale, sono degni compari dei cani da rapina partoriti – costruiti – dalla penna di scrittori del calibro di Edward Bunker e Elmore Leonard.     

 

“L’uomo accanto a me, Serge, è un bordolese di altezza media sui cinquantacinque anni con un aria da sognatore, ma in realtà è freddo come un calcolatore. Roger, al volante della 404 a iniezione, è un lionese sui cinquanta, sovrappeso. A guardarlo sembra sempre assopito, invece ha la rapidità e la pericolosità di un mamba nero africano. Dedé, parigino purosanque, è il “deus ex machina”. A cinquantacinque anni è passato indenne tra le maglie della legge, pur facendo “lavori” da oltre trent’anni. A vederlo sembra il classico funzionario di Stato dal volto anonimo e l’aria incarognita per la frustrazione. E’ la crème de la crème des braqueurs (il meglio del meglio dei rapinatori). Con loro non ci sono mai sorprese.”

                                                                       (Marcello Ghiringhelli, La Mia cattiva Strada)

 

Marcello e i suoi amici – complici – hanno qualcosa in più, al contrario dei personaggi creati da Edward Bunker, inseguono quell’orizzonte di fuga che fa la differenza – pone paletti invalicabili – nello stile  tra banditi e malavitosi. Aspirano a una diversa maniera di vivere come, sempre continuando con le affinità letterarie, i protagonisti delle sceneggiature scritte da Jim Thompson in Rapina a Mano Armata e Getaway (rispettivamente girati da Stanley Kubrick e Sam Peckinpah). Dove l’attitudine refrattaria dei bravi ragazzi delle batterie, irriducibile a qualsiasi aspetto assunto dall’ordine costituito, si scontra con le forme di vita – sorelle convesse del sistema statuale –  riprodotte dalla mala organizzata.

Un libro nero, violento, drammatico, veloce – l’azione si sussegue nella narrazione a un ritmo adrenalinico – scritto con un tono cinematografico che ricorda l’ambiente e gli scenari dei polar di Jean Pierre Melville e Josè Giovanni interpretati da Jean Gabin, Lino Ventura, Alain Delon e Jean Paul Belmondo. Questo romanzo è così noir che, al confronto, André Héléna, Jean-Patrick Manchette e Jean-Claude Izzo sembrano i Bee Gees.

Non poteva essere diversamente. Ghiringhelli possiede tutti i requisiti  per essere un personaggio letterario di quelli tosti. Basta scorrere la sua biografia. Marcello nei primi anni settanta venne rinviato a giudizio, dal giudice di Torino Caselli, coadiuvato dal suo Pm Bruno Caccia, per settantacinque assalti armati contro banche, gioiellerie, uffici postali, fabbriche, treni e portavalori compiuti in territorio italiano.

Tra le rapine compiute a Torino, raccontate nel romanzo, quella che mi ha colpito maggiormente è quella di via Roma. A culmine di una serie di dure (rapine a mano armata) che coinvolsero tutte le batterie torinesi fu occupato, armi alla mano, il centro cittadino mentre si scassinava pubblicamente la gioielleria Zurletti. Azioni, precedentemente discusse in un’assemblea di bravi ragazzi, organizzate e progettate per dare voce a una campagna  rivolta ai padroni della città. Alle orecchie della borghesia arrivò un messaggio forte e chiaro: non armatevi. Non sparate sui poveri, che per bisogno rubano nei vostri negozi, potreste farvi male.  

 

“Siamo in otto diretti verso il centro, a bordo di due macchine, allineati e coperti. Sono calmo, praticamente senza nervi, mentre ci avviciniamo all’obiettivo in via Roma. Arriviamo, ci mettiamo di traverso in mezzo all’incrocio tra via Andrea Doria e via Roma. Scendiamo dalle auto muovendoci come militari. Gli autisti restano al volante. Siamo tutti e sei a terra, indossiamo tute da lavoro e passamontagna neri.Io con in braccio un Bren con doppio caricatore, per un totale di centottanta colpi, controllo il traffico di auto e passanti provenienti da piazza Castello. Due uomini armati di MP 40 e Sten vanno sotto la galleria San Federico dove c’è la gioielleria Zurletti e assumono il controllo dell’Area. Dalla seconda vettura scendono in tre replicando la scena, salvo che l’uomo con il Bren bada al traffico in arrivo dalla stazione di Porta Nuova. Gli altri due uomini si dirigono sotto il colonnato: uno con una grossa mazza e l’altro con una ragguardevole tronchese. Quest’ultimo attacca la serranda della gioielleria sotto la copertura dei mitragliatori, che sorvegliano la gente sotto i portici di via Roma. Il tutto con un perfetto sincronismo.”

 

                                                                       (Marcello Ghiringhelli, La Mia cattiva Strada)

 

Marcello Ghirighelli, nato da qualche parte sulle montagne del Piemonte  nell’estate 1941 , ma notificato all’anagrafe di Torino il 23 giugno 1942, figlio di un operaio della FIAT – iscritto al partito comunista dal 1921 – apre il racconto della sua vita illustrando una drammatica e violenta pagina di storia italiana. La giusta vendetta popolare sui fascisti dopo un ventennio di miseria e morte. Il corpo senza vita di una collaborazionista nazista viene descritto con gli occhi di un bambino, abituato a vedere la violenza fascista accanirsi contro la sua famiglia e gli abitanti del quartiere. Uccisa dalle donne di Nichelino (prima cintura sud di Torino), dopo averla strappata dalle mani dei partigiani.

 

“Mi guardo attorno smarrito e spaventato. Lo sguardo è attirato dal gruppo di donne che hanno compiuto quello scempio: hanno gli zoccoli e le mani sporche di sangue e osservano lo strazio con espressione sollevata e col sorriso di chi ha ritrovato la propria pace. In mezzo a loro c’è mia mamma.”

                                                                     (Marcello Ghiringhelli, La Mia cattiva Strada)

la storia narrata nel libro si conclude il 25 aprile 1981 quando l’autore viene scarcerato dopo la sua ultima detenzione da comune. Venti giorni dopo entra nelle Brigate Rosse. Marcello Ghiringhelli dal 1982 è detenuto a fine pena mai per reati inerenti alla sua militanza da brigatista.

La Mia Cattiva Strada di Marcello Ghiringhelli è un volume da mettere sugli scaffali della propria libreria – a pieno titolo – affianco a L’Istinto di Morte (prima edizione italiana Nautilus, seconda edizione Le Milieu) di Jacques Mesrine. Il nemico pubblico numero uno nella Francia degli anni sessanta e settanta. Due libri fuorilegge. Autobiografie di Banditi. Storie di uomini in rivolta.